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Democrazia diretta o mitologia?

Da qualche tempo, soprattutto per input del M5s, si è tornati a parlare di democrazia diretta. Il tema non è nuovo e, nell’epoca moderna, è appartenuto storicamente alla sinistra fin dagli anni della Rivoluzione francese.

Dalla Rivoluzione francese, alla Comune di Parigi, ai soviet

Si potrebbe dire che la “democrazia diretta” variamente configurata e declinata ha sempre accompagnato, ma solo agli inizi, movimenti volti a cambiare radicalmente e per vie rivoluzionarie lo stato delle cose presenti. Dalla Convenzione rivoluzionaria del ’93 in Francia, dominata dai montagnardi giacobini, che legiferava sotto la spinta e il controllo diretto del popolo sanculotto delle sezioni popolari parigine, alla Comune di Parigi del 1871 con il suo comitato centrale eletto nelle assemblee popolari nei 20 arrondissement cittadini, ai soviet di operai soldati e contadini della Rivoluzione russa, alla Repubblica dei Consigli delle coeve, brevi e temporanee, rivoluzioni in Germania e in Ungheria, per non parlare dell’esperienza ancor più breve dei Consigli operai nella Torino di Gramsci e dell’ “Ordine nuovo”, la democrazia rivoluzionaria sia borghese che proletaria ha sempre portato con sé una qualche idea di democrazia emanazione diretta del popolo.

“Democrazia diretta” perché basata su delegati eletti con mandato imperativo e revocabili da parte delle assemblee popolari, dentro i quali, però, agivano gruppi organizzati in club, come i giacobini, i girondini, i foglianti nella Rivoluzione francese; i proudhoniani, blanquisti, neo giacobini, radicali, internazionalisti nella Parigi rivoluzionaria e comunarda; veri e propri partiti come i bolscevichi, i menscevichi, i socialisti rivoluzionari in quella Russa. Gruppi e partiti che, almeno nei brevi e convulsi periodi di vita di questi organismi, si disputarono l’egemonia e il potere.

Democrazia strutturata in Occidente

Poi in Occidente, dove, come analizzò Gramsci, c’era una società civile articolata fittamente in “trincee” e “casematte”, la democrazia si organizzò e si trasformò, attraverso le drammatiche vicende di due secoli, in Democrazia strutturata e rappresentativa, soprattutto sotto la spinta delle lotte del movimento operaio e socialista e nella decisiva battaglia contro il nazifascismo.

L’anima di questa strutturazione furono i partiti, accompagnati però da una fitta rete di associazioni della più varia natura operanti nella società civile che in qualche modo, e con diversità da paese a paese, configuravano una democrazia fortemente partecipata. Nell’Oriente russo, invece, dove la società civile era – altra osservazione di Gramsci – “primordiale e gelatinosa” si affermò un regime totalitario a partito unico, sorto dagli sconvolgimenti rivoluzionari e dalla guerra civile. Doveva essere una parentesi dettata dalla necessità, in attesa di poter dare alle trasformazioni economiche di un socialismo statalista e primitivo, un seguito democratico tale che anche la cuoca di Lenin avrebbe potuto dirigere la cosa pubblica, ma il seguito non ci fu e la parentesi diventò permanente. Democrazia e socialismo non si sposarono; la prima ben presto scomparve e il secondo alla fine crollò su se stesso.

Cosa porta oggi a parlare di “Democrazia diretta”?

Cos’è che oggi porta a riparlare, in Italia, di “democrazia diretta” nei termini di un superamento in prospettiva della democrazia rappresentativa? Essenzialmente due cose.

Da una parte il manifesto degrado e sfarinamento dei partiti, anche a sinistra, che da ossatura della democrazia rappresentativa e partecipata sono stati assaliti, sotto tutti gli aspetti, anche quello etico, da un’evidente e grave osteopatia, ostruendo il canale principale di collegamento e di selezione democratica fra la società civile e quella politica. Dall’altra, la possibilità che offrirebbero le nuove tecnologie di far decidere direttamente i cittadini sulle questioni del governo a tutti i livelli.

La rete internet come nuovo mito dell’agorà

E’ il mito dell’agorà che ritorna sotto forma di “rete internet”, di web, di piattaforme operative, di social network, facebook, twitter ecc. Lo ha spiegato su “Il Fatto Quotidiano” di venerdì scorso (6 aprile 2017, n.d.r.) Davide Casaleggio, figlio di Roberto, fondatore e guru organizzativo e pensante, insieme a Grillo, del M5s. E’ partito da lontano: “Norberto Bobbio nel suo libro ‘Il futuro della democrazia’, nel 1984 scriveva: ‘Nessuno può immaginare uno Stato che possa essere governato attraverso il continuo appello al popolo: tenendo conto delle leggi che vengono emanate nel nostro Paese all’incirca ogni anno si dovrebbe preveder in media una chiamata al giorno. Salvo nella ipotesi per ora fantascientifica che ogni cittadino possa trasmettere il proprio voto a un cervello elettronico standosene comodamente a casa e schiacciando un bottone’. Oggi, –  osserva Casaleggio junior  – a distanza di più di 30 anni, con Internet questo è possibile e con Rousseau lo stiamo facendo”.

In verità, per ora, i pentastellati hanno adottato la “rete” come forma di organizzazione interna al Movimento, con tutti i limiti, per usare un eufemismo, anche imbarazzanti, di effettiva partecipazione e decisione democratica; non disdegnando, per altro, il ricorso al contatto diretto con una platea più larga di cittadini attraverso i “banchetti” per le strade, le riunioni di gruppo, le kermesse annuali del Movimento.

Che le nuove tecnologie informatiche possano aiutare in generale la partecipazione democratica sia interna ai partiti che nella dimensione istituzionale, è sicuramente vero. Ma che tutto ciò possa sostituire la democrazia rappresentativa è abbastanza utopistico. Al momento, poi, quando a utilizzare agevolmente le nuove tecnologie, è ancora solo una parte della società, la più giovane e preparata in quel campo, ci si troverebbe di fronte a un’esclusione di fatto degli strati più anziani e meno avvezzi alla partecipazione democratica per via tecnologica.

A parte ciò, quello che Davide Casaleggio trascura è che oltre alle questioni pratiche sulla disponibilità e il tempo di ogni cittadino a potersi esprimere in continuazione su temi di governo tra i più diversi, a tutti i livelli, nazionale e locale, con un semplice clic, c’è la questione posta da Gramsci dell’”intellettuale collettivo”, ovvero dell’organismo che, attraverso un processo politico e organizzativo molteplice e partecipato, anche supportato dalle nuove tecnologie, raccoglie le istanze sociali provenienti dalla società civile, le elabora e le centralizza in una specifica volontà generale. Istanze che nascono da condizioni sociali diverse scaturenti da rapporti economico-sociali ineguali. Com’è noto l’”intellettuale collettivo”, per il pensatore comunista sardo, era il partito politico, il “moderno principe”, che consentiva al singolo cittadino, attraverso l’analisi collettiva della situazione sociale e politica e l’azione conseguente per modificarla, di superare la sua immediatezza economico-corporativa e di esprimersi su questioni complesse e molteplici che il singolo individuo non può tutte e da solo dominare, se non si vuole scadere in una sorta di utopismo titanico. Naturalmente qui si parla in via teorica di partiti che funzionano da “intellettuale collettivo” e che non hanno molto che vedere con quelli essenzialmente plebiscitari ora esistenti che di collettivo hanno ben poco e di intellettuale ancor meno.

Il punto, quindi, non è contrapporre la “democrazia diretta” regno del cittadino sovrano alla “democrazia delegata” regno dei partiti di per sé sentina d’ogni vizio e trasformismo, ma di ricostruire una “democrazia partecipata” frutto di un intreccio fecondo e virtuoso fra i due momenti.

Quando il cittadino-individuo è solo astratto

Per questo occorre mettere da parte l’ideologia dalla quale sembra partire Casaleggio e, più in generale il M5s, del cittadino-individuo astratto da ogni contesto o relazione sociale. Un’ideologia che Margaret Thatcher definì bene, dicendo: “La società non esiste, esistono gli individui”. Non a caso Davide Casaleggio ha denominato “Rousseau” la nuova piattaforma internet del M5s. C’è un vago richiamo al mito settecentesco del “buon selvaggio”, al cittadino che sarebbe di per sé buono e che viene traviato, sul piano politico, quando passa attraverso i partiti per soddisfare le sue istanze, mentre rimane genuino se le promuove direttamente, senza mediazione alcuna, avvalendosi delle nuove tecnologie della comunicazione informatica per affermare un nuovo “contratto sociale”. Di qui una certa diffidenza, per non dire ostilità, dei “grillini” verso i cosiddetti “corpi intermedi” in cui si organizzano determinati interessi nella società civile e anche, in parte, la partecipazione democratica. Marx queste teorie fondate sull’individuo astratto le chiamava “robinsonate”, volte a scavalcare la concretezza dei rapporti sociali e di classe in cui gli uomini concreti e non astratti sono immersi. Questi rapporti configurano l’intelaiatura della società e, non a caso, sono così ben previsti e sottesi agli articoli fondamentali della nostra Costituzione. Se li si mette ideologicamente da parte, si arriva a riproporre antiche utopie in forma nuova con il rischio, nel migliore dei casi, di gravi disillusioni, o, in quello peggiore, di derive socialmente, politicamente e istituzionalmente reazionarie.

La competenza per il governo della “polis”, non si dimostra con i curricula

La molteplicità delle forme democratiche partecipative, poggianti su un associazionismo assai fitto e della più varia natura presente nella società civile, è tanto più incisiva nel generale processo democratico quanto più essa può interloquire e interagire con partiti dal profilo sociale e culturale forte. La stessa considerazione vale anche per le nuove e auspicabili forme di “democrazia diretta” o “deliberativa” rese più agevoli dalle nuove tecnologie informatiche e della comunicazione.

In sostanza si tratta di comprendere che una democrazia è in buona salute se i partiti che la sorreggono non sono gravemente malati. E un partito è in buona salute se è in grado, tra le altre cose, di selezionare una sua classe dirigente amministrativa e di governo senza dover ricorrere a occasionali bandi di ricerca e ai curricula per vedere, poi, se le persone da fare assessore, ministro o amministratore di aziende pubbliche è competente tecnicamente. Quel che è successo e continua a succedere a Roma alla giunta Raggi non è stato solo un casuale incidente. Perché la competenza tecnica, che deve esserci ovviamente e non millantata com’è accaduto con i titoli di studio a qualche ministra dell’attuale governo, è cosa diversa da quella politica che, com’è noto, attiene al governo degli uomini e non solo delle cose.

E questa competenza per il governo della “polis”, non si dimostra con i curricula perché non la si consegue all’università degli studi, neanche alla specifica Facoltà di scienze politiche, ma in quella della vita politica, sociale e associativa.

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Un commento su “Democrazia diretta o mitologia?

  1. Signor Aldo Pirone, ho letto con attenzione la sua analisi storica ed attuale del concetto di “democrazia diretta, democrazia partecipata” . Mi permetto di aggiungere un mio personale commento su cosa oggi può rappresentare, e spesso, la deriva sull’utilizzo ad ogni costo dei “social”. Porto un esempio. Se non ricordo male lo scorso 1 marzo 2017 sulla sua pagina Facebook, Virginia Raggi con un breve video annunciava orgogliosamente:
    “Da qualche giorno non ho voce ma non ho resistito: volevo comunicarvi l’esito del voto online dei cittadini per il bando europeo Azioni Urbane Innovative: i romani, per la prima volta, hanno deciso insieme alla amministrazione.
    È la prima iniziativa di democrazia partecipata che lanciamo sul sito del Comune di Roma ed una delle prime in Italia. Dobbiamo essersene orgogliosi. Sul portale di Roma Capitale è stato possibile decidere tra tre aree tematiche: Integrazione dei migranti e dei rifugiati, Economia circolare e Mobilità sostenibile.
    Con 5.173 preferenze su 8.238 voti, la Mobilità sostenibile è stato il settore più scelto. Hanno votato ottomila cittadini: è un buon inizio ma sono certa che possiamo fare di più. Perché solo chi partecipa attivamente, decide.”
    Anche a prescindere dal numero, assolutamente insignificante e non rappresentativo (8.238 su 2.363.444 sono lo 0,35%, meno di 4 romani su mille),
    che senso ha esprimere un parere senza conoscere il progetto, senza alcuna competenza in merito, senza alcun elemento di analisi? Ora sappiamo che il “titolo” che ha emozionato di più i cliccatori è stato “Mobilità sostenibile”… e allora? Nemmeno a Sanremo voterebbero un titolo senza ascoltare la canzone!
    “Solo chi partecipa attivamente, decide”, afferma Virginia Raggi, “è la prima iniziativa di democrazia partecipata che lanciamo sul sito del Comune di Roma ed una delle prime in Italia. Dobbiamo essersene orgogliosi.” Io invece penso di no, credo non ci sia nulla di cui essere orgogliosi e non credo che questa sia la strada giusta per governare la città. E’ davvero questa la “democrazia partecipata”? Decidere con un clic su un titolo al posto di coloro che dovrebbero decidere nel merito?
    I cittadini partecipano direttamente quando votano gli amministratori. Da quel momento in poi è compito di chi è stato eletto essere attento ascoltatore delle esigenze dei cittadini, ma prendendosi la responsabilità di decidere le priorità; entrare nel merito dei problemi, facendosi carico della loro complessità e prendendosi la responsabilità di decidere quale sia la soluzione migliore e, infine, rendere conto delle decisioni prese sul piano del merito e su quello della trasparenza del metodo.
    “Governare” significa esattamente decidere e prendersi la responsabilità delle proprie decisioni.
    Esistono poi grandi spazi di “democrazia partecipata” oltre il momento elettivo: rappresentare esigenze specifiche della comunità e richiamare (anche reclamare!) chi governa a farsene carico; creare conoscenza e consenso intorno a determinate aree tematiche e coinvolgere gli amministratori perché decidano tenendole in giusta considerazione; contestare le decisioni scorrette pungolando gli amministratori a fare sempre meglio e tante altre modalità che da sempre sono state lo spazio politico di chi ha partecipato democraticamente alla vita della città. Sinceramente, fare clic su un titolo generico non mi sembra una gran forma di partecipazione.
    Qualcuno, prevedibilmente dirà: meglio questi ottomila clic che lasciar decidere gli amministratori da soli… Davvero? Io invece penso che meglio sarebbe che chi è stato votato per decidere se ne prendesse la responsabilità, decidesse con la massima competenza e trasparenza e spiegasse il perché delle decisioni che ha preso.
    Credere di partecipare con un clic è una illusione senza sostanza e governare nascondendosi dietro il televoto è un comodo alibi per chi deve decidere.

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