“Era saggia la mia terra” di Michele Antonelli

In apertura de L'Arte nel Portico, il 26 settembre 2019 alle ore 17,00 la presentazione del libro
Redazione - 26 Settembre 2019

In apertura dell’evento L’Arte nel Portico, giunto alla sua trentesima edizione, il 26 settembre 2019 alle ore 17,00 in viale Ettore Franceschini a Colli Aniene, ci sarà la presentazione del libro di Michele Antonelli intitolata Era saggia la mia terra.

Lo scrittore Michele Antonelli ha raccolto oltre duemila proverbi dell’Appennino Abruzzese. Durante la presentazione, l’autore analizzerà l’etica popolare e la sua mutazione.

Per meglio comprendere l’originalità dell’opera di Antonelli, riteniamo interessante anticipare (e di ciò ringraziamo l’Associazione Il Foro che edita l’interessante volume) la Prefazione dello studioso Mario Polia, a sua volta couautore del bellissimo libro “Quando c’erano Dio e il diavolo”, un libro che raccoglie usi e costumi del suo paesino natale, Ville di Fano.

Chi ha fatto i proverbi, li ha saputi fare

Quando, nelle mie ricerche demo-antropologiche tra i contadini-pastori dell’Appennino umbro-marchigiano, chiedo notizie sui proverbi locali, spesso mi sento rispondere: «Chi ha fatti li proverbi, l’ha saputi fa’». Già, ma chi li ha fatti?

A questa inconsueta domanda, dopo averci pensato un po’ su, rispondono che li hanno appresi dai genitori, che ad essi erano stati trasmessi, a loro volta, dai loro padri ma non v’è notizia che qualcuno degli avi, almeno fino a dove giunge il ricordo, ne sia stato l’autore.

I proverbi esistono, si usano e si tramandano di generazione in generazione: la loro paternità è una questione (inutile) che riguarda lo studioso, non la gente che li usa. In effetti, l’autore dei proverbi è il popolo: la sapienza popolare, nei secoli, ha sintetizzato nei proverbi la visione del mondo, il sentimento religioso, l’etica, e ha affidato ad essi anche gli insegnamenti che riguardano il vivere quotidiano dalla previsione del tempo alle regole, consolidate da un’esperienza millenaria, che servono da guida per il lavoro nei campi, l’allevamento del bestiame grande e minuto, il taglio della legna da ardere e quella da adoperare per far travi e tavole. Altri proverbi insegnano come allattare i figli, come svezzarli. Altri ancora riguardano l’alimentazione, il vestire, l’amare, il dormire, il morire.

In una società in cui pochissimi sapevano leggere e ancor meno scrivere, il proverbio facilitava l’apprendimento e la trasmissione del mos maiorum perché condensa le idee in poche parole pregne di significato, dal canto loro, la struttura metrica e la rima ne facilitano la memorizzazione. Don Chisciotte rimproverava al buon Sancio di parlare solo per proverbi, ma ogni volta che Sancio ne citava uno lo usava a proposito e in modo molto più efficace di un colto discorso. Il fedele scudiero, digiuno di lettere, era ricco di una solida sapienza trasmessagli col latte materno e nelle lunghe veglie accanto al focolare quando, nel silenzio delle notti d’inverno, parlano quelli che una lunga onorevole vita ha reso saggi e degni d’ascolto. Allora, ogni proverbio era una rustica freccia che non falliva il bersaglio.

Nella nostra società, illustrata ed evoluta, i proverbi che ricordano, ammoniscono, consigliano sono stati sostituiti dagli slogan, formule che martellano (schlagen: “martellare”) e martellando ammaccano e squarciano coscienze deboli, prive di superiori certezze, prive di difese, perché siano docili strumenti al servizio di ideologie senza luce, senza grandezza, senza speranza. Perché siano schiave delle impietose leggi di mercato d’una società che baratta la dignità dell’essere umano per una manciata di carta-moneta e la chimera di un progresso che ha intossicato le anime e sta intristendo il cielo e avvelenando la terra.

Raccogliere e studiare i proverbi significa attingere direttamente all’anima di un popolo, perché quando si usavano i proverbi c’era ancora un popolo, non la massa informe cui le dottrine democratiche promettono l’illusorio potere di dirigere i propri destini, quelli del mondo e il corso della storia. In greco, “demos” era la massa-numero. Quando si voleva riconoscere a un popolo la dignità d’un’identità culturale, la fierezza d’un’anima, si usava “laos”: chissà perché invece di “laocrazia” si è usata “democrazia”? La risposa la si legga nella “Repubblica” di Platone.

Conosco da anni Michele Antonelli, con lui abbiamo scritto “Quando c’erano Dio e il diavolo”, un libro che raccoglie usi e costumi del suo paesino natale, Ville di Fano, adagiato nel grembo dei monti. Conosco il suo amore per l’eredità culturale trasmessagli dagli avi, un’eredità che egli custodisce come bene prezioso, non reliquia del passato ma germe e promessa di un futuro possibile.

Un domani, i proverbi che insegnavano come si affila una falce, forse, diverranno inutili, ma non lo saranno quelli che esortano a comportarsi con giustizia e onestà, che raccomandano parsimonia e misericordia, rispetto nei confronti di Dio e del povero, della famiglia, della natura, di sé stessi.

Quel patrimonio, finché l’uomo sarà degno di questo nome, non diverrà mai obsoleto: è vivo, latente e forte, come i semi nel grembo della terra coperta dalla neve. E un inverno, anche il più terribile, non dura per sempre.

Mario Polia

—————————————

Infine ecco una sinteticissima scelta, un piccolo assaggio, dei tantissimi proverbi presenti nel libro:

Chi pija móje li pija li guai, chi nó’ lla pija nó’ repùsa mai. (Chi prende moglie li prende i guai,/ chi non la prende non riposa mai)

Ajùta li tuoi e ppó’ l’ altri se ppuòi

Chi commercia campa e cchi fatica crepa.

Chi da jóvine se goèrna, vécchju mòre

La vòja de guarì’ aiuta a refiorì’

La superbia jé’ a ccavàllu e revénne a ppèe (La superbia andò (fece il viaggio di andata) a cavallo e ritornò a piedi)

 


Commenti

  Commenti: 1

  1. Domenicantonio Teofili


    E’ un argomento che mi ha sempre interessato e anch’io ne ho raccolti alcuni senza pretese, però.
    Conoscere il passato aiuta ad affrontare meglio il futuro. “Moglie, marit’e figli: / Dio, come te li ha ‘gna te li pigli”.
    La saggezza risiede nella canizie. Peccato che si ascoltano agli anziani, quando lo diventiamo anche noi, quando quelli ai quali non abbiamo dato ascolto da giovani, e che oggi invece vorremmo ascoltare, non ci sono più.
    Un cordiale saluto,
    Domenicantonio Teofili

Commenti