

Il bersaglio è un pregiudicato irreperibile, in passato vittima di un tentato rogo
I vetri del portone in frantumi, i detriti scagliati contro le pareti dell’androne, la lamiera accartocciata di un’auto investita in pieno dall’onda d’urto e, sopra ogni cosa, il terrore che ha tolto il sonno a un intero isolato.
A ventiquattr’ore dall’esplosione che poco prima delle 4:00 di sabato 23 maggio ha sventrato l’ingresso di una palazzina in via Vincenzo Manzini, alla Romanina, le indagini della Polizia di Stato registrano una netta accelerazione.
Dietro la deflagrazione dell’ordigno rudimentale — una bomba carta ad altissimo potenziale — non ci sarebbe il gesto vandalico di una baby gang, bensì una precisa e violenta strategia criminale: la pista seguita dagli investigatori ruota attorno a un unico, blindatissimo punto fermo, quello del messaggio intimidatorio.
Uno scenario inquietante ma purtroppo ben noto alle cronache capitoline, che ricalca da vicino le geometrie di fuoco già viste a Ostia, Tor Sapienza, Tor Bella Monaca e Torrevecchia.
Un avvertimento in pieno stile mafioso orchestrato per regolare i conti interni alle bacheche del malaffare periferico.
I primi riscontri investigativi condotti dagli agenti del commissariato di zona e della Squadra Mobile puntano dritti verso un unico appartamento dello stabile ex Inps, un condominio di cinque piani che ospita diciassette nuclei familiari del tutto estranei alle dinamiche delinquenziali.
Secondo quanto trapela da fonti vicine all’inchiesta, il reale destinatario dell’avvertimento sarebbe un uomo appartenente a una famiglia ampiamente nota agli archivi giudiziari per reati legati al narcotraffico e alle estorsioni.
L’uomo era stato visto ripetutamente entrare e uscire da quell’alloggio nelle ultime settimane, diventando il fulcro di un’escalation di violenza che era già iniziata nei mesi scorsi.
Quello stesso appartamento, infatti, era già stato oggetto di un misterioso tentativo di incendio doloso, sventato prima che le fiamme potessero propagarsi al resto del palazzo.
Le bocche degli inquirenti restano cucite, ma i tasselli sembrano comporre un mosaico chiaro: il presunto bersaglio ha intuito il pericolo, tanto da non farsi vedere nel quartiere da diversi giorni. La notte del raid, la sua casa era vuota.
Chi ha posizionato l’innesco davanti al cancello pedonale ha agito a colpo sicuro, dimostrando una profonda conoscenza logistica della zona.
Gli specialisti della Polizia Scientifica, impegnati nel setacciare la direttrice della deflagrazione alla ricerca di tracce biologiche o residui di polvere pirica, si stanno scontrando con un ostacolo non da poco: la totale assenza di telecamere di videosorveglianza puntate esattamente sul punto in cui è stato abbandonato l’ordigno.
I sistemi di sorveglianza pubblici e privati monitorano le strade adiacenti, ma non l’obiettivo colpito.
Un dettaglio strategico che conferma la premeditazione dell’agguato: gli attentatori sapevano dove muoversi per non lasciare immagini utili e, potendo contare sul silenzio dei testimoni e sull’assenza di occhi elettronici nell’immediato perimetro, hanno guadagnato un vantaggio prezioso nelle ore successive alla fuga.
Mentre gli investigatori tentano di stringere il cerchio attorno ai mandanti e agli esecutori del raid, l’unica certezza resta l’angoscia dei condomini.
I diciassette appartamenti della palazzina si trovano ora a dover fare i conti con l’inagibilità parziale dell’androne e con i danni materiali alle strutture, vittime collaterali di una guerra per il controllo del territorio che scorre a pochi metri dalle loro vite normali. Un bilancio pesante che solo per un miracolo non ha fatto registrare feriti.
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