Foce dell’Aniene, una discarica a cielo aperto

Da un sopralluogo del consigliere del II Municipio Massimo Inches è emersa una situazione allarmante: favelas, inquinamento e pizzo
Enzo Luciani - 17 Settembre 2009

Da un sopralluogo sul fiume Tevere, effettuato dal consigliere del II municipio Massimo Inches con la barca di un associato della protezione civile “Ares Antemnae”, per valutare lo stato di salute delle acque, è emersa una situazione di degrado, incuria ed abbandono in tutto il tratto compreso da via Foce dell’Aniene al viadotto di Corso Francia. La situazione risulta aggravata dalla presenza di numerose tubazioni di scarico delle acque nere – fogne di acque fecali – provenienti dal campo nomadi abusivo di Tor di Quinto e dalla baraccopoli abitata da cittadini, in prevalenza filippini, costruita abusivamente in via Foce dell’Aniene.

"L’inquinamento che ne deriva è assolutamente intollerabile – dichiara Inches – tanto da rendere il Tevere simile ad una fogna a cielo aperto, con annesso allevamento di colibatteri fecali. Il proprietario della barca – continua Inches – mi ha raccontato che un suo amico pescatore, dopo aver ritirato le reti, per essersi toccato inavvertitamente la bocca, si è dovuto fare un mese di ospedale, perché ammalatosi di tifo. Inoltre si sono notate, semisommerse dall’acqua, un ingente quantitativo di batterie di automobili, veleno per la fauna e la flora, per il cui smaltimento in natura occorrono 150 anni; poco più avanti vi era un’intera autovettura fiat 500 di colore giallo, incastrata dalla vegetazione, che la prossima piena trascinerà in acqua".

Terminato il controllo sul fiume, il consigliere Inches si è recato presso la baracche dei filippini, per conoscere le loro condizioni. "La scena – racconta il consigliere –  è apparsa simile alle favelas brasiliane, con tuguri costruiti con materiali di recupero, addossati tra di loro, privi di acqua e fogne, forniti solo di energia elettrica, su di una strada dissestata, piena di buche, dove i bambini giocano col pallone. Ci vivono circa 34 famiglie, in maggior parte di filippini, oltre ad alcuni brasiliani e peruviani. L’acqua arriva nelle loro baracche tramite una tubazione di plastica proveniente dal vicino campo nomadi del Foro Italico, collegato alla fontanella comunale presente nell’insediamento. Per tale servizio – mi hanno raccontato – di pagare 20 €uro al mese ad una nomade, che gestisce la cassa. Senza considerare i soldi che i nomadi del vicino campo di Tor di Quinto incassano facendo scaricare calcinacci ed altro materiale a trasportatori italiani senza scrupoli, in una vera e propria discarica a cielo aperto, venutasi a creare al limite del campo, in una scarpata, poco distante dal Tevere".

Per poter testimoniare questa grave situazione, il consigliere ha oltrepassato il tunnel sotto la ferrovia che separa la baraccopoli dei filippini dall’insediamento dei nomadi, bloccato volutamente con terra di riporto per impedirne il passaggio, riuscendo ad arrivare nel luogo segnalato, riscontrando effettivamente la presenza della discarica, che potrebbe essere utilizzata anche per lo smaltimento di materiali d’altro genere, oltre ai soliti calcinacci.


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