Forse non tutti sanno che … a Vitorchiano (VT) c’è un “Moai”

Brunella Bassetti - 9 Agosto 2020

Cosa accomuna Vitorchiano all’isola di Rapa Nui? Apparentemente nulla ma, allora, cosa ci fa un “Moai” nel piccolo borgo etrusco dell’alto Lazio?

Partiamo proprio da qui, da questo paese arroccato su una rupe di peperino che strapiomba nel torrente Vezza. Intorno, la sagoma del Monte Cimino – un tempo vulcano – dalle cui eruzioni, nel corso dei millenni, si sono cementati materiali lavici che hanno dato origine al tufo saldato, ossia il “peperino”: pietra locale famosissima chiamata così fin dall’antichità.

Dall’altra parte del mondo, nell’isola di Pasqua (o Rapa Nui) i discendenti dei Maori stavano cercando proprio una pietra simile a quella usata dai loro antenati per scolpire le statue gigantesche dei “Moai” per il restauro dei famosi monoliti che, mano a mano, si stavano deteriorando e “morendo” lentamente (così come l’industria turistica dell’isola). Bisognava richiamare l’attenzione del mondo!

E la pietra più simile alla loro era proprio il “peperino”. L’idea di scolpire un Moai del tutto simile a quelli della loro isola risale al 1987: grazie alla trasmissione RAI “Alla Ricerca dell’Arca”, condotta da Mino Damato, fu possibile realizzare questo importantissimo “gemellaggio culturale” tra due mondi tanto distanti quanto vicini.

Il Moai di Vitorchiano – il video della cerimonia in "alla ricerca dell'Arca" RAI

L'amministrazione comunale ha voluto recuperare la pellicola della trasmissione RAI "Alla ricerca dell'Arca" riguardante la cerimonia sacra dedicata alla statua da parte della famiglia Atan. Un video che valorizza l'unico esemplare di Moai realizzato da autoctoni pasquensi fuori dai confini dell'isola di Rapa-Nui, con lo scopo di sensibilizzare il degrado in cui versavano le sacre statue.La trasmissione condotta da Mino d'Amato "Alla Ricerca dell'Arca", aveva consentito uno straordinario legame culturale tra Vitorchiano e l'isola di Rapa Nui. L'isola caratterizzata dalle colossali ed enigmatiche statue, chiamate Moai, le quali si stavano deteriorando e giacevano in uno stato di degrado. Era necessario richiamare l'attenzione mediatica mondoiale. Realizzarne uno sarebbe stato un grande richiamo e siccome la delegazione pasquense incaricata di trovare la pietra idonea, la individuò solo ed eslusivamente nella cava della famiglia Anselmi A Vitorchiano, si predispose il tutto per il progetto, con l'aiuto della RAI.Gli Anselmi, titolari della più antica e illustre industria per l' estrazione, la lavorazione e la commercializzazione a livello mondiale di peperino, per un certo periodo ospitarono con grande cordialità la famiglia di Juan Atan Paoa, ultimo discendente di Ororoina (alla XIV^ generazione). Per tale motivo, Juan ha fatto loro dono di una lastra ovale di peperino incisa con caratteri Rongo-Rongo, la scrittura indigena, informandoli che nessuno di loro sarà mai ospite qualunque a Rapa Nui ma sempre accolto come un fratello di pietra. Sull'isola c'è un unico villaggio. chiamato Hanga Roa, nel quale vivono circa 1.600 persone.La realizzazione del Moai venne seguita per tutto il tempo dalla televisione (4 settimane) e dalle testate giornalistiche; il monolite estratto dalla cava pesava 400 q e fin da subito i Maori intonarono canti propiziatori affinchè i lavori si svolgessero senza intoppi. I loro utensili erano volutamente analoghi a quelli dei loro antenati pasquensi, come le asce di pietra. A poco a poco l'enorme nume tutelare prendava forma e quando venne il momento di issarlo, ci fu uno sforzo congiunto tra i Maori e gli operai della ditta Anselmi.In questo video si percepisce la suggestiva cerimonia sacra, il Kuranto, che seguì la conclusione dell'opera. Costumi polinesiani, gonnellini di paglia, tanga di piume, corpi dipinti di terra bianca e rossa, danze e canti intorno al Moai appena compiuto e ancora nella cava. I Maori intonarono dei canti struggenti, sacri, relazionati al loro mitico capostipite, Hotu-Matua, arrivato dal mare da oriente.Il Moai fu realizzato perfettamente: lo stesso sorriso enigmatico, lo stesso sguardo ignoto, la posizione di eterna attesa. Mentre l'ukulele accompagnava il cerimoniale pasto degli indigeni nei pressi di un forno sotterraneo, si organizzò il trasporto del colosso nella piazza di Vitorchiano dove restò fino al 2007 quando venne trasferito temporaneamente per essere esposta per nove mesi in Sardegna, a Villanovaforru in occasione della mostra di arte precolombiana nel Museo del Territorio «Sa Corona Arrubia». Nel 2008 è tornata a guardare Vitorchiano nell'attuale luogo del belvedere lungo la strada Teverina.

Pubblicato da Comune Vitorchiano su Sabato 7 luglio 2018

Accomunati dalla presenza di un vulcano, il Cimino da una parte, e il Rano-Raraku dall’altra; da una grandiosa civiltà, quella Etrusca da una parte, e quella pre-incaica dall’altra: entrambe affascinanti e misteriose. E, soprattutto, dalla “pietra simile”. Realizzarne uno sarebbe stato un grande richiamo e siccome la delegazione dei discendenti dei Maori, incaricata di trovare la pietra idonea, la individuò solo ed esclusivamente nella cava della famiglia Anselmi di Viterbo, si predispose tutto per la realizzazione dell’opera, nata con lo scopo di proteggere i suoi fratelli dell’Isola di Pasqua e per verificarne l’idoneità. Gli Anselmi, titolari della più antica e illustre industria e famosi a livello mondiale per la loro attività, ospitarono la famiglia di Juan Atan Paoa, ultimo discendente di Ororina.

Gli undici scultori Maori lasciarono la statua in dono alla cittadina (nel 1990), copia perfetta degli originali. La statua è alta sei metri ed è stata ricavata da un enorme blocco di peperino del peso di trenta tonnellate. Scolpita con asce manuali e pietre taglienti è riuscita perfettamente: sorriso e sguardo enigmatico, posizione di eterna attesa, labbra serrate con il mento in alto, atteggiamento ieratico e severo tale da suscitare rispetto. Sul capo porta il “Pukapo”, tipico copricapo pasquense scolpito, formato da due blocchi di peperino. La grande faccia è allungata e impreziosita dalle “Orecchie lunghe”, così come le mani con le dita lunghissime e affusolate e l’ombelico scolpito marcatamente che indica il “centro simbolico” dell’Essere.

Il “Moai” di Vitorchiano ignora tutto ciò che lo circonda e, dal belvedere dove è stato sistemato, fissa imperscrutabile il paese e l’orizzonte portando prosperità e fortuna al luogo che osserva, a patto che non venga mai spostato dal luogo ove è stato scolpito [NB: In Italia si può ammirare un altro Moai a Chiuduno (BG) che venne scolpito da 14 polinesiani Maori durante il XV Festival Internazionale de “Lo Spirito del Pianeta” nel 2015].

Cosa vedere nei dintorni

Il centro storico medievale e rinascimentale di Vitorchiano; Monumento Naturale di Corviano; Centro Botanico “Moutan”; il “Sacro Bosco” di Bomarzo; “Villa Lante” a Bagnaia; il Santuario della “Madonna della Quercia”; la Riserva Naturale Provinciale “Monte Casoli” di Bomarzo.

 

Brunella Bassetti

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  1. le storie che ci proponi giornalmente sono un motivo per una lettura intelligente interessante rivelatrice grazie ciao

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