

Domenica 14 giugno 2015 tornano i ragazzi della compagnia ”Allegra Macedonia” con uno spettacolo sull’umanità viaggiante in un vagone della metropolitana
Il mezzo di trasporto pubblico è sempre stato uno specchio dei tempi, non solo dal punto di vista tecnologico. A Cinecittà oltre alle varie linee di autobus, T2-T3-T4, c’era il tram. Nelle prime ore del mattino era sempre pieno di un’umanità che dalla sonnolenta periferia tentava di raggiungere il centro per andare a lavorare o a studiare. Ci si saliva a stento, subito investiti dall’invito insistito, burbero o disincantato, del bigliettaio: “Avanti c’è posto”. Alle facce assonnate e silenziose dei lavoratori e degli impiegati diretti agli uffici nel centro storico di Roma facevano da contrappunto quelle allegre e chiassose di giovani ragazzi, per lo più studenti delle scuole superiori che, da poco passati i tempi eroici di quando si aggrappavano ai timoni posteriori dei tram per un viaggio “a sbafo”, cercavano quasi sempre di rimanere sul fondo per non pagare il biglietto. Pronti a scendere, appena arrivati, dalla parte posteriore da dove erano saliti. Le poche lire sottratte alla Stefer sarebbero poi servite per il cinemetto di terza visione, per il gelato, per il juke box, il flipper o per la partita a bigliardino con gli amici.
Da quel fondo del tram rigurgitante giovinezza arrivavano frizzi e lazzi, battute sugli insegnanti, commenti e sfottò, soprattutto il lunedì, sulle partite e le squadre del cuore: Roma e Lazio ovviamente la facevano da padrone. Ma il tifo era ancora buono, occasione di scherzo e di prese in giro. Qualche persona più anziana cercava nella calca di ritagliarsi un piccolo spazio per leggere un giornale tutto piegato, idem lo studente ritardatario che s’immergeva nel libro per ripassare una lezione in vista di una probabile interrogazione. Le ragazze stavano attente alle mani dei vicini. Le donne più mature, in particolare le popolane, a volte svergognavano l’incauto molestatore con battute al fulmicotone. A volte si accendeva qualche discussione di breve durata o qualche battibecco dovuto alla calca. Quando il tram arrancava sulla salita del Quadraro verso Porta Furba e si potevano vedere dai finestrini le interminabili baracche addossate all’Acquedotto Felice rifugio di tanti lavoratori immigrati dalle regioni meridionali e di un sottoproletariato che viveva di espedienti, spesso si sentiva il commento del “benpensante” di turno sulla vergogna, non delle baracche, ma delle antenne delle TV che svettavano su quei miseri tuguri. Segno, secondo lui, di un’opulenza e di un finto bisogno di case decenti.
Se salivi su quel tram nelle ore più calme della giornata, vedevi molti leggere i giornali: “Il Messaggero”, “Paese sera”, il “Corriere dello sport” i più ricorrenti. Qualche donna leggeva i fotoromanzi, antenati delle soap opera di oggi. Rari i libri. Di solito i viaggiatori se ne stavano per conto loro, ma a volte si aprivano conversazioni amichevoli fra vicini di posto sulle cose e gli avvenimenti più disparati. Poi venne nel 1980 la metropolitana. A parte la velocità del mezzo di trasporto che cambiò in meglio la vita di tanta gente – da Cinecittà a Termini ci si metteva un’ora e più quando andava bene – la socialità del viaggio non cambiò di molto. Su quei vagoni passava ancora un’umanità non alienata.
Il primo strumento d’isolamento dal mondo circostante fu il walkman. Ci si rinchiudeva per ascoltare musica o altre registrazioni di pratica utilità. Tuttavia salendo su quei treni, si vedeva ancora molta gente leggere giornali, riviste, libri.
Oggi è tutto diverso. E fa anche un po’ impressione. I viaggiatori, quasi tutti, si chiudono dentro iPod, iPad, iPhone, tablet, telefonini di varia foggia e natura che vengono martoriati da dita compulsive. Le conversazioni che si sentono non sono tra viaggiatori ma tra le persone e l’esterno, complice il telefono cellulare. Discorsi spesso a voce alta e prolungati che mettono al corrente l’intero vagone dei casi particolari di lavoro, familiari, sentimentali di tizio o di caio. Grazie ad internet, anche dal profondo delle gallerie si può essere in contatto con il mondo esterno, praticamente l’intero globo terracqueo, ma ermeticamente chiusi a chi ti sta accanto. E allora anche il viaggio diventa alienante e non più socializzante.
A parlarci, anzi a interrogare questa umanità viaggiante sono tornati i ragazzi e i genitori dell’“Allegra Macedonia”. La compagnia teatrale dell’ex X Municipio di Roma (Quartiere Tuscolano-Don Bosco), composta prevalentemente da ragazzi (dai 15 ai 17 anni, più 3 bambini di 10) e da genitori che, da qualche anno, realizzano spettacoli teatrali. Lo spettacolo s’intitola “Franco mi senti, mi senti Franco?”. Il regista Massimiliano Di Tommaso ce ne spiega la trama: “Si basa su un’idea che finora nessuno aveva mai pensato di portare in scena: far vedere quanta e quale umanità c’è in un convoglio della metropolitana. Cercando di fare economia (utilizzando anche vecchi armadi e legni poveri), abbiamo ricostruito una sezione di un intero vagone della metropolitana. Nello spettacolo, sarà presente un folle che parla attraverso una radio con un presunto agente segreto, il signor Franco, dei problemi della nostra società. Quest’uomo è lo specchio delle nostre coscienze. All’inizio gli altri viaggiatori reagiranno con la derisione, ma nel secondo atto qualcosa li costringerà a fare i conti con quella radio, ovvero con loro stessi. Alla fine dello spettacolo vi domanderete: chi è il matto, l’uomo con la radio o noi?”.
Gli “allegri macedoni” andranno in scena in un’unica data al Teatro Don Bosco di Cinecittà-Don Bosco (Via Publio Valerio, 63 – 00175 Roma), domenica 14 giugno alle ore 20:30. Prezzo del biglietto: 10 € intero, 8 € ridotto (per tutti gli abbonati Metrebus). Per vedere la promozione occorre andare su >>.
Sono ormai sei anni che questi ragazzi e i loro genitori fanno vivere nel quartiere e per il quartiere un po’ di cultura. Dalla scuola “Montessori” di via Lemonia, dove nacquero, ne hanno percorsa di strada. Quelli che erano bambini, ora sono ragazzi adolescenti. “La nostra missione è regalare dei sogni – ci dice Di Tommaso – attraverso il talento di giovani attori che, contrariamente a quello che si pensa, non si inebetiscono davanti a telefonini e computer. Lo facciamo con amore, facendo forza sulla nostra passione e le nostre esigue finanze”. Si parla tanto in questi giorni della “Buona scuola”, la vicenda di questa “Allegra macedonia” ne è un esempio. Purtroppo però la realtà a volte contraddice la retorica dei buoni propositi e la scuola, da madre, diventa matrigna. Li sfratta dal luogo che avevano costruito con fatica e abnegazione mettendoli letteralmente in mezzo a una strada. “Fare cultura – prosegue Di Tommaso – è oramai soltanto strumento di chi dispone di soldi e/o conoscenze per avere spazi in cui provare e lavorare, nonché teatri o piazze attrezzate. Chi, come noi, cerca di farcela da sé e ritiene che la scuola e i Municipi possano essere un luogo in cui poter far esprimere le potenzialità dell’animo dei giovani e dei meno giovani, senza alcuna finalità di lucro, in questo momento è frastornato e terrorizzato. Io, come regista, e tutte le altre persone che lavorano costantemente su questo progetto, non sappiamo come potremmo dire ai ragazzi che questa potrebbe essere la loro ultima avventura”.
E allora, dicono, “con l’occasione, vogliamo inviare una richiesta d’aiuto. Ci è stato da poco comunicato che da settembre non potremmo più utilizzare la sala teatro che abbiamo allestito, a nostre spese e con tanta cura, presso la scuola Ex Cicerone di Via Publio Valerio. Il motivo è sia economico che, principalmente, logistico (non poter stipare materiali di scena e attrezzature tecniche all’interno di una sala teatro è come avere a disposizione una barca, con l’obbligo di sfruttarla in alta montagna). Trovare posti per fare cultura amatorialmente, tuttavia, non è affatto facile. Per questo motivo, per poter continuare a sopravvivere con i tanti ragazzi che ci chiedono di non mollare, chiediamo aiuto a chiunque si trovi in zona Appio Claudio-Don Bosco, per darci ospitalità. Senza escludere la possibilità di creare, insieme a altre associazioni culturali, un luogo da trasformare in sala prove (teatrali e musicali), con annessa una piccola officina scenografica, così da poter condividere energie e mezzi”.
Aiutiamoli! Chi può, anche in Comune e in Municipio, faccia in modo che la “Macedonia” di questi ragazzi rimanga “allegra” e non diventi mesta. Sarebbe come spegnere una luce di cultura che rischiara un po’ le nostre vite e i nostri quartieri.
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