Si è aperta oggi al museo Carlo Bilotti, presso l’Aranciera di Villa Borghese, la mostra “La magia della linea. 110 disegni di de Chirico dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico”.
I protagonisti del percorso espositivo sono i disegni del grande Maestro della Metafisica, concessi per l’occasione dalla Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma assieme ai più importanti lavori provenienti dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico.
In de Chirico il disegno ha sempre fatto parte della sua formazione artistica e ha sempre costituito un fattore idealizzante della realtà. Sua è infatti la convinzione che partendo dal disegno e, dunque, dalla copia dei grandi maestri del passato si potesse imparare a dipingere.
Il luogo in cui è nato, Vòlos, in Grecia, lo ha inoltre, da sempre, educato al culto della forma e la sua passione per il disegno lo ha aiutato a sviluppare la sua fervida immaginazione: il mare, le colline dei templi, le rovine, le statue, le letture classiche sono infatti temi ricorrenti all’interno delle sue opere, a volte come protagonisti, altre occupando un ruolo un po’ più marginale.
Scrive l’artista nelle sue Memorie: “…il mio primo maestro si chiamava Mavrudis […] e mi insegnava a tracciare delicatamente i contorni di un naso, di un occhio, della bocca… a ombreggiare e sfumare le ombre con profonda maestria degna di un Raffaello e … quando lo guardavo vagavo in un mondo chimerico di fantasticherie : pensavo che quell’uomo potesse disegnare tutto … le nubi fuggenti nel cielo e le piante della terra, le fronde degli alberi mosse dal vento ed i fiori dalla forme più complicate … Guardandolo immaginavo di essere lui ; sì, avrei voluto allora essere quell’uomo. Mi insegnò l’amore per le linee pulite, per i bei contorni e le forme ben modellate. Se oggi il mio maestro Mavrudis fosse con me potrebbe condurre a scuola tutti i geni modernisti ed insegnare loro che prima di essere cezanniani, picassiani, soutiniani o matissiani e prima di avere l’emozione, l’angoscia, la sincerità, la spontaneità ed altre scemenze della stessa risma, farebbero meglio ad imparare a fare una buona e bella punta al loro lapis e poi con quella punta cercare di disegnare bene un occhio, un naso o una bocca”. Queste parole raccolgono sinteticamente ed in modo piuttosto semplice la teoria dechirchiana sul disegno. Lo studio delle linee, della prospettiva, delle figure umane rappresentavano per lui l’essenza dell’opera , la
conditio sine qua non alla buona riuscita di un lavoro.
La rassegna presenta alcuni lavori straordinari dell’autore, un percorso che lambisce tutti i soggetti dell’inesauribile immaginario dechirchiano: dalla stagione metafisica (come
Il filosofo e il poeta, del 1916,
L’apparizione e
La sposa fedele del 1917,
Consolazione metafisica e
La casa del poeta del 1918), ai disegni realistici a cavallo degli anni quaranta, agli schizzi dal carattere affettuoso dei cani di famiglia (
Filippo, 1940;
Totò il mordace, 1941).
Parte interessante della mostra in termini di studio e di ricerca di immagini è la sezione dedicata alle venti litografie per l’Apocalisse che gli erano state commissionate dal poeta e critico Raffaele Carrieri per illustrare una riedizione del testo biblico che sarebbe uscita nel 1941. I disegni riflettono infatti un’ulteriore meditazione sulla linea. Una linea che per l’artista è “finita”, è segmento, cioè chiusa tra due punti e in aperta opposizione alle teorie dell’art nuoveau e a quelle di molte altre correnti artistiche d’inizio secolo. In queste tavole infatti, non esistono spazi o soggetti che non si scindano in segmenti. Scriverà di queste opere De Chirico: “…i punti aiutati dai tratti s’agganciano l’uno all’altro ; i tratti chiusi dai punti, si sentono al sicuro: ogni segno della misteriosa scenografia è a casa felice. Così nascono gli spettacoli disegnati”.
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