I nostri limiti nella gestione dell’emergenza, l’intelligenza artificiale, il 5G, i millennials

Intervista al Prof. Alessandro Neri dell'Università Roma Tre
Patrizia Artemisio - 11 Giugno 2020

Fino a poco tempo fa una piccola parte di mondo, con malinconico puntiglio, resisteva formalmente all’insurrezione digitale. Forse la prima conseguenza che ogni diario di bordo della pandemia non può non registrare è l’abbandono della nave analogica, dalla quale, va detto, è ormai sceso anche l’ultimo dei capitani. Come sono andate veramente le cose e cosa ci attende in futuro lo racconta ad Abitare a Roma il Prof. Alessandro Neri, titolare della cattedra di Telecomunicazioni del Dipartimento di Ingegneria dell’Università Roma Tre.

“L’emergenza Covid ha di fatto rimosso le barriere psicologiche che c’erano sull’uso di strumenti su cui io personalmente lavoravo da molti anni, – dice il Professore – effettivamente noi a Roma Tre avevamo già strumenti che consentissero di mettere a disposizione di tutti gli studenti il materiale in formato elettronico, avevamo la possibilità di erogare i corsi anche in telepresenza ma eravamo pochi sperimentatori, improvvisamente è cambiato tutto: in quarantotto ore tutti i colleghi hanno dovuto allinearsi alla nuova situazione. Tornare indietro una volta che le barriere sono abbattute sarà difficile perché ormai c’è una familiarità diversa”.

Ci sono strumenti che non abbiamo utilizzato per affrontare al meglio questa emergenza?

“Direi che se guardiamo il piano sanitario, probabilmente sì. Se uno guarda i dati della Germania, dove i primi focolai si sono sviluppati più o meno contemporaneamente con i nostri, secondo le statistiche pubblicate dall’Università di Yale viene fuori che in Italia su 100.000 abitanti ne sono morti 56 con patologia Covid, in Germania 10.
Una cosa è certa: si poteva fare meglio di come abbiamo fatto noi. Abbiamo impiegato tutto ciò che era disponibile e che le persone erano in grado di utilizzare, perché le emergenze arrivano da un giorno all’altro e se non si è preparati per tempo è difficile poi in poche ore inventarsi l’uso di nuove tecnologie. Se guardiamo la Corea del Sud e il Giappone che erano già passati attraverso l’esperienza della Sars, questi Paesi sono stati esposti al Covid prima di noi ma hanno reagito prontamente. Loro, essendo coscienti del fatto che, senza l’uso di strumenti che hanno anche imposto restrizioni sulla privacy, avrebbero pagato un tributo molto alto in termini di vite umane, hanno adottato approcci che magari per noi sono difficili da assorbire.
Pensiamo anche alle più banali mascherine, in Giappone, già un anno fa, si vedeva molta gente indossarle perché non appena uno lì ha un primo sintomo di raffreddore, per evitare il contagio degli altri, prende e se la mette.
Noi non abbiamo avuto remore poi nell’usarle, il problema è che non c’erano! Si poteva fare di più? Bisognava prepararci prima”.

L’uso dell’intelligenza artificiale avrebbe potuto cambiare il corso dell’epidemia?

“Uno dei limiti nell’impiego dell’intelligenza artificiale è legato al fatto che occorre avere a disposizione una grande quantità di dati. Il problema all’inizio è stato proprio il rendere disponibili i dati. Dagli archivi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono emersi dei carteggi secondo cui in Cina era già noto cosa stava accadendo ma a noi è stato comunicato molto tardi. Se avessimo condiviso i dati prima, allora sì avremmo potuto affrontare diversamente il problema.

La machine learning può fare molto ma ha bisogno di dati, ha bisogno di tempo”.

Cosa intende per machine learning?

“Si tratta di sistemi di intelligenza artificiale che man mano che vengono impiegati accumulano conoscenza proprio come facciamo noi. Un medico, nella sua esperienza osserva tanti casi e non li tratta tutti come fosse il suo primo giorno di lavoro dopo la laurea, man mano che va avanti capisce come tutta una serie di elementi sono collegati tra di loro e quindi diventa più rapido nel fare la diagnosi, più accurato. Nel machine learning noi utilizziamo macchine che sono in grado di seguire processi simili a quelli umani di strutturazione delle conoscenze che nel tempo vengono acquisite, in modo tale da cambiare il modo di agire sulla base delle esperienze positive. Si tratta di algoritmi che imparano ma hanno bisogno di tanti dati”.

Per mantenere il distanziamento sociale abbiamo visto sui giornali foto di piccoli robot quadrupedi nei parchi di Singapore o nei centri commerciali di Bangkok con la funzione di distribuire disinfettante per le mani, in Italia quale spazio ha la robotica?

“Nelle nostre fabbriche, tutti i processi produttivi sono pieni di robot, forse dal punto di vista dell’impiego dell’assistente robot in un albergo, a differenza degli orientali, privilegiamo il rapporto umano ma dal punto di vista industriale abbiamo un alto grado di automazione. Cambia la scala: quando lei va all’aeroporto di Roma e prende lo shuttle, lo shuttle non ha mica una persona che lo guida, è completamente robotizzato! Magari ci sfugge questo tipo di tecnologia mentre un robot che porta il carrello al ristorante è più appariscente. La nostra scuola di ingegneria e robotica non è assolutamente in ritardo rispetto agli altri e anche sul piano industriale si sta lavorando in modo intenso, c’è solo un impiego diverso”.

Immuni è un app creata da un gruppo di ragazzi italiani, premiata dal MIT di Boston, lei cosa ne pensa?

“Dal punto di vista tecnico, anche perché non sempre si può entrare dentro alle cose fatte dagli altri, non ho avuto la possibilità di valutarla. Ovviamente questi strumenti non sono complessi di per sé dal punto di vista tecnologico, diventano complessi quando dobbiamo proteggere la riservatezza delle informazioni che ci riguardano perché sono invadenti. Una volta che vengono tracciati tutti i miei contatti giornalieri, chi sta fuori sa tutto quello che faccio. Il problema vero è stato senz’altro quello di proteggere i dati e creare meccanismi che consentano di controllarne l’uso perché se poi questi dati venissero accumulati e usati in modo improprio, sarebbe una catastrofe! Più che l’app di per sé quindi è tutta la struttura di protezione e di governo che l’Italia è in grado di metterci dietro, che è importante”.

Nell’ambito della telefonia mobile cellulare, con il termine 5G si intende una tecnologia superiore a quella attualmente in uso.
Quali sono le potenzialità di questo nuovo standard?

“Dunque prima noi avevamo per ogni esigenza un tipo di rete specifico, cosicché abbiamo pensato le comunicazioni mobili come strumenti che ci consentivano prima di tutto di parlare e successivamente di accedere a internet. Però c’è tutta una grande quantità di applicazioni quali, ad esempio, il telecontrollo di una centrale elettrica, o il controllo da remoto dei treni ad alta velocità che richiedono pochi dati da trasferire ma in tempi ridottissimi, che non sono supportate dalle reti pubbliche 3G e 4G. Oppure pensiamo alla diagnostica medica a distanza e al teleconsulto per cui in tempi di Covid ci si possa svincolare dalla necessità di avere il medico esperto in loco lasciando che possa monitorare ed intervenire da lontano, con la stessa efficacia, diventa determinante. Con il 5G tutto ciò è reso possibile dal fatto che noi mettiamo in comune le risorse fisiche (quindi tutta la parte degli impianti) e poi il sistema dinamicamente assegna le risorse ad un tipo di applicazione piuttosto che ad un’altra, facendo in modo che ciascuno abbia una rete virtuale adatta alle proprie esigenze. Dalla condivisione delle risorse deriva ovviamente un elevato vantaggio economico che è ciò che rende economicamente sostenibili quelle applicazioni che citavo prima.

Altro aspetto significativo del 5G è legato al fatto che il traffico scambiato aumenta continuamente, ci mandiamo sempre più spesso, tramite i canali social, immagini e filmati ad alta definizione. Fino alla metà degli anni ‘90 noi sapevamo che se il traffico cresceva linearmente l’energia che dovevamo spendere con le tecnologie di allora cresceva esponenzialmente, quindi si sarebbe arrivati ben presto a consumi insostenibili. Poi abbiamo scoperto che usando più antenne per trasmettere e più antenne per ricevere la crescita è lineare, non è esponenziale. Il 5G punta ad usare 100 e più antenne contemporaneamente permettendoci così di abbattere i consumi energetici, è quindi più sostenibile dal punto di vista non solo economico ma anche ecologico”.

Ci sono state manifestazioni contro il 5G perché si teme sia dannoso per la salute dell’uomo, cosa ne pensa?

“Bisogna distinguere tra gli standard delle tecnologie e le bande di frequenza in cui vengono usate, perché io posso prendere la banda attualmente usata dal 3G e usarla con le tecnologie del 5G oppure usare la banda attualmente assegnata al 5G per impianti 3G. Di fatto, le frequenze usate da 3G e 4G sono ormai sature, se vogliamo andare dietro alle richieste della clientela dobbiamo aumentare la banda.
Ora che succede: poiché se aumentiamo la frequenza diminuisce la lunghezza d’onda, nel momento in cui impieghiamo le nuove bande,  cominciamo a usare lunghezze d’onda che hanno la dimensione dei nostri organi interni, cosicché ci possono essere dei fenomeni di risonanza i cui effetti sono tutti da studiare… ma questo vale sia per l’uso del 3G, il 4G o il 5G!
Però la frequenza è uno solo dei fattori, ce n’è almeno un altro: l’energia che si irradia. Se uno mi chiede se le frequenze alte sono pericolose io posso dire che non è escludibile, se uno però si focalizza sul 5G è perché non ha capito che se io uso molte antenne abbatto enormemente l’intensità del campo rispetto al 3G e al 4G.
Nessuno si preoccupa del WI FI che ha sulla scrivania o in giro per casa, che utilizza frequenze che sono ancora più alte e ciò è ragionevole, visti i bassi livelli energetici in gioco.
Le persone che manifestano contro il 5G dovrebbero, per coerenza, prima di tutto buttare gli impianti WI FI che hanno a casa o in ufficio perché usano frequenze ancora più alte.

Altro modo per usare poca energia è fare collegamenti radio corti, quindi contrariamente a ciò che pensa l’opinione pubblica è molto meglio avere intorno a sé tante antenne, tante stazioni radio vicine piuttosto che poche lontane, perché se la stazione radio sta molto lontano deve impiegare molta più energia per raggiungermi.

Quindi bisogna separare le cose, da un lato ci sono le evoluzioni tecnologiche che tendono a consumare sempre meno energia e sono più rispettose dell’ambiente, dall’altro il fatto che se vogliamo andare appresso al consumatore e non poniamo un freno a quello che vuole ottenere, prima o poi dobbiamo usare frequenze alte perché altrimenti non c’è più spazio”.

Ma poi, dal momento in cui si comincia a fare uso del 5G, si arriverà comunque ad un consumo elevato con l’utilizzo sempre più disinvolto delle tecnologie digitali?

“Assolutamente sì, è per questo che se ci teniamo alla salute dobbiamo privilegiare una distribuzione che utilizza soprattutto fibre ottiche, affidando solamente agli ultimi metri la distribuzione col canale radio. In questo caso l’energia utilizzata negli ultimi metri è ridotta e per il resto si usa la luce su fibra. La nostra alternativa è quella”.

Lei oggi insegna alla generazione cresciuta con la realtà digitale. Se fossero stati i millennials a gestire questa crisi epidemica, crede che l’avrebbero risolta con un uso diverso e più veloce delle tecnologie a disposizione?

“Potrebbe essere! Il senior ha esperienza, ha visto tante cose però è a volte troppo prudente, il giovane non ha i freni inibitori legati alle esperienze che non sono andate a buon fine e prende alle volte strade che noi senior non seguiremmo mai, spesso arriva alla soluzione senza neanche sapere esattamente come.
Io ho dei giovani collaboratori, bravissimi, hanno finito adesso il dottorato, che trovano soluzioni che poi funzionano ma a me tocca fare quello che chiamiamo il reverse engineering, l’ingegnerizzazione alla rovescia, cioè razionalizzare e capire il principio per cui quella cosa ha funzionato e magari allargarne la visione, portarla su una scala più ampia. Allora l’esperienza non la possiamo buttar via ma a volte ci blocca e ci impedisce di reagire in modo rapido ed efficace. Per questo i team devono essere intergenerazionali. Lavorare dalla mattina alla sera con i giovani inoltre assicura ai senior una maggiore elasticità mentale”.

Non ci stupirebbe adesso se il professore avesse parcheggiato fuori una Delorean, consapevoli però che il futuro in cui torna è proprio a due passi, “Grande Giove!”

 

Patrizia Artemisio


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