

Le immagini di viaggi veri, tra la gente, attraverso gli occhi di una giovane fotografa
Andare per il mondo, viaggiare tra la gente di paesi diversi dal nostro, per poi toccare con mano la loro condizione di vita. Ma la povertà non riesce a rattristare gli occhi pieni di speranza di quelle popolazioni. Incontrare usi e abitudini lontani dai soliti canoni occidentali, e ritrovare se stessi.
Sono questi i viaggi di Rita Malizia; viaggi veri perché in mezzo alla gente per dividerne la quotidianità. I reportage fotografici della giovane fotografa, sono romantici pezzi di storia fissati in un’immagine.
Un passato da fonico cine-tv, scuola di ceramica (la sua specialità sono le lampade) e cultura; brava con l’argilla, Rita è anche attrice di teatro (gli ultimi mesi dell’anno scorso si è esibita al Tirso con Alfiero Alfieri). Un’artista a tutto campo con la grande passione per la fotografia. Sono diversi anni che espone ovunque: nell’associazione culturale come nel semplice locale. Una delle ultime installazioni l’ha fatta al Gloss, un pub di Roma in via Monte della Farina-43, e le immagini sono state “rubate”, sempre con misura e discrezione, in India e Nepal, come racconta lei stessa:
«Le foto sono state scattate in India, precisamente nel Rajastan: a Dheli, Jaipur e Pushkar. Pushkar è la cittadina che rispecchia ciò che avevo immaginato nei miei sogni di bambina, per i profumi, i colori e la gente. Gli scatti in Nepal, invece, sono di Kathmandu e zone limitrofe come Pashupatinat e Nagarkort. Quest’ultima località, per essere raggiunta, prevede ore di cammino o il noleggio di macchina con autista che ti lascia in questo posto sperduto senza corrente elettrica, sulla catena Himalayana. Lì hai tutto il tempo per sentirti un piccolo punto nel mondo, per avere paura, per guardarti dentro e per riconoscerti vicinissimo a quel cielo così azzurro, con delle nuvole che sembrano così diverse da quelle che solitamente sono sulla tua testa tutti i giorni nel tuo bel mondo occidentale».
Ho visto che hai fatto foto sia in bianco e nero che a colori.
«Una foto in bianco e nero distoglie di meno di una a colori, e quindi c’è uno stimolo in più. Però in casi eccezionali, come per esempio in occasione dei sacrifici alla dea Calì, il colore rende molto, mentre il bianco e nero appiattisce troppo».
Dietro ogni tua foto si capisce che c’è una storia, del luogo o della gente, a seconda del soggetto. In questo tuo stile di fare scatti, ti ispiri a qualcuno?
«C’è un fotografo che mi emoziona particolarmente ed è Steve McCurry. La foto della bimba afghana nel campo profughi che fece il giro del mondo nei primi anni ottanta, fu scelta dal National Geographic Magazine. Anche Steve, come me, è poco interessato alla tecnica. Dopo avere acquisito la tecnica, bisogna dimenticarla! Le facce per lui raccontano una storia. E come lui penso che quando su un volto è scavata la propria esperienza di vita, la foto che si scatta non rappresenta solo un semplice momento».
L’esperienza orientale ti ha cambiata?
«Ho visto scene in India che mi hanno fatto tornare diversa in Italia. L’attenzione nei confronti degli altri adesso è sicuramente maggiore, ma non puoi fare a meno, qui, di andare di corsa».
Hai nostalgia?
«Mi piacerebbe tornare, ma vorrei visitare posti nuovi. Mi era preso il mal di Nepal. Sono andata via piangendo per quanto mi è piaciuto, anche se penso di avere il mal di mondo, più del famoso mal d’Africa».
Perché, hai visitato anche l’Africa?
«Sono stata in Mozambico. Ho prestato opera di volontariato presso l’Asem, un’associazione per i bambini di quel paese. Ero ospite nella casa della svizzera Barbara Hoffman, fondatrice dell’associazione nata quindici anni fa. Questa gran donna andò a Maputo e Beira (è lì che ho lavorato), un centro per i piccoli dai 3 ai 15 anni, nel bel mezzo delle guerre civili. E dalla minestra offerta in strada ai bisognosi è arrivata ad offrire loro un pasto, un letto, libri, affetto, ma soprattutto, lavora ogni giorno per ridare a quella gente dignità».
La stessa dignità che Rita Malizia dimostra dai suoi scatti. Sotto le sue foto non ci sono commenti: ognuno può immaginare la storia che raccontano.
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