

Mostra di Ettore Spalletti
Il 10 maggio è stata inaugurata, all’Accademia di Francia a Roma, la mostra di Ettore Spalletti “Il colore si stende asciuga spessisce, riposa” diretta da Richard Peduzzi, curata dallo stesso artista e promossa da Graziella Leonardi Buontempo – Incontri Internazionali d’Arte. Curatrice del catalogo – Una vocazione spaziale – Adachiara Zevi.
I numerosi lavori, pensati appositamente per gli spazi di Villa Medici, sono formati da quadri, sculture e ambienti dell’artista.
L’opera di Spalletti sembra sfuggire ad ogni classificazione. Egli predilige il supporto ligneo per le sue qualità anelastiche e su di esso pone a strati della polvere gessosa unita a colore per raggiungere, per mezzo dei tempi diversi di asciugatura, una sottile modulazione.
Il colore non si amalgama alla superficie e non la ricopre, ma tende ad ispessirsi, strutturandosi come forma – colore. L’opera si colloca tra superficie ed oggetto, tra astrazione ed evocazione, tra geometria e labilità. I colori bianchi, gli azzurri caldi, i grigi sfumati, i rosa pallidi, trovano ispirazione nella luce, ma anche nei manti delle Madonne negli affreschi quattrocenteschi.
Lo stesso Spalletti ha affermato che quando usa il rosa pensa all’incarnato, un colore che è sempre mobile, che non trova mai la sua fissità, perchè vive tutti gli umori della condizione di vita spirituale, di intelligenza. L’incarnato si modifica continuamente, non è un vero colore. Anche l’azzurro dice l’artista non esiste in natura, è difficile trovare l’azzurro se non in una realtà impalpabile, che non è superficie, ma profondità.
Secondo l’artista quando si dipinge è come avvertire i raggi del sole, allora si pensa al giallo.
E il colore, come si sposta, occupa lo spazio; non vi è più la cornice che delimitava uno spazio, infatti togliendola il colore si assume lo spazio ed invade lo spazio e quando questa cosa riesce secondo Spalletti è miracolosa. Egli privilegia il linguaggio Bauhaus per gli scatti asimmetrici dei balconi e per le fessure di luce che squarciano in altezza gli edifici.
In questa mostra a Villa Medici, alle prese con lo spazio monumentale dell’Accademia di Francia, Spalletti si ritaglia i suoi spazi riconfigurandoli, si astiene o interviene con grande discrezione in alcuni punti, per concentrarsi con più forza in altri. Così lo scalone principale resta immutato, le sale al piano terra sono ricche di disegni eterei o di quadri risucchiati nel vuoto del vetro antiriflesso; mentre fodera totalmente di azzurro la stanza in cima allo scalone. L’arte di Spalletti vive di una vita propria, in virtù di una tensione metafisica tra la progettazione esteriore con un sensibilissimo trattamento artigianale ed una smaterializzazione interiore, che rende leggera ogni possibile pesantezza dell’opera. Ettore Spalletti fa parte di quella categoria di artisti che, come Malevic, Brancusi, e Morandi, affilano e depurano la realtà per poter evitare nell’opera d’arte, il riflesso quantitativo e sostanziale. Nelle sue superfici e nelle sue forme scultoree, Spalletti vuole infatti raggiugnere il massimo grado di trasparenza, grazie al quale esse assumono una funzione di orientamento nello spazio rarefatto e rimandano l’osservatore a ciò che può immaginare, dietro la realtà del colore, forma, formato e materia. L’arte di Spalletti ha inoltre un forte legame con lo spazio vitale naturale. Infatti la sua opera è il riflesso della luce dell’Adriatico, dei profili delle montagne d’Abruzzo e della suggestiva nativa Cappelle sul Tavo. Confrontandosi con l’opera di Spalletti si prova la sensazione di essere al di fuori del tempo e dello spazio, di appartenere ad una realtà completamente svuotata di sentimenti e aspetti terrestri. La sua arte è capace di destare l’artista che è nell’uomo. Secondo l’artista quanto più l’ambiente concreto della nostra esistenza è legato all’universo, tanto più è possibile parlare di concretezza; così la vita non è divisa dalla morte, il presente non è separato dal passato, l’inizio non è escluso dalla fine. La sua arte fluttua tra le due e le tre dimensioni, tra immagine e plasticità, tra realtà e astrazione, tra coinvolgimento fisico e liberazione spirituale.
Per questo motivo l’opera di Spalletti colpisce l’osservatore che è ammaliato dallo strato illusorio delle superfici, dal fragile tono dei colori, che portano l’osservatore ad immaginare oltre i colori, oltre la forma e il materiale.
Qui assume la sua importanza l’aspetto temporale. Le opere sono realizzate attraverso il tempo che è necessario con la sua tecnica dell’applicazione. Tutto quello che si muove dentro lo spirito di Spalletti si può afferrare in un momento o in un punto che è costituito di silenzio definitivo.
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