Il Pascoli di Paolo Poli in scena all’Eliseo

Per gli amanti del teatro e della poesia, “Aquiloni”, liberamente tratto dal poeta da quel “tenero fanciullino” ottantatreenne
di Francesco Sirleto - 20 Gennaio 2013

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.
S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.
S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
Petto del bimbo e l’avida pupilla
E il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

(Giovanni Pascoli, “L’aquilone” da Primi poemetti).

La pièce che, regolarmente e con cadenza annuale, ma sempre nuova, l’intramontabile Paolo Poli offre ai suoi affezionatissimi spettatori, anche quest’anno è approdata a Roma, al Teatro Eliseo che per il nostro, residente da moltissimi anni nella Capitale, è quasi una seconda casa. Sebbene io mi annoveri, con orgoglio, tra gli affezionatissimi di cui sopra, non posso far altro, ogni volta con immutata simpatia, che ringraziarlo per quanto questo autentico maestro del teatro italiano (arrivato alla bella età di 83 primavere) ha fatto e continua a fare per la sopravvivenza di un’arte che, in questi ultimi tempi, ha dovuto subire pesanti e ripetuti tagli finanziari e gratuiti oltraggi da parte delle cosiddette Istituzioni.

Dar Ciriola asporto

Per questa stagione il maestro toscano ha voluto omaggiare, con l’attuale messa in scena dall’evocativo titolo “Aquiloni”, uno dei grandi delle nostre patrie lettere: Giovanni Pascoli, nel centenario della sua scomparsa. Un Pascoli verso il quale Poli sente, con tutta evidenza, una straordinaria affinità elettiva, e del quale ha privilegiato soprattutto le liriche contenute nelle sue prime raccolte: Myricae e Primi poemetti, senza però trascurare incursioni nei Canti di Castelvecchio e in Poemi conviviali. E’ il Pascoli dell’infanzia, dei teneri ricordi familiari, della “Romagna solatia”, dell’Urbino ventoso, della dura e paziente vita dei contadini ma anche degli anni del collegio, quello che, attraverso la “teatralizzazione” dei suoi dolci nostalgici e languidi versi, l’anziano ma sempre giovane Poli ci rappresenta e ci fa rivivere in due ore di godibilissimo spettacolo, tra musiche e canzonette d’epoca ed enormi gigantografie riproducenti immagini di pittori macchiaioli ma anche disegni di artisti più recenti, in primis (e non a caso) Emanuele Luzzati, il nostro migliore illustratore di libri per l’infanzia.

Un prezioso aiuto, in questa notevole fatica, lo offrono quattro giovani cantanti-attori di notevoli qualità espressive, quali Fabrizio Casagrande, Daniele Corsetti, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco che, dimostrando di aver ben appreso la lezione del maestro Poli, entrano ed escono dalla scena nelle vesti (ogni volta diverse, così come del resto lo stesso Poli, mago dei rapidissimi travestimenti) di innumerevoli personaggi, maschili e femminili. Il tutto con maliziosa e misurata ironia e auto-ironia, leggiadria, grazia.

Considerato l’amore e il compiacimento, ma anche l’evidente lavoro di studio e approfondimento, che l’artista ha dedicato all’oggetto dello spettacolo (l’uomo Pascoli, il suo sentimentalismo, la sua poetica del “fanciullino”, la sua opera anche dal punto di vista delle innovazioni formali, il contesto sociale e storico), si ha l’impressione di un’avvenuta “immedesimazione” tra l’uomo e attore Poli e l’uomo e poeta Pascoli, che cioè il fanciullino pascoliano altro non sia che Poli medesimo, un ottantatreenne rimasto fanciullo nell’anima e nei gesti, nelle parole e nei movimenti. E, tuttavia, questo amore e compiacimento non impediscono a Poli di mettere in evidenza, sulla base di un’accurata ricerca filologica, quanto di innovativo, sul piano linguistico-formale, vi è nel lessico, nella costruzione del verso e nei valori espressivi della poesia pascoliana; quelle innovazioni che, sebbene assorbite o tenute nel debito conto dalle prime avanguardie novecentesche, soltanto nella seconda metà del XX secolo sarebbero state riconosciute e valorizzate dalla critica militante; così come, dalla stessa critica, sarebbero stati attribuiti, al poeta di Barga, meriti anche di carattere civile ed educativo. A tale ultimo proposito, vale la pena di rileggere alcune righe di un poeta e critico di notevole spessore quale il compianto Edoardo Sanguineti, il quale, nell’introduzione alla raccolta antologica Poesia italiana del Novecento, scrisse del Pascoli: “…che ha pur saputo insegnare alla nostra piccola borghesia, cinicamente inurbata e tutta vergognosissima delle proprie radici rurali, per sé capace soltanto del culto del colletto bianco, il solo suo possibile tratto umano: una veramente ctonia e primitiva pietà per i morti, superstiziosa e morbosa quanto si voglia, e nelle città tentacolari profondamente spaesata, ma generatrice almeno di potenti allucinazioni e di strazianti deliri…”.

In definitiva uno spettacolo, quello messo in scena dall’immarcescibile Poli, che non mira soltanto al giusto divertissement del suo fedelissimo pubblico, ma anche, educativamente, alla conoscenza delle nostre radici e della nostra, elevata o meno elevata, cultura nazionale. E il tutto è presentato con la consueta leggerezza e soavità, con quel garbo e quel sorriso che costituiscono l’autentica cifra artistica di un grande maestro del teatro italiano. 


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