

Una rilettura del capolavoro di Collodi è sempre benefica e ci fa capire alcuni aspetti connaturati profondamente in noi
Quella che segue è una mia rilettura del 25 dicembre 2015 del capolavoro di Collodi. Oggi (8 ottobre 2018) alle 18:30 con altri amici sarò ad un evento che si terrà presso la Farmacia Federico (via Prenestina 692) del Galet (Gruppo di Ascolto Letterario) in cui i partecipanti, conferendo un proprio libro preferito, motiveranno sinteticamente il perché ne è consigliabile la lettura.
Poiché ho scelto come mio libro preferito Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, mi è sembrato di una qualche utilità proporre ai nostri lettori questa mia rilettura, e allegare il link del libro, per chi non ne possedesse copia.
Risulteranno evidenti oltretutto i riferimento all’attualità del momento politico che stiamo attraversando.
Chi sa da quanto tempo non leggevo Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. Confesso che, oltre che divertente, l’ho trovato stimolante e sorprendente ed utile per comprendere tante cose dei nostri comportamenti italici e il come andavano (ai tempi di Collodi) e continuano ad andare le cose in Italia.
Tutti noi siamo stati dei Pinocchi, incuranti dei buoni consigli dei genitori e delle persone sagge e sperimentate (i grilli parlanti), salvo riconoscerne la bontà dopo averne discapitato (facendo esperienza, cioè battendo la nostra testa abbiamo capito che il muro è duro).
Riconoscersi simili al burattino è, a un primo impatto sgradevole, perché riteniamo, a torto, di non condividerne limiti, difetti e vizi. In particolare quello di raccontare a se stessi ed agli altri delle autentiche frottole che fanno dilatare il nostro naso e ci mettono a disagio con la nostra personale considerazione che ci vorrebbe perfetti e diversi da quel malandrino di Pinocchio. E diversi dalle diverse categorie sociali (italiane, italianissime) che vengono di volta in volta “pizzicate” in fallo dal Collodi.
L’Italia, ci ricorda Collodi, è un luogo dove i delinquenti la fanno franca e le persone oneste vanno in galera al posto dei malfattori (vedi Pinocchio che denuncia di essere stato truffato e derubato dei suoi soldi dal Gatto e la Volpe.
Il capitolo XIX si intitola; Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro, e per gastigo, si busca quattro mesi di prigione.
(…) Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dètte il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì chiedendo giustizia.
Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e sonò il campanello. A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
— Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque, e mettetelo subito in prigione. —
Per fortuna lo salva un’amnistia concessa a seguito di una vittoria conseguita dal giovane imperatore della città Acchiappa-citrulli. E per fortuna pretesti per amnistie nel Bel Paese non sono mai mancate.
I medici e i tecnici in generale non si sbilanciano ma sono pronti a fornire una diagnosi, riservandosi però la diagnosi contraria, come quando Pinocchio appare quasi morto dopo essere stato impiccato.
(…) E i medici arrivarono subito uno dopo l’altro: arrivò, cioè, un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante. — Vorrei sapere da lor signori — disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio — vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia vivo o morto!… — A quest’invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a Pinocchio, poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:
— A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo! — Mi dispiace — disse la Civetta — di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero.
— E lei non dice nulla? — domandò la Fata al Grillo-parlante.
— Io dico che il medico prudente, quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto. Del resto quel burattino lì, non m’è fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo! —
(…)
A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorché, sollevati un poco i lenzuoli, si accòrsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.
— Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione — disse solennemente il Corvo.
— Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega — soggiunse la Civetta — ma per me quando il morto piange, è segno che gli dispiace a morire. —
Non è solo Pinocchio ad essere un credulone anche noi italiani crediamo troppo spesso ai miracoli. E affidiamo le nostre sorti ad improbabili salvatori della patria.
(…) Pinocchio andò alla gora, e perché non aveva lì per lì una secchia, si levò di piedi una ciabatta e, riempitala d’acqua, annaffiò la terra che copriva la buca. Poi domandò:
— C’è altro da fare?
— Nient’altro — rispose la Volpe. — Ora possiamo andar via. Tu poi ritorna qui fra una ventina di minuti, e troverai l’arboscello già spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. —
Il povero burattino, fuori di sé dalla gran contentezza, ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo.
— Noi non vogliamo regali — risposero que’ due malanni. — A noi ci basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo contenti come pasque.
— Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro.
Il neretto è mio. Come non pensare ai tanti connazionali che si fidano per i loro investimenti delle rassicurazioni dei tanti dottor Gatto e dottor Volpe di cui è piena l’Italia? Le ultime vicende di Banca Etruria sono lì a testimoniarlo.
Il cane Melampo invece di custodire il pollaio del padrone, si fa facilmente corrompere dalle faine…
Quanti italiani reggono la borsa o fanno da palo ai ladri? Salvo poi affermare che sono i politici a rubare, che sono gli altri che rubano. Insomma, la colpa se ci troviamo con duemila miliardi di deficit pubblico (ora sono 2,300, aggiornamento), sono stati gli altri a farlo (e le pensioni truccate? e il consumo mostruoso di ricette e medicinali? e i privilegi di categoria pagati da tutti? e l’approvazione con il voto ai politici autori di leggi allegre e spendaccione, chi lo ha dato?).
La gente che si fa i fatti suoi e abbandona Il compagno di Pinocchio in fin di vita ferito viene abbandonato dai compagni e la gente accorsa deplora, commenta e se ne va (tanto qualcuno ci penserà…)?
Geppetto sta per annegare e cosa fa la gente?
(…) E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, perché si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro; ma il mare era tanto grosso, che gl’impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra. Tutt’a un tratto venne una terribile ondata, e la barca sparì. Aspettarono che la barca tornasse a galla; ma la barca non si vide più tornare.
— Pover’omo — dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, si mossero per tornarsene alle loro case.
Quand’ecco che udirono un urlo disperato, e voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in mare gridando:
— Voglio salvare il mio babbo! —
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott’acqua, portato dall’impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d’occhio e non lo videro più.
— Povero ragazzo! — dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, tornarono alle loro case.
E noi italiani di quante omissioni di soccorso siamo protagonisti?
E noi italiani come ci comportiamo rispetto al mitico Paese delle Api industriose? Come Pinocchio che solo la fame costringe a lavorare? Oppure no?
(…) Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un vagabondo, nemmeno a cercarlo col lumicino.
— Ho capito; — disse subito quello svogliato di Pinocchio — questo paese non è fatto per me! Io non son nato per lavorare! — Intanto la fame lo tormentava; perché erano oramai passate ventiquattr’ore che non aveva mangiato più nulla; nemmeno una pietanza di vecce.
Che fare?
Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po’ di lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccon di pane.
A chiedere l’elemosina si vergognava: perché il suo babbo gli aveva predicato sempre che l’elemosina hanno il diritto di chiederla solamente i vecchi e gl’infermi. I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d’età o di malattia, si trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l’obbligo di lavorare: e se non lavorano e patiscono la fame, tanto peggio per loro.
Come Pinocchio di continuo e soprattutto in casi estremi promettiamo di redimerci e di assumere comportamenti virtuosi… Ma…
(…) Pinocchio promise e giurò che avrebbe studiato, e che si sarebbe condotto sempre bene. E mantenne la parola per tutto il resto dell’anno. Difatti agli esami delle vacanze, ebbe l’onore di essere il più bravo della scuola; e i suoi portamenti, in generale, furono giudicati così lodevoli e soddisfacenti, che la Fata, tutta contenta, gli disse:
— Domani finalmente il tuo desiderio sarà appagato!
— Cioè?
— Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo perbene. —
Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto sospirata, non potrà mai figurarsela. Tutti i suoi amici e compagni di scuola dovevano essere invitati per il giorno dopo a una gran colazione in casa della Fata, per festeggiare insieme il grande avvenimento: e la Fata aveva fatto preparare dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di dentro e di fuori. Quella giornata prometteva di riuscire molto bella e molto allegra: ma… Disgraziatamente, nella vita dei burattini, c’è sempre un ma, che sciupa ogni cosa.
E che dire del Paese dei Balocchi? Non continuiamo forse a sognarlo?
(…) — Vado ad abitare in un paese… che è il più bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!…
— E come si chiama?
— Si chiama il «Paese dei balocchi». Perché non vieni anche tu?
— Io? no davvero!
— Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri: lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!…
Ma poi i sogni svaniscono all’alba e ci si ritrova trasformati in ciuchini e si finisce per rischiare di fornire la pelle a un tamburo.
Ma Pinocchio ha un lato buono che lo salva e così la favola finisce finalmente in gloria e il buon cuore del burattino trova un’insperata via di salvezza. E tutti vissero felici e contenti.
Speriamo anche noi.
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