Il rogo di Pomezia e alcuni interrogativi

Perché non si costruiscono i centri ecologici regionali, finalizzati a chiudere il ciclo, che dal 1982 non hanno mai visto la luce, a causa di un mancato dialogo costruttivo tra le istituzioni preposte e la ritrosia delle comunità?
Ettore Visibelli - 10 Maggio 2017

Il problema dei rifiuti in Italia è annoso e data fin dall’uscita della prima legge che ha cercato di regolamentarne la produzione, il trasporto, lo stoccaggio e lo smaltimento. Era il 1982 e la legge fu subito affrontata dai principali produttori di rifiuti, principalmente i comuni – con in cascata province e regioni –  le industrie, con i loro rifiuti speciali o tossici e nocivi e le strutture ospedaliere e assimilate con quelli che la legge normava sotto la voce “ospedalieri”. Un capitolo a parte era dedicato alla raccolta e lo stoccaggio delle scorie radioattive. Negli ambienti di pertinenza, la legge prese subito il nome di 915, così come l’altra, che concerneva la depurazione delle acque reflue, correva di bocca in bocca come la Merli, dal cognome del suo estensore, o più raramente la 319, utilizzando il numero che la contraddistingue come decreto legislativo approvato nel 1976.

Ma torniamo ai rifiuti. Se la 915 imponeva regole severe e inderogabili ai produttori del rifiuto, riservava parimenti alle regioni l’obbligo di predisporre autorizzati trasportatori e individuare dove costruire adeguati centri di stoccaggio e impianti di smaltimento, selezione o riutilizzo, a disposizione del produttore per l’adempimento della legge. In breve le sanzioni sul produttore inadempiente sono calate ogni volta che la magistratura ha individuato una qualsiasi infrazione nel rispetto della legge, ma niente è stato fatto per obbligare le regioni – o le province delegate – a individuare e predisporre le aree per la realizzazione degli impianti di stoccaggio, riciclo e/o smaltimento dei rifiuti. La conseguenza è stata il proliferare del triste fenomeno, che si è sviluppato negli anni, conosciuto come ecomafia.

Oggi, dopo il tragico rogo di Pomezia siamo qua a chiederci:

  • perché esistesse ancora amianto nella copertura di quel capannone adibito a stoccaggio di rifiuti, classificati speciali e non tossici e nocivi (e mi auguro che davvero rientrassero tutti nella categoria). Anche se non friabile ed esposto all’aria, in un ambiente già a rischio per il contenuto di rifiuti, la presenza di amianto nella copertura è un ulteriore fattore di rischio che doveva essere evitato.
  • perché il capannone abbia preso fuoco (doloso, fortuito … per corto circuito da impianto non a norma?..): ancora non lo sappiamo e spetta stabilirlo agli organi investigativi e alla magistratura, così come spetta loro accertare che l’impianto elettrico fosse certificato a norma, nonché indagare se possa esistere qualcuno, coinvolto nella faccenda, da avere avuto l’interesse a che l’incendio smaltisse, per combustione indotta, un quantitativo di rifiuti, il cui ricollocamento – o riutilizzo – avrebbe comunque comportato un costo.
  • perché in definitiva si dia così importanza al rischio amianto, sicuramente nocivo a chi è addetto alla sua produzione o diretto contatto nell’utilizzo, ma poco probabile per una esposizione casuale a piccole, possibili quantità, quando, a mio parere, sono molto più preoccupanti le diossine, potenzialmente producibili in una combustione incontrollata, dove il materiale che l’ha alimentata era rappresentato da plastica, carta e chissà da quant’altro, in un quantitativo di rifiuti speciali, di varia natura e, per loro definizione, difficilmente omogenei al loro interno. Quest’ultima è una supposizione, ma altrettanto condivisibile.

Se vogliamo che il nostro Paese si allinei con quanto viene fatto in quasi tutti gli altri Stati Europei, sarebbe giunto il momento che il problema dei rifiuti fosse affrontato una buona volta con i fatti e non con le parole. Al di là di dizioni stereotipate e abusate come: terra dei  fuochi o ecomafia, sarebbe l’ora che si facesse un controllo capillare sulla produzione, stoccaggio, smaltimento o riciclo del rifiuto, costruendo, di pari passo, quei centri ecologici regionali, finalizzati a chiudere il ciclo, che dal lontano 1982 non hanno mai visto la luce, mancando soprattutto un dialogo costruttivo tra le istituzioni preposte e la ritrosia delle comunità.


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