Il sovraffollamento dei drive-in per i test Covid, le attese, le soluzioni previste

Intervista al dr. Valerio Mogini referente della Croce Rossa Italiana
Patrizia Artemisio - 12 Ottobre 2020

Il virus sta di nuovo inscatolando individui e famiglie. Anche stavolta c’è un’Italia coraggiosa che aiuta, una prudente appoggiata alle regole, una ipocondriaca che assilla il medico di base, e c’è l’Italia sospettosa che, terrorizzata dal rischio d’impresa, oltre che da quello della malattia, necessariamente nega. Quest’ultima, di sicuro, non leggerà questo articolo. Con la prima invece tentiamo di scriverlo.

Chiediamo infatti al dr. Valerio Mogini, referente per le emergenze sanitarie della Croce Rossa Italiana, cosa sta accadendo nei drive-in di Roma, dove le attese per sottoporsi ai tamponi Covid sono oramai inverosimili.

“C’è stato un incremento nel numero di utenti, dovuto all’aumento dei contagi che con l’apertura delle scuole in parte era previsto, tant’è che i drive-in hanno la funzione di dare supporto alle operazioni di test proprio per liberare un pochino gli ospedali.
Però l’afflusso è stato molto molto intenso in questi giorni quindi le strutture, per quanto preparate, devono essere sicuramente ampliate.
La Regione Lazio sta andando in questa direzione, si prevede il rafforzamento dei drive-in esistenti, la creazione di nuovi drive-in e il supportare con ulteriori risorse il sistema”.

Quali sono attualmente i drive-in più affollati?

“È difficile da dire, sono tutti abbastanza affollati, ognuno poi con le proprie caratteristiche ma tutti quanti hanno avuto un aumento forte dei numeri”

Per quale motivo non si utilizzano ancora i test rapidi o quelli salivari negli ambulatori? 

“Innanzitutto i salivari sono allo studio e alla validazione che è in corso nella Asl RM3 con la collaborazione del San Camillo e dello Spallanzani, quella sarà una ulteriore arma soprattutto per i più piccoli.
La Regione Lazio al momento ha autorizzato i laboratori ad effettuare tamponi, inclusi gli antigenici rapidi e c’è un piano per dotare anche i medici di medicina generale dei tamponi. E’ ovvio che il drive-in rappresenta una realtà di maggiore sicurezza, garantisce che le persone non vengano in contatto tra di loro perché stanno nelle rispettive automobili.
Eseguire i tamponi Covid presso gli studi dei medici di medicina generale è una soluzione per raggiungere più capillarmente i territori ma significa andare a fare i test in luoghi frequentati da altre persone. Bisogna studiare bene le norme per renderli sicuri al massimo”.

Per test antigenico rapido cosa si intende esattamente, qual’è la modalità di esecuzione?

“È un tampone, si fa nello stesso modo ma anziché andare a ricercare il materiale genetico del virus si ricerca il virus attraverso gli antigeni che il virus ha. La modalità di esecuzione è la stessa”.

Qual è l’età media delle persone che si sottopongono al tampone Covid, più adulti o più ragazzi?

“Nei drive-in abbiamo più ragazzi perché li indirizzano le scuole che magari hanno avuto un caso, e popolazione adulta, ma sostanzialmente giovane.

Questa però è una caratteristica del drive-in perché magari l’anziano non ha la patente, l’anziano si rivolge ad una struttura protetta come l’ospedale per una serie di motivi oppure viene supportato domiciliarmente da quelle che sono le unità della Regione”.

Quanto tempo si deve attendere in media per il risultato?

“A Fiumicino con l’antigenico il tempo di attesa è di 30 minuti. Per quanto riguarda i molecolari ci sono tempi maggiori perché c’è una processazione che è più complessa e l’utilizzo di macchine che hanno dei limiti operativi, nel senso che si può analizzare un numero di tamponi e ovviamente poi bisogna aspettare il tempo della macchina, della strumentazione”.

Il test antigenico viene fatto soltanto negli aeroporti?

“No, in aeroporto avviene all’interno del drive-in di lunga sosta che comunque è accessibile a tutta la popolazione ed anche in altri drive-in adesso stanno cominciando ad affiancare al molecolare il test rapido”.

Quando il risultato è positivo si viene avvertiti prima degli altri?

“Questo dipende dalla singola Asl, è ovvio che c’è una maggiore attenzione, laddove i numeri sono elevati e bisogna fare una scelta su chi avvertire prima, si tende a comunicare prima la positività per questioni di salute pubblica e di ordine pubblico.
E’ anche vero però che, ad esempio, noi che facciamo gli antigenici magari facciamo il molecolare solo ai positivi, cioè a coloro che vengono indicati come sospetti o fortemente sospetti di positività, e quindi vengono processati con una velocità differente”.

In questo periodo qual’è l’impegno maggiore della Croce Rossa di Roma?

“Croce Rossa Roma da un grande supporto nei drive-in ma anche negli aeroporti e nei porti per lo screening delle temperature, questa è un’attività che non si è mai fermata da febbraio. Poi continua a dare un grande supporto a persone che vivono un disagio sociale”.

Qual è stato il momento più difficile?

“Il momento pandemico di marzo e aprile è stato il più duro. Siamo stati coinvolti in attività che andavano dal supporto a medici e infermieri negli ospedali del nord Italia al fornire farmaci e beni di prima necessità ad anziani che non potevano uscire o persone in quarantena, provvedevamo ai trasporti in biocontenimento, … l’azione era molto vasta, lo è ancora ma in quel momento c’è stato un tentativo di coprire le esigenze a 360 gradi senza mai dimenticare quelle di chi si trovava in condizioni di difficoltà sociale e di altro tipo”.

Crede sia utile l’ultima disposizione che impone la mascherina all’aperto?

“La mascherina chirurgica sicuramente ha un ruolo nel contenere e nel diminuire la portata dell’epidemia e penso che sia giustissimo anche l’utilizzo in ambiente aperto. Al di là dell’utilità stretta in merito al fatto che uno sta all’aperto e magari può anche camminare da solo, diventa un reminder più forte per indossarla nei luoghi chiusi. Purtroppo siamo portati pian piano a rilassarci su quelle che sono le disposizioni, a sottovalutare il rischio ritrovandoci in una realtà di tolleranza, di abitudine e questa disposizione riporta tutti alla necessità di non abbassare la guardia. Sono assolutamente a favore di questa decisione”.

Cosa pensa delle manifestazioni dei negazionisti?

“Innanzitutto bisognerebbe ridefinire il termine perché il negazionismo prevede una sorta di speculazione sul fatto che qualcosa esista o non esista, questa non è una realtà che si può porre alla validazione del ragionamento umano. La realtà non può essere sottoposta a negazionismo: le evidenze sono evidenze. E’ sbagliato concedere il beneficio del dubbio su questo.
Penso che sia una azione totalmente irresponsabile ed egoista. Questo è un momento difficile per tutti e l’unico modo per arrivare alla fine è utilizzare il buon senso, rispettare le regole e aiutare gli altri”.

Ricorderemo quest’anno che ha segnato le vite di tutti, ognuno a combattere, schivare o deridere, nella propria individuale trincea, l’avversario invisibile. Va da sé che, sebbene non sia una guerra, così come definita nei libri di storia, chiunque sia il nemico, non è rompendo le file che vinceremo.


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