Incontro con Antonio Debenedetti

Intervista allo scrittore-giornalista nella sua casa al centro di Roma. Preziosi consigli sulla “professione più bella al mondo”

Probabilmente è uno tra i siti più belli della capitale. Sicuramente, insieme al Colosseo, è il più conosciuto. Ogni giorno migliaia di turisti in visita a Roma, calpestano i sampietrini della sua piazza, che fanno da contorno alla fontana più grande della città eterna. Le immagini del bagno di Anita Ekberg dentro Fontana di Trevi, nel capolavoro di Fellini, La dolce vita, hanno fatto il giro del mondo.

E proprio vicinissima a questa magica Piazza dei Trevi, c’è la casa, dai soffitti altissimi e dagli ambienti invasi dai libri, di Antonio Debenedetti. Da lui potremo avere preziosi consigli sulla professione giornalistica.

Giornalista e scrittore – collabora da molti anni con il Corriere della Sera; ha vinto il Premio Viareggio, il Premio Pavese e il Premio Napoli – torinese di nascita, ma da sempre a Roma, per lui “la città della vita”, Antonio Debenedetti è figlio di Giacomo, il primo critico letterario italiano del Novecento, come l’ha definito Gianfranco Contini.

Grazie al padre, Debenedetti ha frequentato giovanissimo personaggi come Moravia, Saba, Montale e Savinio.

«Moravia era amico di mio padre – ha raccontato in una precedente intervista – Lo conobbe molto presto. Già nel ventinove veniva appositamente a trovarlo a Torino. Da bambino conoscevo lui e la Morante».

Di personaggi importanti Antonio Debenedetti ne ha incontrati molti. All’Università fu allievo di Giuseppe Ungaretti.

«Una delle figure più straordinarie che ho conosciuto – ci dice – è stato Fellini, anche se il più bel ritratto di mio padre lo fece Pasolini. Ho molto amato anche Montale, ma non come persona. L’altro fu Moravia. Fellini era un vero poeta, ma molto strano come uomo. Strepitoso attore, parlava sempre di sé. Una volta gli feci una domanda su America di Kafka. Lui mi rispose spiegandomi il perché non avesse mai fatto Kafka. In un’altra occasione gli domandai cosa fosse il sesso per lui. Mi raccontò che all’età di otto-nove anni a Rimini, viveva vicino a un convento di suore. Un giorno vide una serva intenta a sbucciare patate. La serva indossava un grembiule nero. Corse verso di lei e l’abbracciò. Ecco – mi disse – il sesso per me è quel grembiule nero col forte odore di patate».

Debenedetti appartiene ad un giornalismo pionieristico. Quando ha iniziato a scrivere il computer non c’era e il giornale si costruiva in maniera artigianale. Ha vissuto i tempi del giornalismo eroico, da “È la stampa, bellezza, la stampa”, quello descritto ne L’ultima minaccia, il film del 1952 con Humphrey Bogart.

«Il giornalismo si impara con la pratica – prosegue Debenedetti – E il vero giornalismo si fa nella cronaca. La terza pagina, quella di cui io mi occupo, inventata alla fine del Settecento da La Gazzetta di Parma, arriva da ultima. Solo conoscendo l’altro giornalismo si può scrivere bene di giornalismo culturale. Nella cassetta degli attrezzi di un buon giornalista non deve mai mancare un’ottima rubrica telefonica, con tutti i numeri di telefono e i riferimenti degli informatori. È importante creare una rete di amicizie. E soprattutto, bisogna meritarsi una riconosciuta affidabilità. Per avere mercato un giornalista di terza pagina deve scrivere in modo vivace, cogliendo aspetti diversi. Per esempio, D’Annunzio ha scritto molti articoli, ma erano di due tipi: la descrizione del sacco di Roma, con gli alberi tagliati e la speculazione edilizia; e poi giornalismo mondano con il racconto di una serata in casa dell’aristocratico di turno».

«Un bravo giornalista – conclude Debenedetti – dovrebbe avere coraggio e anticonformismo. Montanelli e Pasolini ce l’hanno avuto. E l’hanno imposto. Il giornalismo è un mestiere etico, una scelta morale. Deve riferire il vero, ricordando sempre che è il vivere che cambia le cose.

E scrivere, è vivere».

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