Betta Cianchini: “Aiutatemi a bloccare il mio spettacolo sul femminicidio”

La regista romana impegnata a portare in scena il fenomeno della violenza sulle donne con lo spettacolo"Storie di Donne Morte Ammazzate"
di Maria Giovanna Tarullo - 7 Gennaio 2014

In Italia la prima causa di morte per le donne non è la malattia, non è un incidente, ma la morte per mano di un padre, di un marito, di un fidanzato o di un ex compagno. Un fenomeno che negli ultimi anni ha preso il nome di “femminicidio”, una parola che nasconde sofferenza, umiliazione e talvolta vergogna nel denunciare il proprio aguzzino.

La regista e speaker radiofonica Betta Cianchini ha voluto portare alla luce proprie queste storie , quelle di “donne morte ammazzate”, con l’intenzione di mantenere viva l’attenzione su questo triste fenomeno. Abitare A Roma ha intervistato la Cianchini per scoprire cosa l’ha spinta ad avvicinarsi a questo argomento e capire, attraverso le parole di una donna che ha deciso di spendere le sue forze per altre donne in difficoltà, la vera natura del femminicidio comprendendo in quale maniera contrastare questo problema dalle radici.

Betta, da dove nasce l’esigenza di portare i problemi delle donne sul palcoscenico?

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Ecco, direi che “istintivamente”, anzi “fisiologicamente”, mi sono sorpresa a scrivere di donne. Ma non solo per le donne. Credo che scrivere di donne sia importante se pensiamo che a dover intercettare questi scritti e queste parole siano donne e uomini. In Italia si rischia di chiudersi, io invece credo che da donna sia importante “usare” anzi far buon uso di una delle nostre prerogative e cioè quella di accogliere e quindi di comunicare a più vasto raggio.

E poi perché in Italia c’è tanto da fare per le donne. E quindi io prendo spunto dalle storie che ho accanto, dalle mie, da quelle delle donne che intervisto, che vedo e che magari sono in difficoltà. Mi interessa la strada. Mi interessano le storie vissute da tutte e da tutti. Mi interessano le storie che “odorano” di qualcosa. Poi da quando sono mamma diciamo che tutto questo è diventato ancor più urgente.

Vuoi raccontarci come ha preso vita “Storie di Donne Morte Ammazzate”?

E’ nato dal primo monologo, la scrittura del quale risale a circa 2 anni e mezzo fa o forse più. Un monologo ironico e divertente, quasi un “one woman show” che … diventa un noir. Un’ ex moglie si innamora di un’ altra ex moglie. Le due si incontrano, si scoprono, si innamorano e diventano una nuova coppia. Sono felici. Ma l’ex marito di Maria non ci sta. Inizia a diventare sempre più pesante, da stalker diventa carnefice. Il cornuto – la felicità della sua ex – non la vuole vedere “nemmeno su cartolina”.

Tanta ironia e alla fine tanto disorientamento. Perché così è la vita bastarda di tante “femmine” uccise. Alcune di loro vivevano una vita normale. Alcune erano felici. Se l’urgenza di parlare di una donna omosessuale è vivamente sentita da una donna etero, allora una rete “diversa che mira all’unione” è possibile. E’ nato da questo. E poi è diventato urgenza di studio, di capire, di intervistare. Soprattutto capire il rimando del fenomeno da parte degli uomini. E sono felice che tanti uomini siano venuti a vedere gli spettacoli e che in tanti poi mi scrivano. Questo è l’humus fertile. Questo è ciò che che fa la differenza. Davvero.

1379454_1390340281202771_1956306628_nPer mettere in piedi questo spettacolo hai raccolto numerose testimonianze, ma poi ne hai scelto solo 12. C’è una storia che non sei riuscita ad inserire, ma che desidereresti far conoscere? Qual è il racconto che il pubblico ha dimostrato di apprezzare maggiormente?

Dunque, nel frattempo le storie sono diventate 18… perché purtroppo la cronaca ci impone di mantenere alta l’attenzione su questo fenomeno. Devo dire che ogni storia ha un taglio doveroso, sociale, culturale, economico. Sono stata attenta a creare dei puzzle. Ogni storia è proprio un intreccio di storie vere. Non amo le operazioni di sbattere una storia vera su un palcoscenico a meno che non sia richiesta dalla stessa donna in questione. Mi sembrerebbe di profanare una vita che di profanazione e soprusi ne ha già vissuti tanti e troppi.

Quindi ognuno nel suo intimo si fa toccare di più da una o da un’altra storia. Ma la cosa sconcertante è che tutte le donne mi dicono le stesse cose e cioè che anche se non sono mai state vittime direttamente e fortemente di violenza, qualcosa dentro di loro grida come se nel Dna di ognuna di noi ci fosse una violenza atavica, ancestrale, antica e sempre viva, subita e reiterata. Che è nelle piccole cose, nei piccoli gesti e nelle micro-violenze invisibili quotidiane. Sto per scrivere delle storie con delle poliziotte come protagoniste. Le donne della polizia, dei centri antiviolenza, loro sì che se la vivono tutta sulla loro pelle. Loro dobbiamo raccontare. E chi ce la fa. Questo è ciò che sto scrivendo ora.

Da “Dignità Autonome di Prostituzione” a “Post Partum” arrivando a “Storie di Donne Morte Ammazzate”. Qual è stato lo spettacolo che ti ha dato più emozioni? 

Diciamo che tanto di me è nato da e con Dignità. L’idea di scrivere per una prostituta, anzi per una italiana che fa finta di essere una slovacca che “funziona” di più per strada, una guerra tra poveri all’ultimo cliente, mi ha aperto degli scenari immaginifici seducenti da scoprire e studiare. L’idea di DADP che ho condiviso con il regista Melchionna che è davvero uno stakanovista del teatro (oltre ad essere un compagno di viaggio importantissimo) è un’idea che parte dalla meritocrazia. E cioè da ciò che ci meritiamo a seconda di ciò che noi valiamo. La stessa cosa dovrebbe accadere per lo Stato.

Io pago le tasse perché dei funzionari pagati da me gestiscano la “cosa pubblica” all’altezza del nome della stessa. Ma quando ti scontri con i servizi lì è la fine. Ma il problema è che la realtà supera il miglior copione e la migliore commedia. E’ da queste esperienze che sono nati gli spettacoli teatrali Post Partum, Dolce attesa per chi? (regia di Marco Maltauro) e di seguito Ansia da prestazione paterna… (a cura di Lorenzo Gioielli) realizzati attraverso inchieste, interviste, video inchieste che mi hanno permesso di capire la nostra italianità, il nostro “fregare, fare e avere prima e a scapito degli altri, la nostra meschinità” che ci porta a gesti truffaldini e melliflui. Tutti i miei lavori diventano soprattutto cose vive che hanno vita per se. Questo mi piace molto. Condividere e fare in modo che quella cosa che tu hai scritto è altro da te perché così deve essere altrimenti l’ego e il narcisismo dell’opera prende il sopravvento e non potrà mai arrivare chimicamente a tutti ed espandersi. E le forme di comunicazioni parateatrali mi interessano molto.

Ti senti legata ad una figura particolare rappresentata nei tuoi lavori?

Anya (la prostituta di Dignità) l’ho pensata in una macchina, la mia! E una performance in macchina sembrava assurda all’inizio. Ora è diventata una cosa assolutamente normale per me e non potrebbe essere altrimenti. Come gli spettacoli in luoghi non convenzionali. Ad esempio a Jesi abbiamo messo in scena uno spettacolo in teatri splendidi ma anche alla Coop di Jesi, in un negozio sfitto, per la strada. E il regista Alessandro Machìa (il regista di Storie di donne) ha trovato intrigante allestire le scene alla Coop quanto nello splendido teatro Valeria Moriconi (con Federica Quaglieri e Gabriele Guerra). Non saprei. Ogni spettacolo è una botta chimica e adrenalinica diversa, davvero non so rispondere.

fotoLeCollBetta (1)Rimanendo sul tema delle difficoltà delle donne nella società, tu sei attrice e speaker radiofonica, hai mai provato la sensazione di essere discriminata nel tuo lavoro rispetto ai tuoi colleghi uomini?

C’è un sessismo che scorre nelle vene dell’uomo contemporaneo. Spesso anche quelli più illuminati non ne sono scevri. E’ così. C’è. Lo respiri. Si insinua. Persiste. Ovunque. Donna = una personcina che meglio se “carina”… che romanticamente ascolta e dovrebbe essere accomodante. Insomma per non essere retorica, ci sono milioni di anni di storia. E’ dura da abbattere. (Il delitto d’onore è stato abrogato solo anni fa, il voto alle donne è recentissimo!!)

A tuo parere da dove si dovrebbe partire per mutare il malsano pensiero che l’uomo diventa proprietario e padrone della sua donna?

L’imprinting culturale è l’unica “arma bianca”. Dalle materne. Dalle scuole. Ne sono certa. E’ da lì che inizia tutto. Non ho ricette, ma so che è un fenomeno trasversale, culturale, strutturale, che non conosce differenze economiche, sociali e culturali. Le risposte e i pensieri catturati per strada la dicono lunga. Ragazzi di 17 anni che rispondono con un inquietante “io sono un uomo, (?????) capisci che se mio padre tradisce, è un conto ma se tradisce mia madre o la mia ragazza, è diverso, sono contro la violenza ma non so cosa farei!”. Gli uomini “violenti” sono stati prima di tutto figli, fratelli ma anche alunni. E l’educazione, come l’esempio in famiglia e a scuola, fanno la differenza.

Da donna e mamma quale messaggio ti senti di dare a tutte quelle donne che ogni giorno subiscono violenze e rinunciano per paura o troppo amore a denunciare il loro carnefice?

Avere paura è la gabbia. Che le chiuderà per sempre in una morsa feroce. E’ difficile ma bisogna chiedere aiuto, aprirsi ,parlare. Le mamme tendono spesso a dire “è il padre di mio figlio, cambierà, dovrà cambiare per forza”. Invece bisogna pensare “proprio perché è il padre di mio figlio, per mio figlio devo scappare”. La storia di Marina, una donna che con l’Associazione Punto D (associazione di cui faccio parte e con cui organizzo tutti i miei progetti) vogliamo sostenere, deve essere di grande esempio.

1525124_10202423146490222_1173911733_nDove incontremo nei prossimi mesi Betta Cianchini e le protagoniste di “Storie di Donne Morte Ammazzate”?

Grazie della domanda. Con lo spettacolo Ansia da Prestazione Paterna – Corsi Preparto ed altre pappe mentali di un neo papà scritto da me, con Andrea Lolli e a cura di Lorenzo Gioielli, sarà al Teatro Duse  fino al 12 gennaio…E’ uno spettacolo molto comico ma che fa riflettere molto. E con Storie di donne morte ammazzate arriveremo il 20 ed il 21 febbraio al Teatro Quarticciolo e ovviamente stiamo girando per l’Italia presto la Sicilia, Gaeta, le Marche. A Roma ritorniamo a farlo a domicilio.

Le storie intanto continuano ad aumentare, una serie che prevede 365 storie. Storie di donne uccise. Una al giorno. Un perfido Memento. Storie che verranno rappresentate da tante attrici diverse e tante registe diverse. 365 storie che trarranno spunto dalla cronaca italiana. Un made in Italy di origine macabra e non controllata. Continuerò a scrivere finchè verrà uccisa – in un anno – anche una sola donna in Italia. Il primo anno che vedrà il suo 365° giorno scevro da casi di femminicidio finalmente sarà l’ultimo anno di spettacolo che verrà così sospeso. Aiutateci a bloccare questo spettacolo!


Commenti

  Commenti: 2


  1. Sparare numeri a caso. Il femminicidio è la prima causa di morte delle donne? Ma dove? Minchiate in libertà


  2. Ma veramente non vi vergognate a sparare boiate del genere? Più donne uccise da uomini che morte, per esempio, di tumore?

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