Jean Michel Basquiat, l’arte come ricomposizione del sé

Foto di Federico Ridolfi

Dopo la tappa di Santander arriva a Roma, a Palazzo Ruspoli, la mostra “Jean-Michel Basquiat. Fantasmi da scacciare”, dal 2 ottobre al 1 febbraio 2009.

La retrospettiva sul grande artista statunitense, morto nel 1988 a soli 28 anni, presenta oltre 40 opere provenienti da Germania, Belgio, Francia, Italia, Austria, Svizzera e Stati Uniti; tra queste, le opere realizzate con Andy Warhol e Francesco Clemente, una decina di quadri presentati per la prima volta e 5 fotografie inedite scattate da Michael Halsband, grande amico di Basquiat.

Il curatore Olivier Berggruen, figlio minore di Heinz Berggruen, grande collezionista berlinese, recentemente scomparso, ha sottolineato l’importanza dell’apertura di questa mostra a Roma: “Vi è un grande rapporto fra Basquiat e l’Italia”. Basquiat amava molto il nostro paese e nei suoi 28 anni di vita lo ha visitato più volte, recandosi sia a Roma che a Firenze. Berggruen ricorda, inoltre, l’importanza avuta da Annina Nosei, gallerista d’origine romana trapiantata a New York, nel lancio di Basquiat al grande pubblico. La gallerista, che conobbe Basquiat ed i suoi lavori nel 1981, ospitò nel proprio spazio espositivo la prima mostra personale dell’artista in territorio statunitense tenutasi nel marzo 1982. Ne seguì un grande successo.

La mostra allestita a Roma nasce con l’intento di realizzare una piccola biografia dell’artista in grado di raccontare, per immagini, la sua continua ed inappagata ricerca di identità. Un’identità sempre in bilico tra la sensazione di precarietà e di frammentazione del corpo che Basquiat percepì lungo tutto l’arco della vita. L’artista newyorkese, infatti, sentiva sul suo corpo l’incertezza del proprio essere, tutta la transitorietà dell’esistenza ed il continuo intrecciarsi della vita con la morte. Un senso di precarietà, questo, generato dalle sue esperienze di vita. Di famiglia borghese ma disgregata, Basquiat venne investito da una macchina quando aveva sette anni. Le ferite riportate lo costrinsero ad un mese di degenza al King’s Country Hospital durante il quale gli venne asportata la milza. Durante la convalescenza la madre gli regalò una copia dell’“Anatomia” di Henry Gray, libro che lo influenzò molto e ne orientò la produzione artistica successiva. Il lavoro di Basquiat, così come testimoniato dalla mostra romana, è segnato sin dall’inizio da un evidente senso di frammentazione del corpo. Disegnava e dipingeva corpi e parti del corpo nel tentativo di ricostruire la scomposizione percepita sin dall’infanzia e di superare l’idea di mutilazione che lo ha poi accompagnato per tutta la vita. Basquiat, per sottolineare la precarietà, ha mescolato, nelle proprie opere, segni, tratti e parole; queste ultime, soprattutto, sono state usate nel tentativo di scacciare i fantasmi che hanno accompagnato, e funestato, la sua breve esistenza. La frase “to repel ghosts”, che fa da sottotitolo alla mostra, appare in diverse opere esposte. L’uso delle scrittura, a cui Basquiat fece ricorso di continuo, proveniva dalla cultura urbana, ricca di scritte e simboli, a cui sentiva di appartenere. La mostra, “Jean-Michel Basquiat. Fantasmi da scacciare”, traccia un quadro dell’artista più vero, quello che ricorre alla pittura nel tentativo di riappropriarsi del proprio ‘essere’ e ricostruirsi in un unicum, ridando unità al suo corpo e alla sua vita spezzettata. Uno sforzo protrattosi per tutta la vita, ma risultato vano.

La galleria fotografica su Basquiat

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