La Chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori

Commissionata a Francesco Borromini nel 1643 dalla duchessa Camilla Virginia Savelli Farnese, mantenne il suo progetto, ma fu terminato da altri artisti nel giro di cinque anni
Makaa Jade - 16 novembre 2018

La Chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori e l’annesso monastero omonimo, oggi divenuto un albergo, sono opere architettoniche incompiute commissionate a Francesco Borromini nel 1643 dalla duchessa Camilla Virginia Savelli Farnese, fondatrice dell’Ordine delle Oblate Agostiniane ospitate all’interno del monastero. Se il Monastero vide il termine dei lavori nel 1667 a firma dell’architetto Francesco Contini, la Chiesa mantenne il progetto del Borromini, ma fu terminato da altri artisti nel giro di cinque anni.

Il Borromini non poteva infatti seguire i lavori, a causa dei diversi cantieri che lo vedevano impegnato: la Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza (in Corso Rinascimento, 40), lo scalone interno del Palazzo Carpegna (in piazza Accademia di San Luca, 77), e l’Oratorio del Convento dei Filippini alla Vallicella (in piazza della Chiesa Nuova, 18).

Dal Bosi (1953) si apprende che Donna Camilla affidò dunque la direzione della fabbrica ad Antonio Del Grande, il quale incaricò tra gli altri, Bartolomeo Checci per l’effettiva esecuzione dei lavori, il pittore Filippo Baldinucci e lo stuccatore Antonio Caronio con il figlio Bernardo.

Le prime notizie “turistiche” sulla Chiesa si hanno da una ”guida di Roma” del 1765 a firma dell’abate Filippo Titi che la descrive brevemente valorizzando alcune pitture dell’interno. Nel 1847 lo storico romano Gaetano Moroni, invece, ne amplia la descrizione parlando anche dell’Ordine delle Oblate e della sua fondatrice. In breve si può dire che la chiesa nasce per vocazione di Donna Camilla Savelli, la quale, vissuta tra il 1602 e il 1668 e sposata al duca di Latera Pietro Farnese, si dedicò alla vita monastica dopo la morte del consorte (1662). La dedizione nei confronti delle giovani fanciulle vergini in difficoltà le derivò dall’esperienza con la cognata Isabella Farnese, già fondatrice delle Oblate Farnesiane, e dalla sua cugina Giacinta Marescotti, divenuta poi santa nel 1807. Nel 1663 il papa Alessandro VII approvò la costituzione dell’Ordine da lei fondato in virtù del fatto che fosse senza eredi (il suo unico figlio fu ucciso dallo zio materno) e fosse vedova. Alla sua morte donò tutto il suo patrimonio al Monastero e il suo corpo venne seppellito nella chiesa accanto al consorte. Dal Verbale stilato dalle Oblate di Santa Maria dei Sette Dolori nel 1935 in concomitanza dei lavori di restauro effettuati sul pavimento della chiesa si apprende la straordinaria ricognizione della salma, incredibilmente conservata intatta in una cassa di zinco, custodita all’interno di una cassa di castagno, interrata sotto il pavimento dell’edificio.

La struttura della basilica è così particolare da disorientare chiunque abituato ai canoni architettonici tradizionali di una chiesa, per la sua forma rettangolare quasi turrita e dotata di finestre, pur ritrovando molti riferimenti architettonici dello stile borrominiano. Situata sul fianco del colle gianicolense di Via Garibaldi, al civico 27, è segnalata soltanto da un portale trabeato con l’iscrizione SANTA MARIA DEI SETTE DOLORI. La lunga facciata rettangolare si presenta, come nelle opere  borrominiane di palazzo di Propaganda Fide e più marcatamente della chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, curvata in centro. La porta principale risulta così raccolta tra due pilastri prospicenti, abbelliti da una doppia fila di nicchie. La facciata poi riprende lateralmente la forma piana per concludersi nella forma elissoidale dei due corpi terminali.

All’interno, come già detto dal Titi, la chiesa conserva alcune pitture, ma dal Moroni sappiamo anche che è costituita da tre altari ed è nel maggiore che si possono ammirare il Sant’Agostino di Carlo Maratta, il Cristo morto del veneto Antonio Cicognini, e l’Annunziata, copia di un originale fiorentino. Sopra la porta, invece, la Vergine Addolorata è opera del cavalier Marco Benefial,

In occasione del 350° anniversario della morte della Duchessa Camilla Virginia Savelli Farnese merita dunque segnalare questa struttura architettonica “non finita” del Borromini, sorta sul Gianicolo.

 

Makaa Jade


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