“La forma del vuoto”alla Cappella della Sapienza-Università di Roma

Teatro e solidarietà per gli studenti universitari detenuti

Continua l’impegno della Cappella della Sapienza e della Comunità “San Filippo Neri-E poi?” nel sostegno degli studenti universitari detenuti.

Dopo l’evento del dicembre 2025 per il Polo Universitario Penitenziario dell’Università Roma Tre, il 25 maggio 2026, all’Auditorium della Cappella della Sapienza-Università di Roma andrà in scena “La forma del vuoto”, pièce teatrale scritta e diretta da Francesco d’Alfonso per due attori e percussioni, con Irene Ciani, Gabriele Enrico e il percussionista Francesco Conforti.

L’evento sarà articolato in due momenti della stessa giornata. La mattina don Gabriele Vecchione, Cappellano della Sapienza e presidente della Comunità “San Filippo Neri-E poi?”, accoglierà gli studenti di alcuni licei romani che assisteranno alla rappresentazione.

I giovani liceali, dopo aver donato materiale didattico raccolto per gli universitari detenuti, dialogheranno con il prof. Pasquale Bronzo, docente di Diritto processuale penale alla Sapienza e Delegato Rettorale per il Polo Universitario Penitenziario, e con la dott.ssa Cecilia Mariani, dottoranda in Procedura penale alla Sapienza.

La sera, alle ore 20, lo spettacolo sarà replicato con ingresso libero ad offerta, e l’intero incasso sarà devoluto al Polo Universitario Penitenziario.

«Dei circa 125.000 studenti della Sapienza, 73 sono detenuti: anche queste donne e questi uomini sono affidati alle nostre cure pastorali dice don Gabriele Vecchione –. Ammesso che studiare sia facile, studiare in carcere è ancora più difficile, perché mancano le condizioni per studiare con calma e con profitto: fa caldo d’estate, fa freddo d’inverno, c’è continuo rumore, spesso non c’è la connessione wifi, spesso non ci sono soldi per acquistare i manuali di studio, i tutor e i docenti hanno difficoltà a entrare. Come Chiesa della Divina Sapienza non possiamo abbandonare questi nostri studenti».

“La forma del vuoto” – drammaturgia originale di Francesco d’Alfonso che debutterà per l’occasione – racconta l’ingresso in carcere di una donna, liberamente ispirata alla scrittrice Goliarda Sapienza, che visse un breve periodo di detenzione nel carcere di Rebibbia, e di un ragazzo diciannovenne romano: due voci lontanissime, due modi opposti di vedere la reclusione.

Lei, colta e analitica, prova a comprendere il carcere come sistema: il suo sguardo cerca ordine e finisce per riconoscere nel carcere non un’eccezione, ma una forma estrema della società. Lui, giovane e legato al mondo dell’immagine, vive invece tutto sul piano della fisicità e dell’immediatezza.

Il carcere è esposizione continua: gli altri detenuti lo osservano, lo giudicano e, nel tentativo di non essere assimilato, si aggrappa a un’identità fragile che progressivamente si incrina.

È in questo spazio che si crea un vuoto: tra ciò che si era e ciò che si è costretti a diventare.

Un vuoto che non è assenza, ma qualcosa che lentamente prende forma. Tra silenzi, paure, memoria e bisogno di essere riconosciuti, il carcere diventa uno specchio che mette a nudo il rapporto tra identità, tempo e libertà.

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