

Un interessante articolo del 26 settembre di Francesca Mentella sul sito www.artapartofculture.net
Da via delle Quattro Fontane spuntano le prime luci della sera a Roma. In lontananza, nella visione della via Sistina e dello scorcio di Trinità dei Monti, uno scenario dannunziano sembra rievocare le pagine de Il Piacere. Davanti a noi, il maestoso palazzo barocco della famiglia Barberini.
In un clima festoso e un po’ mondano ha riaperto la Galleria Nazionale d’Arte Antica (http://www.artapartofculture.net/2010/09/12/palazzo-barberini-riapertura-con-luci-puntate-preview-di-barbara-martusciello/). Finalmente. Si è realizzato il sogno di almeno tre generazioni di storici dell’arte. Si sono conclusi i lavori di restauro che restituiscono al pubblico il nuovo grande spazio espositivo dell’intero piano terreno dell’edificio, già sede del Circolo della Forze Armate.
Il palazzo, dopo i lavori di restauro, torna a mostrare la sua bellezza e i tesori della collezione.
Il progetto della realizzazione della grande Galleria Nazionale di Roma, fortemente voluto dai nostri antenati post-unitari, nacque subito dopo la proclamazione di Roma capitale. L’idea di fondare a Roma una galleria degna della Capitale nasce da lontano. Era il 1883 quando, con la donazione allo Stato della collezione dei principi Corsini, arrivò il primo nucleo della Galleria Nazionale. Il 1895 fu l’anno che vide l’inaugurazione della Galleria alla presenza del re. Da allora confluirono in collezione numerose donazioni e acquisti da parte del Monte di Pietà, ma anche dei principi Torlonia, Odescalchi, Chigi.
Complesse vicende storiche hanno ritardato la realizzazione del grandioso progetto. E oggi, quello che sembra tutto così finito e perfetto, è il frutto di anni di sacrifici e di lavoro che ha visto particolarmente impegnate le responsabili della Galleria: le dottoresse Anna Lo Bianco e Angela Negro e l’architetto Laura Caterina Cherubini, progettista e direttore dei lavori.
La Galleria, per anni, è stata teatro di una convivenza affollata e forzata. Il secondo piano dell’edificio, fino al 1964, è stato occupato dalla stessa famiglia Barberini. L’altra metà della costruzione invece, fino al 2006, apparteneva al Circolo delle Forze Armate il quale era in possesso di uno spazio significativo, giacché la superficie a disposizione era pari a circa 5000 mq. Ma non solo. Tutto il resto era da dividere con altri importanti uffici.
Nonostante queste complicate vicende di palazzo, quando si parla di Barocco non si può prescindere di parlare di questa meraviglia.
LA STORIA – Con l’elezione di Maffeo Barberini al soglio pontificio il 6 agosto 1623, si formò nel nuovo pontefice l’idea di costruire una residenza che fosse la manifestazione tangibile del potere raggiunto dalla famiglia in campo economico e sociale. L’ampliamento nel 1625 dei giardini pontifici del Quirinale da parte di Gregorio XIII, la presenza significativa delle ville Borghese, Ludovisi e Peretti, influenzò l’acquisto della Vigna Sforza. Sul sito esisteva già un fabbricato cinquecentesco. I primi progetti si attribuiscono all’architetto Carlo Maderno. Un disegno conservato agli Uffizi di Firenze, ci rivela di come il Maderno avesse concepito un palazzo di impianto classico, a pianta quadrata, con una corte interna e prospetti uguali su tutti i lati. La trasformazione del progetto con la facciata racchiusa tra le due ali, avvenne solo dopo la morte del Maderno, nel 1629, allorché subentrò al cantiere Gianlorenzo Bernini, il divino regista del Barocco romano, l’artista di fiducia del pontefice che lasciò ai posteri quella Roma fastosa e barocca, in cui, per sempre, sarebbe rimasta l’impronta della famiglia Barberini. Tra feste, rappresentazioni teatrali e salotti mondani, il palazzo permetteva vita autonoma ai due nipoti del papa: Taddeo (che occupava l’ala nord) e Francesco, il cardinal nepote, al quale era destinata l’ala sud. Ai due appartamenti privati si accedeva da due diverse scale: una di nuova costruzione, progettata da Bernini e l’altra elicoidale (ma soprattutto geniale nella concezione), realizzata di Francesco Borromini. Questo peculiare cantiere fu la prima grande occasione che vide realizzata in pieno la sinergia di tre grandi nomi del Barocco: il Cavalier Bernini, Borromini e Pietro da Cortona, al quale spettò l’onore e l’onere di affrescare il salone al piano nobile del palazzo con la rappresentazione del Trionfo della Divina Provvidenza ed il suo compiersi sotto il pontificato di Urbano VIII Barberini, il noto affresco che celebra il governo di Santa Romana Chiesa attraverso immagini mitologiche, simboliche e storiche inquadrate da finte architetture.
Quella che viene restituita – dal 16 settembre a stampa e accreditati e dal 19 al pubblico – è l’unica residenza barocca di proprietà demaniale aperta al pubblico. I palazzi dell’aristocrazia romana che hanno dominato la storia della Città Eterna sono di difficile accesso e quindi non più leggibili come residenza.
I RESTAURI – Sono stati portati avanti con cautela e tecnologie che fanno riacquistare allo spazio quella vibrazione di colori e luci che sono la quintessenza dell’architettura barocca. La facciata in travertino che domina la via delle Quattro Fontane ha recuperato l’antico splendore. Ciò che oggi è sotto i nostri occhi è il risultato del lavoro di architetti, ingegneri, di ben cinquanta restauratori, quaranta operai edili e venti impiantisti. Insomma, questa impresa è la manifestazione tangibile che in Italia, volendo, le cose si possono fare bene e anche con una certa rapidità.
Una nota di merito all’eccellenza del restauro italiano. I restauratori hanno lavorato ininterrottamente e hanno applicato le tecniche e i materiali degli stuccatori e dei marmorari romani, di cui lo stesso Bernini andava fiero giacché, non fidandosi delle maestranze francesi, scelse di portare con sé a Parigi quelle romane. Nel restauro ha assunto di nuovo il suo valore scenografico la facciata, il portico del piano terra e lo scalone beniniano, liberato dal vecchio ascensore che occultava il cortile. Il restauro naturalmente riguarda anche le superfici interne degli appartamenti al piano terra e al piano nobile. Solo per la sala di Pietro da Cortona sono stati utilizzati 350 mq di cotto lombardo a due colori e sono stati alzati metri su metri di tessuto di lampasso dorato.
L’architetto Laura Caterina Cherubini per le sale ha scelto un trattamento delle superfici con un sistema di tinteggiature che rievocasse nel colore gli antichi tessuti delle pareti, in sintonia con la cromia delle volte. I colori sono stati selezionati in base ad una documentata ricerca, come ha spiegato durante la conferenza stampa anche la Dottoressa Federica Galloni (Direttore Regionale per i beni culturali e paesaggistici del Lazio): “Le scelte sono state fatte sulla base di un archivio copioso e indiscusso che può comprovare la rilettura in chiave moderna delle cromie, degli stucchi e delle coloriture ad affresco delle sale del piano terra. In origine le pareti erano ricoperte da damaschi di velluto e di seta. Le cromie sono ottenute con miscela di terre naturali e non sono ridipinture ma decori realizzati secondo le stesse modalità dell’epoca barocca”. Anticamente infatti, il damasco delle pareti aveva la funzione di far vibrare la superficie alla luce naturale o alla luce delle candele per dare il massimo risalto alle opere.
Oggi, francamente, i verdi, e i rosa pastello così saturi, che campeggiano in alcune sale non aiutano l’armonia della visione d’insieme. Dal punto di vista museografico si tratta di una revisione storicistica che forse fa rimpiangere i più arditi e futuristi progetti di Carlo Scarpa che, già nel 1958, progettando una revisione critica e storiografica per il Museo di Castelvecchio a Verona, privilegiò l’autenticità e abbandonò l’uso dei falsi contesti attuati nel precedente restauro. L’intervento scarpiano è universalmente riconosciuto come capolavoro museografico del secondo dopoguerra. Mutatis mutandis, l’esempio del museo scaligero è una parentesi di giudizio che vuole essere anche una riflessione sul complesso, delicatissimo rapporto che intercorre tra ricostruzione filologica e d’ambientazione, tra antico e moderno, tra il dualismo – che è anche un dilemma squisitamente italiano – tra dimora storica e la sua funzione di sede museale.
L’IDEAZIONE DELL’ILLUMINAZIONE – Contestualmente al restauro della facciata e delle sale, è stato di nuovo messo a punto anche il progetto illuminotecnico, capitolo interessante per gli addetti ai lavori, in particolare per chi si occupa di museologia e museografia. L’illuminazione della Sala Pietro da Cortona, della sala Ovale, della sala dei Marmi e della sala delle Colonne, oltre a quella integrativa per le nuove sale espositive o già esistenti, è stata ideata dall’architetto Adriano Caputo di Studioillumina di Roma, in collaborazione con lo staff manager Paolo Di Pasquale e dall’equipe Gaetana Cannito, Luca Mosconi, Beatrice Carella. “La nuova straordinaria illuminazione che permette di apprezzare in pieno l’architettura e le opere”, come ha sottolineato in conferenza stampa l’architetto Mario Lolli Ghetti (Direttore Generale per il paesaggio le belle arti e l’arte contemporanea), è stata concepita come la sintesi del realismo barocco e della poetica del verosimile.
A testimonianza dell’accuratezza con cui sono stati portati avanti i lavori, il progetto della luce nasce da uno studio accurato sul ruolo della luce nell’arte barocca dell’Europa del Seicento. Lo studio ideato nelle sale di Palazzo Barberini ha preso in esame i concetti di “forma luce “ e “ forma colore” che erano già al centro del dibattito ai tempi di Caravaggio.
In cosa consiste l’originalità della luce barocca? La sua quintessenza è tutta nell’essere strumento per affermare la pienezza delle forme e dei volumi e come mezzo per drammatizzare i soggetti ritratti. Proprio questo concetto è stato ripreso sviluppato per mettere a punto il light design. Sono stati utilizzati effetti luminosi estetizzanti generati da tecnologia a Led che esalta la luce propria e che ha adottato prodotti dall’azienda tedesca ERCO, leader nel settore dell’illuminazione. Parallelamente, sono stati concepiti anche altri effetti, naturalistici, dove proiettori speciali traspongono una poetica mistica e scenografico attraverso l’uso di sorgenti luminose fuori del campo visivo (come quelli usati per illuminare la Sala Pietro da Cortona), provenienti dall’esterno dei finestroni posti ad oriente che radono in diagonale le pareti. In particolare, nella citata sala di Pietro da Cortona, l’architetto ha tenuto in considerazione che la luce proviene da sei alti finestroni di cui ben quattro sono d’angolo; questa incide in diagonale le due grandi pareti che diventano a loro volta conduttori luminosi che, per un sapiente gioco di riflessioni indirette, dà corpo e luce propria allo splendido affresco cortoniano. Nel Barocco, il dinamismo, il movimento e i forti movimenti chiaroscurali conferiscono vitalità e forza teatrale alla rappresentazione. Di questo espediente hanno fatto uso i caravaggeschi e Rembrandt che, nella vibrazione della luce, ha cercato il mistero delle cose. E ciò a cui mira il naturalismo barocco non è tanto la rappresentazione naturale delle cose ma quel gusto particolare per il verosimile, dove l’illusione diventa realtà visiva e piacevole inganno.
LA COLLEZIONE – Al piano terra, in quelli che un tempo erano gli appartamenti del cardinale Antonio Barberini, si aprono le nuove sale destinate alla pittura dei secoli XII-XV. Al piano nobile prosegue il percorso cronologico e topografico con opere che vanno dal Rinascimento al primo Barocco, da Raffaello a Caravaggio e con le cinque nuove sale che ci raccontano l’arte di transizione dal manierismo al naturalismo. Oltre all’importante nucleo di caravaggeschi della galleria, sarà possibile vedere dipinti usciti dai depositi come il Paesaggio di Villa Sacchetti di Pietro da Cortona, il paesaggio di Agar e l’angelo di Nicolas Poussin, e il Giudizio di Salomone di Valentin de Boulogne. Ma per parlare anche di capolavori più noti, ricordiamo anche Giuditta e Oloferne del Caravaggio, Et in Arcadia ego del Guercino e la Fornarina di Raffaello, ovvero la Maddalena Luti, figlia di un fornaio trasteverino. Il Vasari ci tramanda che il giovane Raffaello fosse così invaghito della bella e giovane ragazza, al punto di trascurare il suo impegno nella decorazione della villa di Agostino Chigi a Trastevere. Quella che diventerà l’icona del Barberini si presenta maliziosa, come una moderna Venere, con la destra sul petto, nel gesto della fides manualis, che nel contempo indica anche il bracciale in cui si legge, insieme firma e pegno d’amore, il nome del pittore.
A conclusione dei festeggiamenti, certo è che la grande fabrica del Barberini è un’immensa sfida verso il futuro. Da oggi nessuno passi per Roma senza venire a trovare la Fornarina e il suo Palazzo.
L’AUTRICE dell’articolo Francesca Mentella
Dopo la Laurea in Storia dell’Arte presso l’Università “La Sapienza”, ha frequentato un Master in Economia eValorizzazione delle Istituzioni Culturali presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre, affrontando in particolare temi di diritto, economia, organizzazione e gestione delle istituzioni culturali. Ha poi approfondito l’argomento del furto e del traffico illecito di opere d’arte con le relative politiche di contrasto legate all’operato del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri e all’attività di catalogazione dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione. Nutre un particolare interesse per il mercato dell’arte in generale, la storia del collezionismo d’arte e la museologia . Attualmente, oltre a scrivere per Agor@Magazine, collabora con l’Università Sperimentale Decentrata.
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