

L'ateneo romano scende al 129° gradino. Frenano anche Tor Vergata, Roma Tre e il Campus Bio-Medico. Controtendenza la Cattolica
Il blasone storico resiste e il primato nazionale non è in discussione, ma anche per l’università italiana più celebre nel mondo i margini di manovra nel grande scacchiere internazionale si fanno sempre più stretti e competitivi.
La Sapienza si conferma la regina degli atenei italiani nella prestigiosa classifica Global 2000 stilata dal Center for World University Rankings (Cwur), uno dei monitoraggi più autorevoli del pianeta.
Tuttavia, la fotografia scattata quest’anno evidenzia un campanello d’allarme: lo storico ateneo romano arretra di quattro posizioni, scivolando dal 125° al 129° posto della graduatoria mondiale.
Un verdetto che, se da un lato ribadisce l’indiscussa leadership della cittadella universitaria fondata nel 1303, dall’altro mette a nudo le debolezze strutturali di un sistema accademico nostrano che fatica a reggere l’urto dei massicci investimenti economici messi in campo dai colossi universitari americani, asiatici ed europei.
L’indagine del Cwur prende in esame un bacino sterminato di oltre 21mila università in ogni angolo del globo.
Per pesare il valore dei singoli atenei, gli analisti incrociano una serie di macro-indicatori rigidi: l’impatto e la produttività della ricerca scientifica, l’indice di occupabilità dei laureati sul mercato del lavoro, il livello generale della didattica e la reputazione accademica del corpo docente.
A pesare sul mini-arretramento della Sapienza sarebbe stato, nello specifico, un lieve rallentamento sul fronte della produzione scientifica e delle pubblicazioni.
La flessione romana, purtroppo, non è un fulmine a ciel sereno ma si inserisce in un quadro di affanno che investe quasi l’intero sistema universitario del Lazio. Tor Vergata, secondo polo accademico della regione per proiezione internazionale, accusa un colpo più duro perdendo nove posizioni e scivolando al 383° posto globale.
Un trend negativo che trova conferme nei ribassi registrati da Roma Tre e dal Campus Bio-Medico, così come, uscendo dai confini della Capitale, dalle università della Tuscia e di Cassino e del Lazio Meridionale.
A invertire la rotta in territorio laziale sono pochissime realtà: brilla l’Università Cattolica del Sacro Cuore, capace di scalare sette gradini e insediarsi al 403° posto, seguita da un segno positivo di stampo più contenuto per l’Università San Raffaele.
I numeri del Lazio riflettono una crisi d’identità molto più estesa e radicata nel Paese. Guardando i dati complessivi elaborati dagli analisti del Center for World University Rankings, emerge che quasi l’80% delle università italiane ha perso posizioni rispetto all’anno precedente.
Una ritirata di massa che mette sotto accusa l’insufficienza dei canali finanziari destinati a cattedre, laboratori e brevetti.
Netta e senza sconti l’analisi di Nadim Mahassen, presidente del Cwur:
«Il declino sistemico registrato da una larga fetta delle università italiane è il sapore amaro e il risultato diretto di anni e anni di finanziamenti pubblici del tutto insufficienti. Assistiamo a una progressiva e pericolosa perdita di centralità della ricerca scientifica e dell’istruzione superiore all’interno delle agende politiche nazionali».
La Sapienza, forte dei suoi sette secoli di storia e di una comunità che conta decine di migliaia di studenti, professori e ricercatori, resta lo scudo e il punto di riferimento principale della cultura accademica italiana all’estero.
Ma la sfida globale per attrarre i migliori cervelli, produrre innovazione e mantenere posizioni di prestigio si gioca su distanze millimetriche. E senza un cambio di marcia negli investimenti, il rischio di perdere ulteriore terreno si fa concreto.
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