

Tra il 2019 e il 2025 svanito il 30% delle insegne di quartiere. L'influenza del carovita, i costi d'affitto fuori controllo e l'invasione delle macchinette a cialde
Non fa rumore il suono di una saracinesca che si abbassa per sempre, ma l’impatto sul tessuto urbano di Roma ha le dimensioni di un vero e proprio terremoto economico e sociale.
C’era una volta il bar sotto casa, punto di ritrovo, chiacchiera di quartiere e baluardo di sicurezza contro l’oscurità delle strade. Oggi quel patrimonio sta semplicemente scomparendo.
I numeri, impietosi, raccontano una vera e propria ecatombe: tra il 2019 e il 2025 la Capitale ha perso per strada ben 2.827 esercizi, con una sforbiciata del 30 per cento del totale delle licenze.
Un dato da primato negativo nell’Italia dei rincari che — secondo l’ultimo dossier firmato Confesercenti — ha visto morire nello stesso arco temporale oltre 24mila attività di somministrazione, al ritmo forsennato di 11 chiusure al giorno.
Se si vuole comprendere dove la tenaglia della crisi morde con più spietatezza, basta allontanarsi dalle vie del lusso e addentrarsi negli sterminati quadranti periferici.
Lì, dove l’inflazione e l’erosione dei salari reali hanno prosciugato i portafogli dei residenti, la prima voce a essere depennata dal bilancio familiare è stato proprio il rito dell’espresso al banco.
A fotografare il disastro è Claudio Pica, numero uno di Fiepet-Confesercenti, che mette a nudo una realtà drammatica: «Il potere d’acquisto dei cittadini è crollato e la classica colazione al bar per intere famiglie è ormai un ricordo del passato». Un cambio di abitudini accelerato anche da precise dinamiche di mercato: «Negli ultimi sette o otto anni la consumazione del caffè al banco è precipitata del 20%, cannibalizzata dalla diffusione a macchia d’olio delle macchinette a capsule e cialde, entrate prepotentemente negli uffici, negli studi e nelle abitazioni private».
L’effetto domino sulle arterie commerciali di periferia è devastante. Prendiamo ad esempio via Prenestina: un tempo corridoio vivace illuminato da decine di vetrine e da un bar ad ogni angolo di strada, oggi è diventata una galleria di locali vuoti e cartelli “affittasi”.
Sbarrata una porta, crolla l’attrattività dell’intera via, trascinando a fondo anche chi tenta disperatamente di resistere a colpi di trasformazioni radicali in pasticceria o gelateria per intercettare nuova clientela.
Se in periferia il problema è il vuoto, nel cuore antico della Capitale la questione si rovescia, trasformandosi in una giungla deregolamentata dove proliferano format ibridi e scorciatoie normative. Nel perimetro tutelato dall’Unesco, mentre i bar storici capitombolano sotto il peso di affitti stellari e bollette d’oro, esplode la galassia del food da asporto a uso e consumo del turismo di massa.
Una mutazione genetica che solleva fortissime perplessità tra le associazioni di categoria. Pica non usa mezzi termini nel denunciare il meccanismo: «Occorre un intervento normativo serio e una stretta sui controlli sul campo. L’area centrale della città è ormai satura di finti esercizi di somministrazione: laboratori artigianali che piazzano macchinette per il caffè, assemblano panini o riscaldano primi piatti pronti servendoli per il consumo immediato sul posto, eludendo con troppa facilità i vincoli previsti per la ristorazione tradizionale».
A rincarare la dose è Sergio Paolantoni, presidente di Fipe-Confcommercio Roma: «È un’allarme che lanciamo inascoltati da anni. Le abitudini della gente cambiano, certo, ma la proliferazione sregolata dello street food sta cannibalizzando i bar tradizionali. L’equazione è tragicamente semplice: affitti alle stelle, energia e materie prime a prezzi mai visti e margini ridotti al lumicino, nonostante i gestori facciano turni di lavoro massacranti».
La questione, tuttavia, non è soltanto una conta di registri contabili o di bilanci in rosso. C’è un tema enorme legato alla vivibilità e alla sicurezza del territorio urbano.
Perché una serranda alzata e un’insegna luminosa accesa fino a sera costituiscono il più efficace e naturale presidio di controllo sociale, indispensabile in un tessuto cittadino troppo spesso preda del degrado e della scarsa illuminazione.
Per cercare di arrestare questa deriva, Confesercenti ha promosso una proposta di legge di iniziativa popolare focalizzata sulla rigenerazione urbana attraverso il commercio di vicinato, raccogliendo oltre 70mila firme di cittadini esasperati. L’obiettivo primario della battaglia è quello di ottenere un alleggerimento del carico fiscale e dei tributi locali per le attività che scelgono di restare aperte nelle zone più critiche.
Ora la palla passa alla politica capitolina. La categoria chiede un confronto urgente e senza sconti all’assessora alle Attività Produttive di Roma Capitale, Valeria Baglio, per fissare paletti stringenti alla saturazione del Centro Storico, stoppare i concorrenti sleali e concedere finalmente ossigeno ai baristi delle periferie prima che l’ultimo caffè di quartiere venga definitivamente servito.
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