La Turandot al Teatro Argentina

Spettacolo in lingua cinese con sovratitoli in italiano dal 5 al 10 febbraio
Bruno Cimino e Bruna Fiorentino - 29 Gennaio 2019

Turandot, regia Marco Plini per l’Opera di Pechino Xu Mengke – drammaturgia Wu Jiang e Wu Yuejia – assistente alla regia Thea Dellavalle – musiche originali Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani e Qiu Xiaobo – con gli attori della Compagnia Nazionale dell’Opera di Pechino: –  Xu Mengke (Calaf), Zhang Jiachun (Turandot), Liu Dake (Timur),  Wu Tong (Liu), Ma Lei (Wang Ping),Wang Chao (Ping),  Nan Zikang (Pong), Wei Pengyu (Pang) – musicisti Vincenzo Core (chitarra elettrica ed elaborazione elettronica), Zhang Fuqi (Jing Er Hu),  Li Lijin (Yue Qin), Meng Lingshen (Jing Hu), Niu Lulu (Da Luo),  Laura Mancini (percussioni), Giacomo Piermatti (contrabbasso), Cao Rongping (Nao Bo), Chen Shumin (Xiao Luo),  Wang Xi (Ban Gu e Da Tang Gu) – Produzione China National Peking Opera Company, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Metastasio di Prato – Spettacolo in lingua cinese con sovratitoli in italiano

 

 Dal 5 al 10 febbraio sul palco del Teatro Argentina Marco Plini si confronta con la tradizione dell’Opera di Pechino nella rivisitazione del classico della Turandot. Lo spettacolo è un sottile gioco di specchi tra due mondi, lontani in apparenza, ma reciprocamente attratti e affascinati l’uno dall’altro, perché entrambi eredi di civiltà antiche, sofisticate e misteriose a un tempo. Da un lato, dunque, la raffinata arte attoriale dell’Opera di Pechino, sublime mescolanza di recitazione, danza e canto, tesa a una continua perfezione del gesto artistico; dall’altra, invece, lo sguardo prospettico d’invenzione tutta italiana, il gusto visionario e la lunga sapienza d’ordire scene illusionistiche, abilità divenuta patrimonio del teatro europeo. Con Turandot prosegue la fortunata esperienza italo-cinese del Faust, rinnovando il vivo confronto tutto teatrale tra Asia ed Europa.

Favola per antonomasia dell’esotismo orientale, ricca di colpi di scena, agnizioni e promesse ferali, TURANDOT è divenuta nel tempo – da Gozzi a Puccini – l’emblema del nostro immaginario sulla grande Cina. «Tūrāndokht», ovvero la fanciulla di Tūrān: la storia della principessa bella e temibile, orditrice di inganni, prende le mosse nella terra dei tur, una parte sterminata di quella che oggi chiamiamo Asia centrale, in un angolo imprecisato a nord dell’Iran. Nel pieno medioevo, sul finire del 1100, la nostra eroina vive tra Persia e Russia, frutto della penna del poeta Niẓāmī e quarta protagonista del suo poemetto Le sette principesse: è la principessa della Slavonia che rifiuta il matrimonio con ogni pretendente giunto alla sua porta. All’inizio del Settecento l’orientalista François Pétis de la Croix traspone la favola in lingua francese, ed è così che quella vicenda, tanto violenta e intrisa di passioni doppie e contraddittorie, giunge nelle sapienti mani di Carlo Gozzi, che – in continua sfida con Goldoni – trasforma Turandot in una principessa cinese e ne fa una delle sue mirabili fiabe teatrali per le scene veneziane, gioielli della narrazione meravigliosa affidati alle cure dei comici dell’arte. Dalla Venezia di Gozzi, Turandot giunge pure nelle pianure della Germania di Schiller, che le ridona una veste poetica, e i suoi versi ammaliano le successive generazioni di compositori, fino a che Giacomo Puccini ne consacra la vicenda sul palcoscenico del Teatro alla Scala. È il 25 aprile 1926, quando i cuori degli spettatori milanesi sono travolti dalla potenza del Nessun dorma, in cui il pretendente Calaf, vincitore dei tre enigmi e custode con Liù e Timur del suo segreto, rigonfia il petto e intona a noi tutti il suo «all’alba vincerò».

«Il fascino dell’Opera di Pechino è il fascino di una bellissima favola per bambini animata da imperatori, principi e principesse tutti molto rispettosi dei loro ruoli – racconta Marco PliniÈ così che l’ho approcciata, nel rispetto di un teatro secolare che porta sul palcoscenico un’antropologia viva, con la soggezione del novizio invitato a partecipare a un rito antico e misterioso. Turandot nasce da questo rispetto, da questa curiosità e da questo mistero. Ho immaginato di portare il pubblico europeo a entrare in un sogno bellissimo e colorato che non possiamo capire fino in fondo, ma le cui immagini ci attraggono e risucchiano in un vortice di colori brillanti e suoni rumorosissimi, che man mano prendono senso, un senso profondo, atavico, che ci colpisce nel profondo ma a cui non riusciamo a dare un nome. Come i principi che si recano a palazzo per cercare di risolvere gli enigmi nella speranza di poter sposare la principessa di incomparabile bellezza, restiamo stregati da un’immagine che incanta. Ma Turandot è una favola nera, fatta di sangue, teste tagliate, vendette e paure. Il sogno, atto dopo atto, si trasfigura, diventa sempre più violento, più spaventoso: la fiaba diventa allucinazione. Un sogno così non può avere un lieto fine, la morte di Liù non può essere dimenticata nel nome dell’amore per quanto folle e principesco esso sia. […] Ho immaginato un giardino della classicità che potrebbe ricordare i quadri di Delvaux, in cui sorge un palazzo fatto solo di colonne di marmo. In questo giardino, anziché gli uomini piccolo-borghesi di Delvaux, arrivano i personaggi mitici della tradizione cinese, un po’ spiazzati, certo, ma ugualmente compresi nel loro ruolo di imperatori e principesse, con i loro movimenti codificati e immutabili nel tempo per rappresentare il desiderio di vendetta e la follia omicida di Turandot. In questo mondo entrerà un Calaf che, come Pinocchio nel Paese dei Balocchi, arriva in un luogo di favola e ne viene ammaliato come in un incantesimo che lo fa sentire un eroe fino alla morte della fedele Liù. Il sacrificio della serva che sceglie il suicidio piuttosto che rivelare il nome a Turandot, cambierà irrevocabilmente l’atmosfera del sogno. Turandot è una meravigliosa figura, il nume tutelare di questo mondo colorato e inquietante che sembra essere la sua stessa emanazione, irraggiungibile nella sua bellezza, è crudele e fragile come una bambina, estrema nelle sue posizioni come i personaggi dei sogni e, come tale, è destinata a restare per sempre imprigionata nel mondo delle fiabe».

TEATRO DI ROMA _ Teatro Argentina_ Largo di Torre Argentina, Roma

Biglietteria: 06.684.000.311/314 www.teatrodiroma.net _ Biglietti: da 40€ a 13 €

Orari spettacoli:

prima ore 21 _ martedì e venerdì ore 21

mercoledì e sabato ore 19 _ giovedì e domenica ore 17

lunedì riposo

Durata spettacoli: 1 ora e 20 minuti

 

Bruno Cimino e Bruna Fiorentino

 


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