Lo stupido cuore spaventato di Salvatore Pagliuca

Reading del poeta lucano alla biblioteca Gianni Rodari

Il 26 febbraio si è svolto un affollato incontro, organizzato dall’associazione Periferie presso la biblioteca comunale Gianni Rodari con Salvatore Pagliuca e la sua poesia in dialetto lucano. Pagliuca che ha letto, applauditissimo e con un pizzico di commozione i suoi testi poetici, è stato presentato dal poeta Achille Serrao e dal critico letterario Manuel Cohen. Nella sua introduzione Serrao ha esaltato la poesia dell’autore lucano come una poesia "in punta di piedi che sussurra con leggerezza (e con delicatezza) badando a non imporre la propria condizione, soprattutto quella di poeta, a ‘non disturbare’." In particolare, riferendosi all’ultimo libro di Pagliuca, Serrao ha detto che non si tratta di una semplice raccolta di componimenti, ma manifesta la struttura di un libro di alta suggestione: lascia trasparire anche gliintenti del ‘canzoniere’ addensato com’è intorno al nucleo tematico di una vicissitudine d’amore intensamente partecipata, in una gradualità di sospiri e tenerezze, senza apprensioni ed op/pressioni di lingua e di senso oltre la misura appunto della tenerezza nella sua più diretta e immediata esplicitazione (portami in paradiso / per una salita bianca / e tenera / come questa faccia di gattina // Meglio: fammi impazzire / e indicami l’anfora / dove comincia e parte / questa voce vocina di mamma / figlia e sposa). Sulla raccolta poetica di Pagliuca Cor’ šcantàt’, Stupido cuore spaventato – Poesie in amore, si è soffermato con acute osservazioni il critico Manuel Cohen. Eccole in sintesi "Pagliuca scrive nella lingua matria di Muro Lucano, la città in cui è nato nel 1957, Salvatore Pagliuca che, dopo Orto botanico (Premio Albino Pierro, 1997) e varie, significative presenze in antologie, firma ora Cor’ šcantàt’,Stupido cuore spaventato, canzoniere ‘in amore’ che convince per una sua bellezza irta e nuda, petrosa e piana. L’eleganza sobria e raffinata della veste grafica e della copertina è spia di una bellezza formale, tenderei a dire, di una perfezione, tanto più raggiunta in quanto, all’apparenza, connaturata ai testi e alla phoné. Scrittura per frammenti, declinazioni di un sentire ai limiti della dicibilità, come nell’ultima sezione ‘pizzini’, tanto più interiore, lirico e materno nullaffatto esibito o gridato: “Puortam’ mbaravìs/ p’ na nghianata ianch’/ e cinèr/ com’ sta faccj r’ miscegghj.// Meglj: famm’ assì paccj/ e sìngam’ la fisìn’/ ndò accuménz’ e part’/ sta vociavucegghj r’ mamm’/ figlj e mugliér. (Portami in paradiso /per una salita bianca /e tenera /come questa faccia di gattina.//Meglio: fammi impazzire / e indicami l’anfora /dove comincia e parte / questa voce-vocina di mamma /figlia e sposa.). Siamo di fronte a un lavoro di lima, una cesellatura prossima a valori di assolutezza formale, dove poco è concesso, nel processo di rastremazione e condensazione, alla cantabilità ecolalica e alla effusività del dire, e molto è sotteso, affidato alla, ripeto, bellezza, in rare immagini, colta in lacerti di ferialità. Cor’ šcantàt’, spaventato e sciocco, stupito e stupefatto, cuore innammorato. Il senso precipuo e polivalente del titolo è altrove chiarito : ‘Nu  cor can un šcant’/è cor’ miezz’ vacant’ (Un cuore che non si spaventa/è cuore mezzo vuoto). Del dialetto lucano, nella sua varietà murese, vengono registrate alcune pietre, specie diminutivi, dal chiaro valore affettivo o simbolico: vociavucegghj (voce-vocina), vuccuccj (boccucce), funtanegghj (fontanella), travèrs (vento di traversa, tipico vento del murese) ; un dialetto interiorizzato, fatto proprio, reso idioletto materno e privato, che sopravvive sotto forma di leit motiv e stigma verbale in precise scelte formali, di iterazione, quasi tic o refrain all’interno dei singoli microtesti, a evocare una originaria tradizione orale, ma pure una iteratività tra preghiera e litania di matrice sacroscritturale:, come ad esempio, l’anafora variata delle tre terzine a p.16: ‘So’ cos’ ra nnammuràt’ ll’ ros//…So’ nnammuràt’ ll’ ros’.//…So’ nnammuràt’ ll’ cos’.’(‘Sono cose da innamorati le rose.//…Sono innamorate le rose.//…Sono innamorate le cose’),un sapiente sillogismo disseminato e nascosto tra i nove versi del testo, o a p.17, ancora il procedimento anaforico variato. Con effetto di avvertito e consapevole pastiche: ‘Suonn’ ca sonn’ r’ sunnà,//…Suonn’ r’ intr’, suonn’ r’ musér’,//…Suonn’ r’ for’, suonn’ sunnat’/’(Sogno che sogna di sognare,//…Sogno di dentro, sogno di stasera,//…Sogno di fuori, sogno sognato/’) in un’alternanza di presenza e assenza, nel solco del più classico canzoniere della tradizione della poesia amorosa, ma pure certa familiarità con la lirica provenzale del primo Pasolini delle Poesie a Casarsa, o della lingua neo-volgare delle origini recuperata nell’officina agontana di Franco Scataglini. Come pure l’invocazione dell’amata: Anima mij gentil (anima mia gentile), Carcerièr (carceriera), Padron’ (padrona), Reggìn’ (regina),in stretta parentela con la Madonna stilnovista, la mea Domina della lirica d’amore occidentale. Più in generale, comunque, a strutturare la raccolta, con scarse concessioni al caso e molta consapevolezza d’artigianato della parola, sono proprio le figure della ripetizione e del parallelismo, epanalessi, adiectio, anafora (‘S’ fac’ r’ ruzzin’ lu mar’…//…S’ fac’ r’ ruzzin’ lu mar’ , ‘Si arrugginisce il mare’-p.23; oppure: ‘Nata staggiòn sciuùl/sciuùl…// Nata staggiòn sciuùl… ‘Un’altra estate scivola,/ scivola…’ –p.22 , dove si nota, in aggiunta, la presenza di una geminatio) funzionali alla amplificatio emozionale e a garanzia di periodicità ai versi ipometri, in una scansione di tempi verbali coincidente con l’efficacia euristica del trascorrere delle stagioni, dei giorni e delle ore, nella febbre di vivere, ‘la frev’ r’ campà,  un canzoniere in praesentia di grazia. E di Graziella: ‘Grà-zìuccj’ ca r’ press’ vaj ancor’/e puort’ a canòsc’ l’amor’ ca vaj chian’:/l’amor’ r’ aiér’, l’amor’ r’ rimàn’.’(Graziella che ancora vai di fretta/e porti a conoscere l’amore che va piano:/l’amore di ieri,l’amore di domani)".

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