

Dal 16 maggio al 15 giugno 2013 in mostra le opere dell'artista fiorentino
Dal 16 maggio al 15 giugno 2013 l’Atelier Studio Roma (piazza S.S. Apostoli, 81) ospiterà la mostra di Luigi Billi “Col tempo nuovo”, a cura di Stefano Abbadessa Mercanti.
Il processo creativo che ha caratterizzato le opere di Luigi Billi negli anni è un percorso che parte da immagini fotografiche banali, ma di intensa emotività concettuale, per giungere a lavori di maggiore raffinatezza formale che segnano un evidente percorso di maturazione. In tutta la sua opera la percezione della realtà non avviene soltanto attraverso l’occhio bensì con processi di elaborazione psichica della realtà stessa.
Nei suoi lavori iniziali, le fotografie stampate, plastificate e successivamente accartocciate, rappresentavano e riproducevano realtà quotidiane: dalle immagini di una realtà spicciola (Villaggio Globale, Roma, Vita sulla strada,1993) ai bigliettini interni ai Baci Perugina, rifotografati, ingranditi, accartocciati: in bilico tra l’essere gettati e l’essere recuperati. Bilico stilistico che diventerà col tempo anche la sua cifra formale (Palazzo delle Esposizioni, Roma, Il consumo disegnato, Il disegno consumato, 1993).
L’artista trasformava residui sociali in opere materiche tridimensionali. Opere uscite come da un cesto dell’immondizia, come carta stropicciata che, resa di forma immodificabile, così si riscatta. Ogni oggetto, essere umano, architettura, scultura o vegetale rappresentato prende una nuova vita, passando dalla propria oggettività ad una vibrante trascendenza di sé.
I suoi lavori sul Fotoromanzo, dialoghi tra patchwork umani, (Explorer coffee gallery, Roma; Centro culturale San Fedele, Milano, Inconsci collettivi, 1996) così come le Negazioni della serie Ho vietato a mio padre di chiamarmi figlio (XII Quadriennale Nazionale d’Arte, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 1996) sono un ulteriore tassello nella definizione di un artista assai più profondo di quanto uno sguardo poco attento possa, voglia, cogliere.
Le tecniche grafiche computerizzate – utilizzate come strumento elementare e semplicistico – rafforzano il messaggio crudo e diretto, immediato come uno spot pubblicitario. Che non lascia spazio all’ipocresia.
Da un certo punto, Billi, utilizza la pittura direttamente sull’immagine fotografica come segno accentuatore, moltiplicatore delle emozioni e dei messaggi: le scarpe sanguinanti di soldati in guerra, colti in un momento di riposo, mentre giocano; una macchia rossa volutamente sovrapposta ad un corpo privo di vita.
Colori gettati sulle opere come segno di una realtà che l’immagine del reale non riesce totalmente a raccontare. Neanche un giovane uomo disteso a terra, morto. (Lo spazio, New York, 2000; Galleria san Carlo, Milano, 2003, Cara mamma stiamo tutti bene, caro babbo, siamo tutti morti). La pittura, in questo caso, diventa la rappresentazione della ferita dell’umanità, che va oltre il destino del singolo, trasformandosi in icona dell’orrore.
I suoi Cieli di Bosco, ultima serie di lavori creati a Roma, (Museo del Vittoriano, Roma, la natura e l’uomo, 2004) rappresentano una visione dell’uomo e dell’artista di oggi, che cerca dentro e oltre dei cieli di foglie, quella luce che acceca i contorni delle cose. E’ come un’ossessione per la pace della natura e delle sue complesse forme vegetali. Nelle linfe che attraversano le nervature delle foglie l’artista ritrova bellezza.
Intervenendo sul bianco e nero della fotografia, con le sue linee colorate, dai toni decisi e netti, restituisce l’energia positiva che ha ricevuto dalla natura. In questa mostra, Luigi Billi, in poche sintetiche opere, ci dice il luogo in cui si trova oggi la sua ricerca artistica, Col tempo nuovo.
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