

“Se il terrore è il fine primario, un atto è tanto più terrorizzante quanto più è circondato da un mistero impenetrabile.” (Norberto Bobbio)
“Se il terrore è il fine primario, un atto è tanto più terrorizzante quanto più è circondato da un mistero impenetrabile.” (Norberto Bobbio)
“Un delitto, diciamo, commesso e organizzato da gente che ha tutto l’interesse a tenere alto il coefficiente di impunità.” (Leonardo Sciascia, “A Ciascuno il Suo”, 1966).
Il 13 Maggio 1974, partecipavo al corteo che, per le strade di Roma, festeggiava la vittoria dei Si al Referendum sul divorzio. Ad un tratto, su un muro – non ricordo in che Via ci trovassimo, ma stavamo andando sotto la Sede del Quotidiano romano “Il Messaggero”, che aveva sostenuto il SI – lessi una frase lapidaria, tracciata a vernice nera: “Masse 1 Nano 0”. Niente di più preciso per indicare, a chiunque la leggeva, la sconfitta di Amintore Fanfani e della sua DC in quella competizione referendaria che era stata, di fatto, una battaglia politica per l’affermazione di un diritto sacrosanto, negato per anni ai cittadini e alle cittadine della Repubblica Italiana, “nata dalla Resistenza”, come spesso si diceva al tempo (e ora non si dice quasi più, come se quei 20 mesi di lotta per la libertà non fossero mai esistiti e non fossero stati propedeutici alla nascita della Repubblica Italiana. democratica ed antifascista)
Agosto 1974, quel treno in ritardo di 17 minuti che si porterà via 12 vite. Cinquanta anni fa, la strage dell’Italicus.
Ma il 1974 fu anche altro, purtroppo. E ce ne rendemmo conto la sera del 4 Agosto, accendendo la TV: nella Galleria ferroviaria che precedeva la Stazione di San Benedetto Val di Sambro (Bologna) – ci informava un’Edizione straordinaria del Telegiornale RAI – per una bomba, era saltato un vagone, il quinto nella fila, dell’Espresso n.1486 – noto anche come “Italicus” (il treno che viaggiava solo d’estate) – partito dalla Stazione Tiburtina di Roma, alle 20,42, con destinazione Monaco di Baviera. Il risultato di quell’esplosione fu di 12 morti e 46 feriti.
Gli artefici di quella che era stata definita – dopo la bomba alla Banca milanese di Piazza Fontana del 12 Dicembre 1969 – “la strategia della tensione” continuavano, dunque, a riempire l’Italia di morti e feriti, così spingendo perché “qualcuno”, magari con le stellette su di una divisa, battesse un colpo (magari di Stato). Era già successo, nell’Aprile del 1967, nella vicina Grecia, diventata così, di colpo, la “Grecia dei Colonnelli” e una “allegra” comitiva nera – che aveva anche fatto un viaggio “di piacere” in quella Grecia per complimentarsi con i militari golpisti e imparare la tecnica della presa armata del potere – sperava si facesse il bis nel “Bel Paese” e per questo lavorava, a suon di bombe, morti e feriti.

In realtà, qualcuno ci aveva già provato a battere quel colpo (di Stato). Era, infatti, l’estate del 1964 quando avrebbe dovuto scattare il cosiddetto “Piano Solo” la cui unica punta di diamante erano i Carabinieri, allora comandati da un Generale dell’Esercito (all’epoca – contrariamente a quanto accade adesso – il Comandante dell’Arma non poteva essere un Ufficiale Superiore dei Carabinieri) Giovanni De Lorenzo, un ex partigiano monarchico, che era stato Capo-Operazioni dell’ARMIR, il Corpo di Spedizione italiano in Unione Sovietica e poi, con l’Armistizio, era passato alla Resistenza.
Nota: L’ARMIR, Armata Italiana in Russia, era un Corpo di spedizione che operò nel 1942-43 nella zona del Don. Subentrata al CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), costituito nel Luglio 1941 al comando del Generale Giovanni Messe, e composta da circa 230.000 uomini, fu coinvolta nella disfatta di Stalingrado e nella successiva ritirata, contando più di 84.000 perdite tra morti e dispersi.
In quell’estate del 1964, si era a Luglio, De Lorenzo era stato all’uopo convocato al Quirinale dall’allora Presidente della Repubblica, il DC Antonio Segni, che notoriamente non amava il governo di centrosinistra, guidato dal suo collega di partito Aldo Moro (Vice Premier il socialista Pietro Nenni) e per questo De Lorenzo gli propose di “enucleare” dal tessuto politico-sociale italiano, con i suoi Carabinieri, diversi esponenti di sinistra e sindacalisti, nonché esponenti del mondo culturale e per questo si era presentato al Quirinale per sottoporre a Segni il Piano cosiddetto “Solo” con allegata una Lista composta da 732 nominativi di personalità varie, democratiche e di sinistra, che, una volta “enucleate”, avrebbero dovuto essere, per così dire, “sistemate”, sotto scorta armata dei Carabinieri, in Sardegna, ma non in un Resort di lusso.
La forza del destino (o qualcosa d’altro), ovvero, l’Italicus e la Storia
La Storia racconta che Aldo Moro, ai primi di Agosto di dieci anni dopo quel 1964, Aldo Moro salì sull’Espresso N.1486, Italicus. Ma, prima della partenza del treno alcuni funzionari delle Farnesiana, Moro era Ministro degli Esteri, lo fecero scendere da quel treno, con ka scusa che doveva firmare alcuni importanti documenti. Coincidenza o avvertimento a lui diretto? Più la seconda della prima, vista la successiva scoperta del coinvolgimento dei Servizi nella cosiddetta “strategia della tensione”. Dunque, quella volta Moro ha salva la vita, ma questo non accadrà, però, quattro anni dopo, per mano delle Brigate Rosse.
De Lorenzo ci aveva provato a battere quel colpo (di Stato), ma non era neanche partito, per le dichiarazioni dell’allora Vice Premier socialista Pietro Nenni, riguardo ad un certo “Tintinnar di sciabole” che si sentiva risuonare non solo nei Palazzi romani del potere e soprattutto per il fatto che il Presidente Segni – pur avendo approvato il Piano del Comandante Generale dell’Arma – non ne avallò l’esecuzione, avendo usato lo spauracchio del Golpe solo come mero strumento di pressione politica nei confronti di Moro, Nenni, Saragat e La Malfa (Segretari rispettivamente di DC, PSI, PSDI e PRI), gli esponenti politici dei Partiti che avevano dato vita a quell’esperimento governativo di centro-sinistra. Infatti, dopo quell’”agitar di sciabole”, il Governo Moro resse la prova della fiducia parlamentare, ma alcune Riforme (le più incisive per il tempo) che erano state inserite nel programma di governo, vennero accantonate. (*)
Nota: tenuto nascosto per anni all’opinione pubblica, quel tentativo militare di destabilizzazione dell’assetto democratico italiano venne conosciuto dai più soltanto il 14 Maggio del 1967, grazie alle rivelazioni del Settimanale L’Espresso, allora diretto da Eugenio Scalfari, uscito con un’inchiesta esplosiva a cura di Lino Jannuzzi intitolata: “Complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano un colpo di Stato”. Per quell’Inchiesta i due giornalisti saranno, anni dopo, processati e condannati per diffamazione nei confronti delle Forze Armate.
A battere quel colpo (di Stato) ci aveva poi provato ancora Junio Valerio Borghese, detto il “Principe Nero” – ex Comandante saloino (ma più nazista che repubblichino) della nazifascista X^ MAS – nella notte tra il 7 e l’8 Dicembre 1970, con il cosiddetto “Golpe della Madonna” fermato però, ad un passo dall’obiettivo – occupazione della RAI, arresto del Presidente della Repubblica in carica, occupazione del Viminale, et similia – da una “misteriosa” telefonata che rimandò tutti a casa. E, per la terza volta, in quell’Agosto 1974, ci aveva provato il Conte Edgardo Sogno, ex partigiano anticomunista, che era stato il capo della Formazione denominata “Franchi” e che voleva, con il suo tentativo di Colpo di Stato, bloccare l’ascesa del PCI verso il possibile governo del Paese, cosa che era ritenuta, dai cosiddetti “settori atlantici” e non solo in Italia, possibile ma non auspicabile, poichè deleteria e pericolosa per gli equilibri politici allora in auge.
Dunque, terribili furono quegli anni che, nella loro parte nera e sanguinosa, non finirono con quel tentato Golpe, cosiddetto “bianco” (in queste righe noterete una girandola di colori: il nero e il bianco delle trame golpiste, il grigio degli indifferenti e del fumo delle esplosioni e il rosso del sangue delle vittime e dei feriti). Prima, infatti, c’era stato, esattamente il 31 Maggio 1972, l’attentato di Peteano (Sagrado) vittime tre Carabinieri (e 2 altri rimasti feriti) poi, il 28 Maggio 1974, la strage di Piazza della Loggia, a Brescia (8 morti e 102 feriti), entrambe azioni messe a segno da elementi nazifascisti (Avanguardia Nazionale a Peteano e Ordine Nuovo a Brescia), con il dichiarato intento di colpire lo Stato democratico e seminare il terrore tra i suoi cittadini. Era – come ho ricordato sopra – il filo nero della cosiddetta “strategia della tensione” che si andava srotolando per l’Italia intera, a partire da quella Piazza di Milano e dalla Banca che in quella Piazza insisteva “saltata”, il 12 Dicembre del 1969, un Venerdì, per una bomba, con il risultato di 17 vite spezzate (e 88 feriti). Bomba, si scoprirà diversi anni dopo nonostante le menzogne e i depistaggi di Stato, fascista.
Nota: l’espressione “strategy of tensions” era stata coniata, all’indomani di quella bomba milanese, dai tre giornalisti inglesi Neal Ascherson, Michael Davie e Frances Cairncross, inviati del Settimanale “The Observer”, per indicare il clima politico che, come una cappa di piombo, pesava sull’Italia in quel 1969. (**)
Dunque, questa era l’aria che tirava nel Bel Paese in quell’inizio di Agosto del 1974, mentre l’Espresso n.1486 (noto anche come “Italicus) che quel 4 Agosto era arrivato alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella con ben 17 minuti di ritardo, si apprestava ad entrare nella Galleria ferroviaria di poco precedente la Stazione di San Benedetto Val di Sambro. Il macchinista era riuscito a recuperare 11 minuti dei 17 di quel ritardo e quei provvidenziali 6 minuti residui di ritardo, fecero si che il conto in vite stroncate in quella strage fascista non fosse più pesante. Per quella bomba saltò in aria, infatti, solo la quinta carrozza del convoglio, che in parte era, per fortuna, già fuori di quella Galleria, e il risultato fu il seguente: 12 morti e 46 feriti.
Vent’anni dopo quella strage, nel 1994, nelle Sale cinematografiche esce il film “Strane storie. Racconti di fine secolo”, del registra Sandro Baldoni. Il film narrava il viaggio di un padre che all’interno di uno scompartimento di un treno racconta alla figlia alcune storie inventate, ispirate dagli altri viaggiatori presenti nel vagone. Di taglio surrealista, il film si concludeva con un finale inaspettato: al termine del viaggio, infatti, tutti i protagonisti si ritrovano a passare accanto ai resti della vettura dell’Espresso N.1486 “Italicus,” dilaniato da una bomba nella notte del 4 Agosto 1974, mentre percorreva l’ultima parte della galleria dell’Appennino sul tratto ferroviario Firenze-Bologna.
Le immagini del film di Baldoni sono stranianti: il vagone appare nelle stesse identiche condizioni in cui lo aveva ridotto l’esplosione dell’ordigno, quasi troncato in due pezzi e con il soffitto divelto verso il cielo. Al termine della pellicola, comparivano titoli di coda lapidari: «I rottami del vagone dell’Italicus, distrutto da una bomba anonima il 4 agosto 1974, sono abbandonati in un prato, tra i rifiuti, vicino alla Stazione ferroviaria di Bologna».
In realtà, quella strage non andò nel dimenticatoio della Storia perché molte e molto partecipate furono, in tutta Italia, le manifestazioni di protesta e Memoria, così come era stato dopo la bomba di Piazza Fontana, con il milione e più di milanesi che avevano partecipato – in un silenzio a dir poco assordante, ma risoluto e forte – ai funerali delle vittime dello scoppio della bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura; con quella presenza e quel silenzio mandando un segnale chiaro a chi pensava che battere quel colpo (di Stato) sarebbe stato semplice e facile.

Nota: all’indomani dell’attentato sul treno Italicus, le principali piazze delle città d’Italia si riempirono di manifestazioni pacifiche, organizzate dai sindacati e dai partiti. Fu proclamato lo sciopero generale: a Bologna, il 6 Agosto 1974, in piazza Maggiore, fu tenuta la manifestazione unitaria, mentre a Firenze una grande folla si radunò sul Piazzale degli Uffizi, a pochi giorni dal 30o Anniversario della Liberazione di Firenze (11 Agosto 1944). La stessa Piazza sarebbe stata colpita, 19 anni dopo, nella notte tra il 26 e il 27 Maggio 1993, dall’esplosione di un’autobomba, collocata dalla mafia, in via dei Georgofili, nei pressi della Galleria.
L’attentato all’Italicus era stato rivendicato, con un volantino, da una fantomatica sigla della galassia nera: Ordine Nero (/il nome richiamava l’Ordine Nero delle SS naziste) che, in quell’anno, rivendicò una decina di attentati dinamitardi, per i quali vennero poi riconosciuti responsabili i fascisti milanesi Fabrizio Zani e Luciano Benardelli ed i neri toscani Augusto Cauchi e Piero Malentacchi.
Secondo il superteste Aurelio Fianchini, anche lui di destra, la bomba sul treno Italicus era stata messa dal gruppo del neofascista aretino Mario Tuti – che verrà arrestato il 27 Luglio del 1975, per avere ucciso i due poliziotti che erano andati ad arrestarlo e che poi – in detenzione, insieme a Pierluigi Concutelli – ucciderà il fascista bresciano Ermanno Buzzi, accusato di essere un confidente dei Carabinieri – per ordine del Fronte Nazionale Rivoluzionario e di Ordine Nero. Il 5 Agosto 1974, in una cabina telefonica a Bologna fu rinvenuto un volantino a firma Ordine Nero che rivendicava l’attentato e nel quale si leggeva:
“Giancarlo Esposti (un fascista, componente delle Squadre D’Azione Mussolini, ucciso nel 1974 da un carabiniere a Pian del Rascino durante una fuga, Ndr.) è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti.”.
Il 10 Agosto 1974 si tennero le esequie pubbliche di quei 17 innocenti assassinati. Una folla immensa si radunò nuovamente in Piazza Maggiore, a Bologna, straripando per tutto il centro storico della città. La messa funebre fu celebrata all’interno della Basilica di San Petronio dal Cardinale Antonio Poma, alla presenza del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, del Presidente del Consiglio, Mariano Rumor e del Sindaco di Bologna, Renato Zangheri. La grande folla fischiò i rappresentati dei partiti di governo, come il Segretario della Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani, mentre esplose in un fragoroso applauso alla vista del Gonfalone della Città martire di Marzabotto.
La Memoria della Resistenza giocò un ruolo decisivo nella mobilitazione collettiva: la strage fascista era avvenuta in un territorio, la zona compresa tra Pian di Setta, Veggio, Piane di Montorio, Monteacuto Vallese e San Benedetto Val di Sambro, dove trent’anni prima, nel Luglio del 1944, si era abbattuta la violenza dei rastrellamenti e degli eccidi compiuti dai nazifascisti. Si trattò di una mobilitazione imponente, per molti aspetti anticipatrice di quella che si produsse in occasione della strage fascista-piduista alla Stazione di Bologna, il 2 Agosto 1980.
La forza dell’azione collettiva era stata proporzionale alla gravità della strage. Dal Gennaio all’Agosto del 1974 si registrarono 45 attentati riconducibili all’eversione nera, secondo stime approssimative, senza contare i quotidiani episodi di violenza politica di cui fino al 1975 furono indiscussi protagonisti i partiti e i movimenti neofascisti. Alcuni di questi attentati avevano finalità stragista, sebbene, per difetti tecnici, non riuscirono nel loro intento. Come a Silvi Marina, vicino a Pescara, quando, il 29 Gennaio 1974, una bomba fallì nel colpire il treno Freccia del Sud. Pochi giorni dopo, il 9 Febbraio, un altro ordigno veniva ritrovato inesploso su un treno merci diretto da Taranto a Siracusa. Il 21 Aprile, infine, un attentato dinamitardo danneggiava gravemente la linea ferroviaria Firenze-Bologna.
La strage sul treno Italicus si inserisce, perciò, in un contesto drammatico: il 21 Novembre 1973 il Ministero dell’Interno, Paolo Emilio Taviani, aveva sciolto il Movimento Politico Ordine Nuovo. Gli attentati appaiono dunque come la reazione a quel Provvedimento di scioglimento del MPON, che aveva messo in ginocchio l’estremismo nero. Impossibile, tuttavia, non vedere il nesso con i progetti autoritari che da oltre un quinquennio erano in gestazione. Proprio a inizio Gennaio del 1974 il Ministro della Difesa Mario Tanassi fu costretto a rispondere alle numerose interrogazioni parlamentari che chiedevano chiarezza sugli allarmi circa l’imminenza di un colpo di Stato.
Le indagini della Magistratura, tra depistaggi e coperture, si orientarono, così, come aveva indicato Fianchini, verso il Fronte Nazionale Rivoluzionario, una formazione di estrema destra attiva in Toscana, che aveva teorizzato il ricorso alle stragi contro civili inermi per creare le condizioni per un intervento delle Forze Armate e di conseguenza per lo scoppio di una guerra civile.
Del gruppo, in legame con la Loggia massonica P2 guidata da Licio Gelli (vedi Nota appresso) – facevano parte, tra gli altri, Luciano Franci, Mario Tuti, Marco Affatigato, Andrea Brogi, Piero Malentacchi e Augusto Cauchi. L’intralcio alle indagini ebbe i risultati sperati: solamente nel Gennaio del 1975 le forze di polizia riuscirono a neutralizzare il Fronte Nazionale Rivoluzionario, dopo un ennesimo attentato compiuto sulla linea ferroviaria di Terontola il 6 Gennaio 1975. La perquisizione dell’abitazione di Mario Tuti avvenuta pochi giorni dopo, come ho scritto, costò la vita al Brigadiere Leonardo Falco e all’Appuntato Giovanni Ceravolo.
L’istruttoria per l’attentato al treno Italicus si concluse il 31 Luglio del 1980, a due giorni dalla bomba fascista-piduista alla Stazione Ferroviaria di Bologna. Il Processo di primo grado si pronunciò, quanto all’imputazione di strage, con l’assoluzione per insufficienza di prove di Mario Tuti, Luciano Franci e Piero Malentacchi, con decisione presa dalla Corte d’Assise di Bologna, il 20 Luglio 1983. In appello l’assoluzione venne confermata per il solo Malentacchi, mentre Tuti e Franci furono condannati all’ergastolo nel 1986, Sentenza, tuttavia, annullata dalla Corte di Cassazione il 16 Dicembre 1987. I due vennero definitivamente assolti dalla Sentenza di Cassazione del 22 Marzo 1992.
Nota: sulla storiaccia dell’attentato all’Italicus, si allunga l’ombra della P2 di Licio Gelli. Pochi giorni dopo la strage di Bologna, del 2 Agosto 1980, viene, infatti, interrogato Giovanni Gallastroni, un altro fascista del gruppo di Mario Tuti e il fascista racconta che nella Primavera del 1974 (mentre si svolgeva il Referendum sul divorzio) c’era stato un passaggio di denaro (esattamente 18 Milioni di Lire) da Licio Gelli ad Augusto Cauchi. L’incontro – a cui sarebbero stati presenti altri due fascisti, Franci e Brogi – si sarebbe svolto nell’aretina Villa Wanda di Gelli. Il Maestro Venerabile, giurerà di non sapere che quei soldi sarebbero serviti ai fascisti per acquistare armi ed esplosivi, ma che lui pensava di finanziare un loro giornale. Difficile credergli, però, anche in considerazione dell’altro passaggio di denaro (ben più consistente del primo) – avvenuto precedentemente alla strage di Bologna – dalla cassaforte della P2 (le cui chiavi teneva Roberto Calvi) a quelle dei NAR di Fioravanti, Cavallini e Mambro.
Strage impunita, dunque, sebbene da altri Processi sarebbero emerse molte conferme dell’impianto accusatorio nei confronti del Fronte Nazionale Rivoluzionario. L’attentato, tuttavia, rappresentò un vero e proprio spartiacque nella storia dell’eversione nera e delle minacce alla democrazia, la cui importanza non è ancora emersa in tutta la sua portata. Il 23 Dicembre 1984, infatti, una bomba esplodeva, provocando 16 vittime, all’interno del Rapido 904, mentre il convoglio passava nella Grande Galleria dell’Appennino, subito dopo la Stazione di Vernio, a Nord di Prato, con modalità che richiamavano esplicitamente l’attentato all’Italicus, del 1974. Le indagini giudiziarie stabilirono la responsabilità della mafia che aveva così reagito alla pressione della Magistratura su Cosa Nostra.
Grazie alla battaglia condotta dalle Associazioni dei parenti delle vittime delle stragi, presso l’Archivio dello Stato di Bologna è oggi consultabile, in formato digitale, tutta la documentazione giudiziaria riguardante la strage al treno Italicus. Anche quelle carte, dunque, concorrono a far si che quella strage fascista, con i suoi morti e i suoi feriti, non venga dimenticata.
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(*) La Storia racconta che il “Piano Solo” avrebbe dovuto vedere in azione “solo” i Carabinieri, ovvero: le tre Divisioni basate sul territorio nazionale (la Podgora, a Milano; la Pastrengo, a Roma e la Ogaden, a Napoli); nonché la Divisione Corazzata, basata presso la Caserma “Macao”, di Viale Castro Pretorio, a Roma e il Battaglione Paracadutisti “Tuscania” dell’Arma, Reparti questi ultimi due, che erano stati voluti proprio da De Lorenzo. Inoltre, il Generale, quando era stato a capo del SIFAR, il Servizio Segreto Militare, aveva proceduto ad avviare una schedatura di massa raccogliendo informazioni, anche riservate, su personalità del mondo politico, industriale, economico e dello spettacolo. Quei Dossier, in seguito, avrebbero dovuto essere tutti distrutti, per decisone del Governo e del Parlamento, ma non fu così perché alcuni di essi vennero conservati per essere, diversi anni più tardi, proposti “a pagamento” al giornalista di OP, Carmine Pecorelli, democristiano ma anche iscritto alla P2 (assassinato a Roma, il 20 Marzo del 1979, si disse da esponenti dei NAR) per arrivare, infine, nella disponibilità di Licio Gelli, il “materassaio” di Pistoia, nel frattempo divenuto Maestro Venerabile della Loggia Massonica coperta “Propaganda 2” , meglio nota come “P2”.
La Storia racconta ancora che, il 7 Agosto del 1964, nel Palazzo del Quirinale, si svolse un incontro tra Il Presidente della Repubblica Segni, il Primo Ministro in carica Moro ed il Ministro degli Esteri Saragat. Durante quell’incontro la voce di Segni e quella di Saragat si alzarono di molto e volarono parole pesanti: Segni accusò Saragat di nepotismo, per via del figlio del Ministro degli Esteri che doveva diventare Ambasciatore italiano a New York e Saragat rispose, per le rime, accusando Segni di essere connivente con De Lorenzo per il “Piano Solo”. Parole talmente pesanti che, ad un certo punto, Segni fu colpito da un colpo apoplettico e perse la parola e i sensi. In conseguenza di quell’episodio, il 6 Dicembre 1964, Segni si dimise da Capo dello Stato, per ragioni di salute.
(**) Occorre ricordare che il 28 Maggio 1961 apparve – pubblicato in prima pagina sull’Observer, Settimanale domenicale del Quotidiano britannico The Guardian – il pezzo intitolato “The Forgotten Prisoners” (“I Prigionieri Dimenticati”) scritto dall’Avvocato inglese Peter Benenson, in cui si raccontava dei cosiddetti “prigionieri per motivi di opinione”, incarcerati in varie parti del mondo solo per avere espresso le proprie idee, senza l’uso della violenza. L’articolo è anche noto come “An Appeal for Amnesty 1961” (“Un Appello per l’Amnistia 1961”) e si tratta del Documento di nascita di Amnesty International, ovvero di “Un’idea che è diventata un Movimento”.
Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”
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