‘Monsieur Lazhar’, film franco-canadese, protagonista la scuola

La fatica e il valore dell’insegnamento nell’epoca della globalizzazione
di Francesco Sirleto - 16 Febbraio 2013

(Dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, approvata dall’O.N.U. il 27 novembre 1978; art. 29: Gli stati parte concordano sul fatto che l’educazione del fanciullo deve tendere a: a) promuovere lo sviluppo della personalità del fanciullo, dei suoi talenti, delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutto l’arco delle sue potenzialità; b) inculcare nel fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e dei principi enunciati nello Statuto delle Nazioni Unite; c) inculcare nel fanciullo il rispetto dei suoi genitori; della sua lingua e dei suoi valori culturali, il rispetto dei valori nazionali del paese in cui vive, del paese di cui è originario e delle civiltà diverse dalla propria …).

La cinematografia franco-canadese – da noi conosciuta alcuni anni fa per un film che a tutt’oggi si caratterizza per la sua profonda umanità e poeticità (mi riferisco a “Le invasioni barbariche” di Denys Arcand, anno 2003, premio Oscar quale miglior film straniero nello stesso anno) – torna a commuoverci e a confermare la nostra fede nella vitalità dell’arte cinematografica con “Monsieur Lazhar”, di Philippe Falardeau, film del 2011 ma solo da alcuni mesi giunto in Italia.

Protagonista della storia narrata è l’istituzione scuola e, di conseguenza, coloro che quotidianamente vi si incontrano, insegnanti e alunni, impegnati in quella complessa operazione educativa, frutto di dinamiche altrettanto complesse e spesso conflittuali, tendente alla faticosa costruzione di giovani personalità molto diverse tra loro.

Se poi a questo presupposto di fondo (permanente nel tempo pur con i necessari aggiustamenti dovuti al trascorrere e al variare delle epoche e dei contesti sociali) aggiungiamo altre problematiche, tipiche dell’epoca della globalizzazione, quali l’immigrazione e l’interculturalità, risulta chiaro che il lavoro educativo e il rapporto docente-discente diventa sempre più aggrovigliato tingendosi, a volte, con i colori del dramma.

Ma veniamo alla vicenda: Bachir Lazhar è un uomo di quasi cinquant’anni, algerino francofono, costretto a fuggire dal suo paese, a metà degli anni novanta, perché nel mirino del terrorismo islamista che insanguinò all’epoca il paese magrebino; un terrorismo che ha già ucciso la moglie e i due figli di Bachir. Immigrato in Canada, a Montreal, e in attesa di ricevere lo status di “rifugiato”, si finge insegnante (pur non possedendo alcuna qualifica in tal senso), al fine di ottenere, in una scuola media frequentata da alunni di diverse origini etniche e linguistiche, il posto lasciato vacante dalla titolare, una brava e molto amata professoressa di francese, improvvisamente e misteriosamente suicidatasi nell’aula scolastica di buon mattino, poco prima dell’ingresso degli alunni.

Il nuovo “insegnante” dovrà, quindi, non solo sostituire la collega scomparsa nel concreto lavoro didattico quotidiano, portando avanti il programma interrotto, ma anche riempire un tremendo “vuoto” di affettività nel quale sono precipitati i componenti la classe (tutti pre-adolescenti), aiutandoli, suo malgrado (essendo anche lui alle prese con il suo), ad elaborare un lutto che, per tutti gli alunni, rappresenta la loro prima esperienza di incontro con la morte di una persona cara. Bachir, questo non-insegnante (anche se colto e sensibile e non del tutto digiuno di didattica, essendo stato l’insegnamento la professione della moglie assassinata) riuscirà, pur scontrandosi con mille difficoltà, in questa “missione impossibile”.

Certo i mezzi e le metodologie didattiche (ad esempio: la lettura dei classici della letteratura, seguita dal dettato e dall’analisi logica dei brani) da lui impiegati faranno storcere il naso ai teorici della moderna “scienza dell’educazione”; analogamente molti, attenti al “politicamente corretto”, grideranno allo scandalo nel constatare che, di fronte ad alunni particolarmente discoli, il buon insegnante Bachir non esita a ricorrere agli scappellotti. Ma in Bachir vi è qualcosa che, nonostante i suoi difetti, riesce alla lunga a conquistargli la stima e l’affetto dei suoi alunni: la sua umanità, la sua fiducia nelle capacità di crescita, non solo cognitiva, ma anche morale e affettiva, dei suoi ragazzi e, inoltre, le sue raffinate e intuitive qualità di inconsapevole “psicologo dell’età evolutiva”, che gli consentono di far interagire tra loro i ragazzi e di comprendere anche, in taluni casi, il vuoto di affetti familiari che alcuni si portano dietro e che cercano, con fatica, di coprire all’interno dell’aula scolastica.

Bachir riuscirà perfino a svelare il mistero del suicidio dell’insegnante scomparsa ma, purtroppo per lui, non potrà continuare a tenere nascosta la sua finzione; l’istituzione, dopo essersi rallegrata con lui per i suoi successi come insegnante, scoprirà che monsieur Lazhar non è un insegnante e, di conseguenza, non esiterà a metterlo alla porta, con grande rimpianto dei suoi alunni. Una storia bella e amara, narrata con estrema delicatezza ed equilibrio, con una regia attenta ai dettagli e agli aspetti tipici di un’età difficile, di passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Una materia difficile da trattare con immagini, sebbene si potesse raccontare solo tramite immagini; una materia nella quale era possibile cadere o nel “patetismo infantile” o nell’ordinaria “distanza” dello sguardo pseudo-scientifico dei cosiddetti esperti: ambedue questi opposti rischi sono stati felicemente evitati.

Complimenti quindi al regista, Philippe Falardeau, e anche all’attore protagonista, Mohammed Fellah, del tutto a sua agio, con misura e umanità, nella parte di Bachir Lazhar. Ma bravissimi anche i due ragazzi co-protagonisti, cioè Sophie Nélisse e Emilien Néron, nelle parti di Alice e di Simon. 


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti