Nella lotta al Covid-19 le Istituzioni non consultano gli epidemiologi

La statistica sarebbe un'arma molto utile per "prevedere le richieste di terapie intensive in maniera molto accurata". Intervista al Prof. Alessio Farcomeni
Patrizia Artemisio - 4 Novembre 2020

Un giorno abbiamo deciso di tagliare la torta del mondo in piccole porzioni, abbiamo tradotto ogni porzione in un numero per rendere la torta più leggera e farla viaggiare a tutta velocità. L’abbiamo spedita ovunque vi fosse una macchina capace di ritradurre i numeri in realtà. Giusto un paio di cifre, niente di complicato, ci è bastato lo zero e l’uno per issare, in men che non si dica, la bandiera del digitale dappertutto.
“Vale la pena ricordare – citando Alessandro Baricco – come, dovendo scegliere un termine per nominare quell’andatura stupefacente, si sia finito per scegliere, con istinto sicuro, il termine virale”.
La velocità con cui il Covid 19 è arrivato da Wuhan al resto del mondo non può infatti sorprenderci ed è con la matematica che si interpreta, gestisce e prevede il passo della pandemia.

Il Prof. Alessio Farcomeni, docente di Statistica nella facoltà di Economia di “Tor Vergata” fa parte di StatGroup-19: un gruppo di professori universitari che hanno deciso di lavorare insieme al monitoraggio dell’epidemia di SARS-CoV-2.
“Abbiamo tutti una esperienza pluriennale nell’epidemiologia e nella biomedicina, – spiega – ci sembrava doveroso capire bene cosa stava succedendo, e spiegarlo alle persone”.

Quale ruolo hanno avuto ad oggi le scienze statistiche nella gestione dell’epidemia in Italia? Come categoria siete stati consultati?  – chiediamo al Professore.

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“Come categoria sarebbe stato utile consultarci di più. Abbiamo collaborato con l’Istat per l’indagine sulla sieroprevalenza fatta per sapere quanto era circolato il virus, quella delle famose 150.000 persone. In quel caso gli statistici sono stati coinvolti, quanto meno nel disegno del campionamento, e poi per l’analisi.
Per il resto noi facciamo ricerca e quindi abbiamo dato e stiamo dando il nostro contributo a livello di pubblicazioni scientifiche. A livello divulgativo abbiamo una pagina Facebook con circa 6000 followers e un blog, collaboriamo tra gli altri con l’Avvenire e con SkyTG24.
Non abbiamo avuto un ruolo di supporto alle decisioni che sono state prese, purtroppo. Dico purtroppo, perché ad esempio abbiamo sviluppato un modello statistico che è in grado di prevedere le richieste di terapie intensive in maniera molto accurata, diamo le previsioni a livello regionale per i successivi 5 giorni già dal mese Maggio. Ritengo possa essere utile per la programmazione sanitaria.
Inoltre, siamo stati i primi in Italia a prevedere il picco di incidenza in Lombardia.
Il nostro ruolo è rimasto, comunque, marginale a livello istituzionale”.

Ma anche a livello divulgativo i media più importanti non vi hanno dato spazio, per quale motivo sono costantemente interpellati i virologi e non gli esperti in scienze statistiche nel prevedere e raccontare al popolo italiano l’evoluzione dell’epidemia? 

“Io credo che il problema sia che molti non sanno cosa fanno gli statistici, pensano che dato il problema sia un virus, sia opportuno consultare i virologi.
Senza nulla togliere alla competenza di molti virologi, che sanno anche molto di epidemiologia, se posso fare una analogia tra una epidemia ed una gara di Formula 1: parlare con un virologo è come parlare con un meccanico, ma per sapere come si vince una gara devi chiedere al pilota, ovvero all’epidemiologo, allo statistico.”.

Attualmente le previsioni dei virologi coincidono?

“Veramente tutti fanno previsioni: economisti, virologi, fisici, scienziati politici… sì, queste previsioni un pochino divergono. Noi cerchiamo di fare un lavoro accurato, e per ora le nostre previsioni si sono rivelate quasi sempre corrette. Necessariamente, lavoriamo sul breve termine. Facciamo previsioni a 15 giorni, che aggiorniamo continuamente, oltre ha poco senso: se oggi viene disposto un DPCM, l’effetto sull’incidenza si vede dopo 15-20 giorni, sui ricoveri si vede dopo circa 20-25 e sui decessi dopo un mese.
E’ inutile fare previsioni che possono non avverarsi, perché nel frattempo sono cambiate le condizioni.
In futuro proveremo a integrare gli effetti di queste misure e della stagionalità nelle nostre previsioni, allungando un poco l’orizzonte temporale.”.

Cosa significava per lei la frase “il virus è clinicamente morto” pronunciata da un noto virologo questa estate?

“Io veramente non sono riuscito a capire cosa intendesse! In buona fede credo intendesse dire che in quel momento le terapie intensive erano quasi vuote. Il virus però era ancora in circolazione.
Abbiamo fatto un lockdown molto lungo con l’intento di azzerare i casi, purtroppo non ci siamo riusciti, quindi sapevamo che ci sarebbe stata una seconda ondata. Purtroppo storicamente le seconde ondate sono peggiori delle prime. ”.

Avete tentato di comunicare i vostri studi alle Istituzioni?

“Si, abbiamo contattato tra gli altri l’Istituto Superiore della Sanità (ISS), nonché il vice ministro Sileri, che è un collega. Abbiamo una app interattiva (https://statgroup19.shinyapps.io/Covid19App/), per cui le nostre previsioni sono pubbliche e aggiornate in tempo reale.
Saremmo stati molto felici di essere di aiuto alle Istituzioni, ad esempio sul monitoraggio, la stima dei non-diagnosticati, e altri temi.
L’avremmo fatto anche autonomamente, ma mancano i dati. Ed è quasi impossibile per un ricercatore accedere ai dati individuali in possesso dell’ISS.

Peraltro, questa estate c’è stato un editoriale su Epidemiologia e Prevenzione della Società Italiana di Epidemiologia, in cui si faceva notare come è urgente creare sistemi informativi affidabili e standardizzare le procedure di ciascuna regione. Però se poi non vengono contattati statistici di fama internazionale, per fare questo…”.

La ripresa dei voli aerei e degli spostamenti oltre frontiera dopo il lockdown è stata secondo lei valutata correttamente dal Governo?

“I voli possono riprendere in una fase di bassa incidenza come era al momento dell’apertura, forse si potevano avere delle attenzioni in più, che poi sono arrivate in maniera leggermente tardiva.
Sono stati ad esempio istituiti tamponi rapidi per chi rientrava da Malta, Spagna, Grecia e Croazia; ma sarebbe stato saggio prevedere tamponi rapidi per tutti, sin dall’inizio. Questo avrebbe aiutato a mantenere bassa la circolazione, e adesso avremmo probabilmente molti meno casi”.

Considerato che si circola anche in treno ed in macchina liberamente nell’Unione Europea, crede che sarebbe più opportuna una strategia unitaria?

“Questo certamente sì, ed è dimostrato a livello scientifico. E’ uscito un articolo su una rivista molto prestigiosa che faceva notare che, se le misure fossero prese in maniera coordinata a livello europeo, queste sarebbero più efficaci di circa il 30%. In realtà mi pare ci siano problemi a coordinarsi anche a livello regionale, purtroppo. Ad esempio un mese fa era necessario un lockdown breve ma ben localizzato in certe aree, non è stato fatto e la circolazione poi è stata quella che è stata anche altrove…”

Per quanto riguarda Roma, in alcuni Municipi si registra un incremento minore di contagi, quali possono essere le variabili che incidono su questi dati?

“La variabile più importante riguarda la densità abitativa, quindi Municipi più periferici con minore densità abitativa sono meno a rischio di rapida diffusione del virus. Ma d’altra parte a volte si tratta di fattori casuali, alcuni sono meno colpiti adesso e magari lo saranno in seguito: questa estate il virus colpiva la comunità bengalese ma adesso decisamente di più la comunità romana, mentre quella bengalese è abbastanza tranquilla”.

Quali sono i dati attuali e le vostre previsioni per il prossimo futuro? Quali sono le probabilità di un nuovo lockdown?

“Il Lazio sta combattendo meglio di quasi tutte le altre regioni, anche grazie all’ottimo lavoro dell’assessorato alla sanità. Il virus sta circolando un po’ troppo in provincia di Latina. Roma non sta messa male, neanche bene, ma rispetto ad altre aree… questo è merito anche dell’attivazione tempestiva di drive-in, e dello screening con tamponi rapidi nelle scuole. Non escludo che delle chiusure si renderanno necessarie anche per Roma, ma staremo a vedere l’effetto delle recenti misure restrittive. ”.

Passeremo un Natale sereno?

“Io posso dire cosa è necessario fare. Finché il tracciamento funziona bene, e con ciò intendo tasso di positività inferiore al 5% e che per ogni caso vengono tracciati almeno 10 contatti a rischio entro un paio di giorni, si può tenere aperto con le dovute precauzioni (mascherine, distanziamento, areare i locali frequentemente, lavaggio delle mani).
Il tracciamento va aiutato: dobbiamo scaricare tutti la App Immuni. In linea di principio questo sistema di test e tracciamento può traghettarci fino alla vaccinazione senza necessità di lockdown, se l’incidenza viene mantenuta sufficientemente bassa. Quando però si perde il controllo del tracciamento, bisogna chiudere immediatamente a livello locale (provincia, massimo regione), impedendo entrate ed uscite o almeno testando chi entra e chi esce.
Il lockdown deve essere completo, ma può essere breve. Sono sufficienti 15-20 giorni, a quel punto i casi cominciano a scendere, continuano a scendere anche subito dopo la riapertura, e si può riprendere il tracciamento; magari rinforzandolo, perché se si è perso il controllo vuol dire che non era abbastanza efficace.
Non dico che il coprifuoco e altre misure parziali non funzionino, dico che non c’è alcuna evidenza scientifica di questo.
In tutta Europa stiamo facendo una scommessa. La Francia è partita prima di noi con il coprifuoco, e lì non sembra aver funzionato molto bene.
In più, c’è una iniziale evidenza che il secondo lockdown potrebbe essere più efficace più rapidamente”.

Ora abbiamo questa possibilità di tracciamento?

“In questo momento la capacità di tracciamento non è presente in nessuna regione d’Italia. In teoria dovremmo fare un lockdown.
Nel Lazio, al momento sono fiducioso, basterebbero 15 giorni, ma in altre aree del Nord-Est potrebbe non bastare un mese e mezzo, a questo punto.
C’è un discorso anche legato alle conseguenze: se si chiude tempestivamente si evitano pressioni sul sistema sanitario, si evitano molti morti, si riduce rapidamente la circolazione del virus mettendo la comunità in sicurezza e dandole fiducia nel poter fare serenamente la vita di tutti i giorni.
La scelta non è tra la vita o l’economia. La scelta è tra la vita, o la vita e l’economia. Non proteggiamo l’economia se non proteggiamo la vita delle persone.
C’è una certa letteratura scientifica che sta spiegando come la depressione nei consumi sia determinata dalla paura, non dalle chiusure. Ad esempio se la chiusura è breve e alla riapertura le persone non sono preoccupate del rischio sanitario, accade un revenge spending: i consumi che le persone avrebbero fatto in quei 15-20 giorni, li fanno alla riapertura. E’ la paura del contagio che non porta le persone nei ristoranti, non il fatto che chiudano per un breve periodo.’”.

Ci piacerebbe poter scrivere i numeri che sanciscono la fine della pandemia ma per concludere oggi non crediamo di poter fare meglio di Julia Ormond ne Il senso di Smilla per la neve: “all’inizio ci sono i numeri naturali, vale a dire quelli interi e positivi come i numeri di un bambino. Ma poi la coscienza umana si espande e il bambino scopre il desiderio. Sai qual’è l’espressione matematica del desiderio? I numeri negativi, la formalizzazione del sentimento di una mancanza”. (Bavaria Film – 1997)


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  1. Una bella intervista, di quelle che come si suol dire “aprono la mente”. E’, vero, pochissimi stanno capendo quanto contino i numeri e i modelli matematici in questo scenario. Ci stupiamo del fatto che la categoria dei virologi spesso cada in contraddizione, pur essendo composta sicuramente da scienziati di assoluto rispetto, ma qua nessuno comprende come la valutazione complessiva del fenomeno sia di natura prima di tutto epidemiologica, e poi se vogliamo scendere nel dettaglio virologica. Bello il paragone fra il meccanico e il pilota di Formula 1. Per non parlare poi di quel signore che compariva in continuazione in TV per dirci che il virus era “clinicamente morto”. Sicuramente anche in quel caso parliamo di un ottimo medico, ma di un anestesista rianimatore che vedeva solo quello che succedeva nel suo reparto, senza saper valutare le dinamiche esterne. Io in questo momento sto scrivendo in una stanza con le pareti bianche: dovrei dedurre che il mondo intero è racchiuso tra quattro pareti bianche? Spero di aver reso l’idea…

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