Ostia, bomba carta nella notte distrugge la palestra dei Di Napoli: si accendono i fari dell’antimafia

La procura di Roma ha aperto un fascicolo sul caso

Via delle Azzorre, non una via come tante. Qui il silenzio della notte viene lacerato da un’esplosione violenta, secca, che risuona tra i palazzi addormentati di Ostia.

L’aria si impregna di polvere e vetro, mentre le auto parcheggiate tremano. La facciata del civico 451 viene sventrata. La Di Napoli Boxing Team – piccola palestra di quartiere, ma dal nome pesante – è ridotta a un cumulo di macerie e calcinacci.

Un attentato, non ci sono dubbi. Di quelli che non lasciano spazio a interpretazioni. E infatti, sul posto, dopo i primi rilievi dei vigili del fuoco e della polizia del X Municipio, arriva subito la squadra mobile e, con loro, gli uomini della Direzione Distrettuale Antimafia.

Perché quel cognome – Di Napoli – da queste parti non è anonimo. Anzi, è carico di storie, gloria sportiva, ma anche ombre e collegamenti con una Ostia che fatica a liberarsi dai fantasmi del passato.

Gianni Di Napoli, pluricampione italiano dei superpiuma a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, era riuscito a restituire alla boxe un angolo pulito anche in un quartiere difficile. Soprannominato Little Tyson, aveva trasformato quella vecchia serranda in una speranza per i giovani. Ma il figlio, Kevin, “Il Giovane”, ha seguito un percorso diverso.

Nel pugilato non ha sfondato, in strada sì. Il suo nome compare in diverse inchieste, tra cui quella su ‘Er Tartaruga’ e sulla galassia criminale legata a ‘Diabolik’. Oggi è in una comunità di recupero, a Nola, per lavori socialmente utili. Ma il suo passato – e forse il presente – potrebbe pesare ancora.

Che l’attentato sia un messaggio? Una vendetta? Un avvertimento? Gli inquirenti non escludono nulla. Di certo, l’ordigno ha una firma precisa: potenza distruttiva simile a quella che nel 2023 rase al suolo un ristorante a Isola Sacra, anche lì con modalità che richiamano la logica mafiosa.

E anche lì, come oggi, si parla di metodo mafioso: è questa infatti l’aggravante inserita nel fascicolo aperto dai pm coordinati dall’aggiunto Ilaria Calò.

Intanto Ostia si interroga. La palestra era piccola, poco più che un locale artigianale con sacchi, corde e speranze. Ma era anche un simbolo. Il ring, le urla degli allievi, i colpi secchi dei guantoni. Tutto spazzato via in un lampo.

Non è la prima volta che esplode qualcosa qui. In meno di due anni, la mappa della paura si è allargata: bombe a ristoranti, rivenditori d’auto, perfino nei pressi della caserma della Guardia di Finanza. Una pressione a bassa intensità ma continua, che conferma come le tensioni nei sottoboschi criminali del litorale siano tutt’altro che sopite.

Chi ha messo quella bomba carta sapeva dove colpire. Ha scelto un nome pesante, in un posto simbolico, in un orario in cui il botto avrebbe parlato a tutti.

Oggi, davanti alla serranda sventrata della Di Napoli Boxing Team, resta solo polvere. Ma sotto, tra le macerie, c’è molto di più: un quartiere che non riesce a scrollarsi di dosso il peso del proprio passato. E una famiglia che, tra sport e strade sbagliate, cammina ora sul filo sottile tra vittima e sospetto.


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