Pandemia, Didattica a distanza, riapertura a settembre e il compito della scuola

Riflessioni di un docente
Francesco Sirleto - 5 Giugno 2020

Sono giorni, questi che precedono la chiusura dell’anno scolastico, nei quali i docenti sono impegnati, pur a distanza, con gli inevitabili adempimenti conclusivi: fine delle lezioni, stesura programmi e relazioni, scrutini, esami, riunioni di consigli di classe, di dipartimenti, di collegi dei docenti nelle varie Istituzioni scolastiche del paese. Sono anche i giorni nei quali i docenti riflettono, o singolarmente o collettivamente, su ciò che ha rappresentato l’esperienza della pandemia, su ciò che ancora essa rappresenta in termini di lavoro e di accresciuti impegni professionali, e sulle prospettive che la pandemia potrebbe aprire tanto per la società nel suo complesso, quanto per l’Istituzione Scuola.

Tuttavia una seria riflessione su questi temi non può non partire da un dato di fatto non minimizzabile, una realtà grossa come un macigno, sconvolgente e devastante per l’intera umanità e, di conseguenza, per il nostro Paese e per le sue categorie economiche, sociali, professionali: la pandemia da Coronavirus che, per quanto riguarda i docenti, ha innanzitutto comportato la chiusura di tutte le scuole italiane, decisa con DPCM del 4 marzo 2020; quello stesso DPCM nel quale si stabiliva che “… i dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”.

Didattica a distanza che, come tutti sanno, si è protratta fino ad oggi e si protrarrà fino alla chiusura dell’anno scolastico. Inoltre solo gli esami di maturità si svolgeranno, a partire dal 17 giugno prossimo, in “presenza” ma osservando stringenti norme di sicurezza, atte a salvaguardare la salute degli alunni, dei commissari e del personale della scuola. Sappiamo però,  da recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri (discorso del 3 giugno), che, da settembre, si ritornerà alla didattica in presenza e che, al fine di assicurare una ripresa in sicurezza della normale didattica, con il DECRETO-LEGGE 19 maggio 2020, n. 34 (Decreto Rilancio), sono stati stanziati 331 milioni di euro destinati alle scuole statali di ogni ordine e grado. Questi fondi potranno essere utilizzati, fra l’altro, per dispositivi di sicurezza, igienizzanti, pulizia, ma anche per la formazione e l’aggiornamento del personale, lavoro agile e sicurezza nei luoghi di lavoro, servizi di assistenza medico-sanitaria e psicologica, strumenti digitali per l’adeguamento dei laboratori.

Nondimeno, quando si riflette sul rapporto esistente tra pandemia e didattica a distanza, non si può non partire dalle conseguenze tragiche che un’esperienza così sconvolgente e, per certi versi, anche devastante, ha prodotto, considerato il gran numero di vittime che la pandemia ha provocato in Italia (si è appena superata la cifra di 33.000 deceduti) mentre in altri paesi si registrano un numero di vittime di molto superiore.

Pertanto, a livello umano prima che professionale, il primo pensiero è costituito da un sentimento: un profondo, condiviso e sincero dolore nei confronti delle migliaia di morti che la pandemia ha prodotto; il secondo è la conseguenza necessaria del primo: una sincera gratitudine nei confronti di tutti quei lavoratori della sanità (medici, infermieri, personale delle pulizie, trasportatori, ecc.) che hanno combattuto la pandemia in prima linea, rischiando la vita e la salute per prestare soccorso ai contagiati ricoverati oppure in quarantena domiciliare.

Subentra, a questo punto, anche un moto spontaneo di fraterna e umana solidarietà nei confronti di tutti quei lavoratori che o hanno perso il lavoro, oppure sono in cassa  integrazione, o che rischiano di perdere il posto di lavoro a causa della gravissima crisi economica che si è abbattuta sul nostro Paese. Infine non è possibile dimenticare tutti quei lavoratori sconosciuti, non garantiti o addirittura invisibili perché irregolari e sottoposti a condizioni di lavoro disumane, e che hanno assicurato comunque, con il loro costante lavoro, approvvigionamenti alimentari a migliaia di famiglie e la continuazione di una produzione agricola, in molte regioni, essenziale per la tenuta dell’economia di tutto il Paese; lavoratori invisibili per i quali ritengo sia venuto il momento di un provvedimento legislativo che stabilisca le modalità per una regolarizzazione molto più ampia di quella decisa nei giorni scorsi dal Governo, regolarizzazione atta a farli uscire dalla clandestinità e dalla precarietà del lavoro nero.

Detto ciò, in quanto docente, credo che la categoria possa e debba sentirsi orgogliosa per aver dimostrato, in questi mesi, un senso di responsabilità nazionale elevatissimo e da tutti riconosciuto; e per aver assicurato, molto spesso con orari di lavoro del tutto abnormi, la non interruzione del godimento del diritto allo studio e alla cultura a tutti gli alunni e studenti italiani, sia pure con difficoltà di ogni genere e con il rammarico che un certo numero di alunni non abbiano potuto godere dello stesso importantissimo servizio.

All’orgoglio si mescola a preoccupazione per i tempi lunghi che, con tutta probabilità, si dovranno sopportare, nei primi mesi del prossimo anno scolastico, per un effettivo ritorno alla normalità.

Ma, andando avanti con le riflessioni, sento di dovere esprimere una convinzione, maturata in questi lunghi mesi di clausura: l’esperienza della pandemia potrebbe essere un’occasione da non perdere, al fine di un reale cambiamento nel modello di sviluppo che, così come si è caratterizzato fino ad oggi, si è basato sull’espansione irrazionale dei consumi, con ripercussioni negative e a volte tragiche  sulla vita degli esseri umani  e dell’intero eco-sistema. E’ necessario, a mio avviso, oggi più di ieri, imboccare una diversa direzione, che punti su uno sviluppo eco-sostenibile, sulla tutela del territorio e delle condizioni di vita di tutte le specie viventi, che assicuri, alle future generazioni, la possibilità di una vita degna di essere vissuta.

Sono altresì certo che, per imboccare una nuova strada, di profondi cambiamenti non solo nel nostro Paese ma in tutto il Pianeta, un ruolo essenziale lo dovrà giocare la scuola e la cultura; solo con l’istruzione e solo con la cultura, che devono diffondersi sempre più e sempre in modo più inclusivo, è possibile formare nuove generazioni in possesso di valori autentici (la libertà, la solidarietà, l’apertura alle diversità, alla convivenza tra gli esseri umani, e tra gli esseri umani e la natura), valori in grado di fare da baluardo contro i falsi valori e i falsi miti del denaro facile, dello sballo, del divertimento a tutti i costi.

Solo con queste convinzioni, è possibile, a mio avviso, sostenere e giustificare le future battaglie, anche sindacali, ma prima di tutto di carattere etico e pedagogico, che dovranno vedere la categoria impegnata in un confronto serrato con le Istituzioni (Governo, Parlamento, Regioni ed enti locali) dalle quali rivendicare, in considerazione di questo accresciuto e importantissimo ruolo che la scuola dovrà avere per un effettivo cambiamento del modello di sviluppo, maggiori e più massicci investimenti nell’edilizia scolastica, nelle dotazioni tecnologiche delle Istituzioni Scolastiche, nell’aumento del personale, sia nella componente docente che nella componente ATA, nella loro formazione e aggiornamento, nell’aumento delle loro retribuzioni, in tutto ciò che occorre per mettere in grado i lavoratori della scuola di essere all’altezza delle sfide epocali che il prossimo futuro ci riserva.

 

Francesco Sirleto (docente di storia e filosofia nel liceo Benedetto da Norcia di Roma)


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