Pandemia e crisi climatiche, cos’altro può accadere

Intervista al Prof. Riccardo Valentini, ordinario di ecologia all’Università della Tuscia, direttore strategico del CCMC, membro della European Academy of Sciences
Patrizia Artemisio - 28 Marzo 2020

Silenzio. È l’ora di guardare dal buco della serratura del web quanto basta per restar senza parole. Le anatre si accomodano nella barcaccia a Piazza di Spagna, i delfini saltano davanti ai nostri porti, le lepri affollano i parchi a Milano.

In Italia si muore soffocati mentre l’aria diventa finalmente pulita.

Per l’accaduto e per la sofferenza che fa tremare questo nostro mondo, stiamo adesso per una volta zitti.

Cominciamo ad ascoltare chi da tanto studia, osserva e avverte. Ascoltiamo, perché non c’è più tempo, il prof. Riccardo Valentini, ordinario di ecologia all’Università della Tuscia, direttore strategico del CCMC, membro della European Academy of Sciences: ”I dati sull’aria più pulita sono veri. Vediamo gli effetti dello stop delle attività produttive sull’inquinamento con le immagini satellitari. Tutti ci stiamo svegliando da una ubriacatura totale, l’ubriacatura dello sviluppo a tutti i costi, del consumismo, della corsa all’incremento della produzione, agli incrementi energetici, all’incremento dei rifiuti. Tutta questa parte dell’economia ha girato in un modo perverso e ci ha portato alla crisi climatica. E’ evidente che questo stop ha un impatto”.

Quale impatto avrà sul futuro?

“È ancora presto per dirlo. Noi adesso vediamo gli effetti congiunturali. Questa epidemia ci ha fatto comunque riflettere sul valore della vita e della salute. C’è un legame tra il coronavirus e l’interferenza dell’uomo nella natura – continua – non dimentichiamo che, come tutti i virus, nasce dagli ambienti selvatici.
Questo virus è associato al pipistrello ed è passato, attraverso una specie intermedia, all’uomo. Non è ancora chiaro se si tratti del pangolino, che è ancora una specie selvatica, ma viene usata in vari prodotti di medicina naturale.
Mi spiego meglio. Le specie intermedie sono quelle che più utilizziamo, per esempio il suino è una classica specie intermedia dei virus ed è facile che li trasmetta all’uomo. I bacini naturali di sviluppo dei virus sono in larga misura nel sudest asiatico.
Se cominciamo ad avere allevamenti intensivi di maiali da 5 o 6 milioni di capi come ce ne sono in Cina, a contatto con ambienti privi di sicurezze sanitarie dove non ci sono barriere ed arrivano gli animali selvatici che li contaminano, questi virus fanno poi parte di questo agente intermedio che è un animale domestico a contatto con l’uomo.
L’uomo ha superato il limite.

Qual è la responsabilità dell’uomo nel determinare i cambiamenti climatici?

L’effetto dell’uomo è indiscutibile. Noi stiamo in un pianeta più caldo, osservato, misurato da tutte le stazioni metereologiche del mondo.
Il surriscaldamento globale è pari circa ad 1 grado centigrado in scala globale medio, rispetto all’era preindustriale. Questo surriscaldamento, in realtà è ancora più alto se pensiamo alle terre emerse, dove è di circa 1,4 gradi.
Le cause sono i gas che, entrando nell’atmosfera terrestre, creano un effetto serra. Questo accade perché produciamo energia attraverso i combustibili fossili e produciamo fertilizzanti inorganici, come l’azoto inorganico che viene usato nelle colture agrarie”.

C’è chi parla di inquinamento dovuto agli allevamenti animali, lei ritiene questa ipotesi plausibile?

“Non è plausibile, è certa. Noi abbiamo una parte di emissioni che sono naturali e ci sono sempre state, ma c’è un di più che è dovuto agli allevamenti e alle coltivazioni di riso. Sono entrambi responsabili, ma gli allevamenti in maniera ancora maggiore, perché i ruminanti, come sappiamo, hanno purtroppo questa fisiologia per cui emettono metano pur digerendo una sostanza organica”.

Quindi nel nostro piccolo, modificando la nostra dieta, i nostri consumi, possiamo dare una mano?

. L’impatto di una carne rossa è più di 25 volte quello di un piatto vegetariano”.

Gli impegni presi dai Paesi con l’Accordo di Parigi, se confermati nella Conferenza delle Parti, saranno sufficienti per contrastare i cambiamenti climatici?

No, in realtà non sono sufficienti. Con queste promesse arriveremo ad un riscaldamento di 3 gradi o 3 gradi e mezzo, bisognerà che i Paesi prendano misure più ambiziose, più forti di quello che hanno promesso”.

A cosa dobbiamo essere preparati?

Questa epidemia dovrebbe insegnarci come reagire ad una possibile crisi climatica. Non è escluso che nel futuro avremo crisi climatiche oltre che crisi epidemiche. Per crisi climatiche intendo ad esempio che non piove per mesi, il cibo non viene prodotto, l’agricoltura in ginocchio. Speriamo non succeda ma siamo, come per questa pandemia, del tutto impreparati.
Nelle città, nel settore alimentare sono andati in tilt tutti gli ordini online, sarebbe stato opportuno invece che consegnassero i pacchi fuori della porta, si sarebbero evitati molti contagi. I nostri dettaglianti, anche piccoli, potevano prendere ordini online e in giornata coprire buona parte del quartiere. Questa è un’occasione per riflettere”.

Cosa prevede nell’immediato futuro?

“Beh, intanto speriamo che non ci sia più l’epidemia, nessuno vuole ridurre l’emissione di gas serra grazie ad una pandemia, chiaramente! Se dopo la pandemia tutti torniamo a comportarci come prima allora sarà cambiato poco. Se invece questa crisi determinerà nelle persone una diversa coscienza, uno stile di vita differente, se ad esempio preferisco non viaggiare tanto, fare più smartworking, se cambia la società, cambia il clima”.

 

Patrizia Artemisio


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