

Il MAXXI propone uno “sguardo-metafora” al mondo contemporaneo
Oggi viviamo nel mito della comunicazione globale, in realtà si tratta di una forma di globalizzazione del controllo, non solo della nostra privacy, ma soprattutto di Risorse e di Finanza divenuta sopranazionale. La condivisione non è figlia di internet e dei social network, ma sembra esserlo diventata nell’affievolirsi dei contatti umani, reali, tra le persone, sostituiti dall’ossessione persistente dell’immagine del Doppio non umano, sotto le spoglie del moderno Robot o Android o Cyborg, in un grave degrado ambientale, foriero di diffuse patologie e progressiva e drammatica perdita di biodiversità. In tutto questo la parola prigione può assumere significati decisamente nuovi.
Con la mostra Please Come Back. Il mondo come prigione? a cura di Hou Hanru e Luigia Lonardelli al MAXXI dal 9 febbraio al 21 maggio 2017, ventisei artisti attraverso 50 opere, mettono in luce le problematiche relative al controllo, tipiche della società contemporanea, raccontando il carcere come metafora del mondo contemporaneo ed il mondo contemporaneo come metafora del carcere: tecnologico, iperconnesso, condiviso e sempre più controllato. Allora, nel presentare lo sguardo di questi artisti sul complesso intreccio di temi che caratterizza la riflessione sulla società odierna, questa ricerca ci mette di fronte a una visione critica che evidenzia l’allarme e, nello stesso tempo propone come soluzione, un ritorno ai valori fondamentali e inalienabili dell’individuo.
In prima pagina una citazione da George Orwell, che nel romanzo “1984” allude ad una società altamente indesiderabile o addirittura spaventosa, dove esiste un controllo assoluto e totalitario delle genti – La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza. – Lo sviluppo esponenziale delle tecnologie digitali, l’avvento dei social network, l’utilizzo dei Big Data, hanno progressivamente e inesorabilmente cambiato la nostra società che assiste al crollo delle filosofie di condivisione sociale e urbana, all’instaurarsi di nuovi regimi che, in nome della sicurezza, ci spogliano, con il nostro consenso, di ogni spazio intimo e personale. Così questa mostra, all’insegna dell’imperativo PLEASE COME BACK, parte da queste considerazioni e cerca una risposta alla domanda: “che cosa vogliamo torni indietro nelle nostre vite dal paradiso perduto dell’età moderna?”
Allestita nella Galleria 5 del MAXXI, l’esposizione prende il titolo dall’opera omonima del collettivo Claire Fontaine, nata da una riflessione degli autori sulla società come spazio di reclusione ed il modo inquietante di cui facciamo parte.
La mostra si compone di tre sezioni: Dietro le mura, Fuori dalle mura e Oltre i muri.
Della prima sezione – Dietro le mura – sono protagonisti artisti che hanno fatto una esperienza diretta della prigione, sia perché sono stati reclusi, sia perché ne hanno fatto il soggetto del proprio lavoro, sia perché sono cresciuti in ambienti caratterizzati da questa presenza ingombrante. Tra questi Berna Reale con un video che racconta la luce della torcia olimpica all’interno delle carceri brasiliane, Harun Farocki che utilizza i filmati delle videocamere di sorveglianza del carcere di massima sicurezza di Corcoran in California e le interviste di Gianfranco Baruchello ai detenuti delle carceri di Rebibbia e Civitavecchia.
In Fuori dalle mura troviamo le opere di quegli artisti che hanno compiuto una riflessione sulle prigioni che non possiamo vedere, sui regimi di sorveglianza, capaci di trasformare le città contemporanee in vere e proprie “prigioni a cielo aperto”. Tra questi Superstudio che con il suo Monumento Continuo aveva profeticamente immaginato un modello di urbanizzazione globale, alternativo alla Natura. Mikhael Subotzky che presenta materiali video forniti dalla polizia di Johannesburg. Lin Yilin, con la sua performance che riproduce una scena di privazione della libertà, per testare le reazioni dei cittadini della città cinese di Haikou e di Parigi, o Rä Di Martino che trasforma Bolzano nel fondale di una messa in scena con finti carri armati.
Nella terza sezione – Oltre i muri – protagonista è il tema della sorveglianza come “pratica organizzativa dominante”, fenomeno omnipervasivo nella nostra società dopo l’11 settembre 2001. Ecco allora, tra le opere presenti in quest’area, la pratica della “guerra al terrore” che diventa protagonista del lavoro di Jenny Holzer, il progetto di Simon Denny che si ispira alle rivelazioni di Snowden, Jananne Al-Ani che riproduce la prospettiva del drone, investigando diversi siti in Medio Oriente. Zhang Yue con un lavoro visionario prefigura future guerre o un piano per la distruzione degli Stati Uniti.
Tra le opere esposte anche due acquerelli su seta di Shen Ruijun, Lake e Abuse del 2009, che verranno acquisiti nella collezione del MAXXI.
La mostra è accompagnata da una serie di incontri, eventi, appuntamenti, che ne approfondiscono i temi: Pensato all’interno di un carcere, Il workshop dell’artista Claudia Losi, Una volta… all’improvviso, opera nella collezione del Museo, è realizzato in collaborazione con la Casa Circondariale Rebibbia Femminile, Francesca Dainotto e Vic-Volontari in Carcere. Oltre il muro è invece un workshop dedicato ai ragazzi della scuola secondaria che avvia una riflessione sulle prigioni fisiche e virtuali e sulle restrizioni della libertà a partire dai temi e dalle opere in mostra, tra cui il video Temps Mort dell’artista algerino Mohamed Bourouissa che sarà coinvolto direttamente.
Una riflessione sui temi della mostra è anche Dalla rimozione alla responsabilità. Gli spazi della pena oltre il carcere come “istituzione totale”, giornata di studio ad aprile sull’architettura delle carceri e sulle ripercussioni che può avere sui detenuti e sulla città, a cura di Luca Zevi, Consulente del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria per gli spazi della pena. L’8 aprile ci sarà Sguardi dal carcere, reading letterario di testi autobiografici nati in situazioni di detenzione introdotto da Alvise Sbraccia, ricercatore in Sociologia della devianza e del mutamento sociale all’Università di Bologna.
Il 19 aprile si terrà Il mondo come prigione? Carcere, diritti, giustizia, convegno nazionale sui confini della sorveglianza e della privazione delle libertà per motivi di giustizia o di sicurezza, cui è stato invitato il Ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Raccontami chi sei è il progetto di storytelling nomade di Matteo Caccia, autore e conduttore radiofonico di Pascal su Radio2 Rai.
Sabato 29 aprile, dalle 16 alle 20, attiverà un dialogo con il pubblico del MAXXI a partire dalla domanda Cosa vogliamo che ritorni indietro nelle nostre vite dal paradiso perduto dell’età moderna? Le migliori storie verranno ospitate in una puntata speciale di Pascal. A maggio ci sarà Speakers’ corner: una serie di realtà operanti nelle carceri testimoniano la loro attività dal teatro alla performance alle cooperative artigianali, presentando i loro prodotti in un mercato nella piazza del museo.
Anche dopo la chiusura della mostra, al MAXXI si continuerà ad approfondirne i temi; il 26 e il 27 maggio si terrà Discriminazione e mass media: quando l’odio e i pregiudizi rinchiudono la comunicazione, convegno organizzato dall’Unar, “l’Ufficio Nazionale contro le discriminazioni” della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
#PleaseComeBack – MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo – via Guido Reni, 4/A, Roma – info: 06.320.19.54 – orario di apertura: 11.00/19.00 (dal mart a dom) orario sabato 11.00/22.00. Chiuso il lunedì. (dal martedì al venerdì ingresso gratuito per studenti di arte e architettura). www.fondazionemaxxi.it
FOTO DI VALTER SAMBUCINI
1) AES+F Inverso Mundus, 2015
2) Claire Fontaine, PLEASE COME BACK (K.Font), 2008
3) Simon Denny, Modded Server – Rack Display with David Darchicourt Commissioned Map of Aorearoa New Zealand, 2015
4) Veduta allestimento mostra
5) H.H.Lim, The cage the Bench and the Luggage (particolare), 2011
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