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Retroscena dell’epopea napoleonica

Percorsi dal Primo al Secondo Impero di Francia nell'Ottocento attraverso figure meno note

Una delle mostre più singolari del momento è senza dubbio “Fenêtres, de la Renaissance à nos jours” alla Fondazione de l’Hermitage di Losanna, inaugurata nel gennaio 2013 e visitabile fino al prossimo 20 maggio. È un filo rosso di finestre aperte o chiuse sul mondo che trae ispirazione dalla prima versione in latino (1435) del trattato “Della pittura” di Leon Battista Alberti; e allora Dürer, la ritrattistica italiana rinascimentale, gli interni olandesi e fiamminghi, giù fino a Monet, Munch,  Matisse, Mondrian e Hiroshi Sugimoto con “Arcadia, Milan” (1998), opera curiosamente vicina alla grafica di “The Next Day”, l’album di David Bowie uscito lo scorso 12 marzo; d’altronde, caso od omaggio che sia, il cantante inglese è assai legato a Losanna dove ha vissuto a lungo nello Château du Signal, prossimo alla Fondazione de l’Hermitage sita appunto in Route du Signal 2.

Tra 150 opere ad alto contenuto concettuale, spicca in “Fenêtres” anche un quadro che racchiude lo spirito ed il gusto di tutta un’epoca, ossia “La regina Ortensia ad Aix-les-Bains” (foto) di Antoine Duclaux, eseguito nel 1813 e conservato nel castello svizzero di Arenenberg, oggi Musée Napoléon Thurgovie, dove l’effimera sovrana d’Olanda visse in esilio dal 1823 fino alla sua morte (1837) con il figlio, il futuro Napoleone III. Nel dipinto di Duclaux non sono visibili i lineamenti del viso di Ortensia, per i quali rimandiamo all’intensa raffigurazione nel ritratto firmato da François Gérard, per inciso il medesimo pittore disdegnato da generazioni di intellettualistici critici d’arte ed ora come d’incanto “scoperto” in occasione della recente mostra milanese su Amore e Psiche.

Meno presente nell’immaginario collettivo storico, meno spregiudicata, meno assetata di lusso rispetto all’imperatrice Giuseppina sua madre, Ortensia de Beauharnais ha lasciato un libro di memorie che costituisce un vero compendio delle tematiche e del sentire romantici: lei stessa ci appare quale autentica eroina da romanzo e, come da rigore, da romanzo senza lieto fine, tra la passione politica, ovvero il bonapartismo dettato sia da convinzione sia da ammirazione per Napoleone, insieme suo patrigno e suo cognato (e che pure la costrinse al matrimonio malamente assortito con il fratello Luigi), e tra un unico amore che le consumò la vita.

Ortensia era nata nel 1783, secondogenita di Alessandro de Beauharnais e Giuseppina Tascher de la Pagerie (Eugenio, che sarà vicerè d’Italia,era nato nel 1781); il padre fu ghigliottinato nel 1794, la madre scampò all’esecuzione in extremis ed uscì di prigione, ma per ritrovarsi sola, con due figli a cui provvedere e senza alcuna risorsa se non qualche amicizia che però si sarebbe rivelata preziosa. Con il secondo matrimonio materno Ortensia fu colmata, alla pari del fratello, del grande e sincero affetto di Napoleone che, non avendo figli da Giuseppina, adottò entrambi; la giovane donna data in moglie, come detto, a Luigi Bonaparte per ragioni politiche e per “unire il sangue”, ebbe il destino segnato dall’incontro con un troppo affascinante aiutante di campo di Murat, Auguste-Charles de Flahaut, il figlio che Talleyrand, da vescovo, aveva avuto dalla bella contessa di Flahaut, procreata a sua volta da una signora che giovanissima aveva allietato Luigi XV, e che si era imparentata con il fratello della Pompadour.

Nelle sue memorie, Ortensia non solo lascia comprendere la vera natura dei rapporti con Flahaut, ma è fiera dei suoi sentimenti rivelati al mondo, in stridente contrasto con la tristezza rassegnata che non può e non vuole nascondere ricordando il giorno del matrimonio, cerimonia di Stato e non mero evento mondano (“Ci sposano”; “Ci conducono in un salone con magnifici doni di nozze. Non vi presto alcuna attenzione.”). Luigi ed Ortensia furono sovrani d’Olanda dal 1806 al 1810, anno in cui la stessa Olanda venne unita all’Impero francese. Napoleone consentì alla loro separazione e la ex-regina, chiamata a far parte della corte imperiale, visse pienamente il suo legame con Flahaut, dal quale ebbe un figlio nel 1811. Alla caduta dell’Impero l’ufficiale, che aveva tratto non pochi Tutto il materiale e’ proprieta’ intellettuale di benefici dalla relazione con Ortensia, fece elegantemente comprendere che la prospettiva di rimanere unito ad una donna appartenente ad un’epoca finita non lo allettava; dignitosamente lei gli restituì la libertà e visse del suo ricordo sino alla morte causata da un male incurabile, in un contesto emozionale che riporta, con sorprendente sovrapposizione, ad uno degli emblemi del Romanticismo letterario, il “Corinne ou l’Italie” di Madame de Staël.

Il figlio di Luigi ed Ortensia divenne imperatore nel 1852; ma il ruolo chiave nella sua scalata al potere lo ebbe il fratellastro, Charles-Auguste duca di Morny (l’altro “uomo forte” del secondo periodo napoleonico fu, a parere di molti, Eugenia,sposata però ad Impero proclamato). Intelligente, cinico e spregiudicato come il nonno Talleyrand, seducente come il padre Flahaut, Morny ispirò Balzac, Daudet e Zola che videro nel gelido dandy un formidabile personaggio letterario, benché testimonianze dirette avessero riferito di stati di prostrazione nervosa ad intermittenza, sia pure meno gravi e prolungati rispetto a quelli sofferti da Napoleone III, e probabilmente derivati in entrambi i casi dalla fragilità di Ortensia.

Per concludere con la non convenzionale linea genetica, ricordiamo la figlia di Morny, Sophie detta Missi, che fu un’icona gay del suo tempo e calcò le scene interpretando figure maschili, tra cui Napoleone I. Al di là delle vicende biografiche esiste tuttavia un’eredità di altro genere connessa ad Ortensia ed Eugenio Beauharnais. Tradizionalmente il giudizio storico su Giuseppina non è ostile: ciò è dovuto in massima parte alla scelta di Luigi XVIII di favorire la riconciliazione nazionale, nel caso specifico non divulgando ammontare e dettaglio delle spese personali dell’ex-consorte dell’imperatore (morta nel 1814), cifre d’altronde per lo più note allo stesso sovrano restaurato poiché pervenutegli da emissari segreti nel corso dell’intero periodo napoleonico. Alla sua morte Giuseppina lasciò debiti, alcuni dei quali rimontanti all’anno XIII (1804/05), per 3 milioni di franchi. Ma tale passivo, già di per sé enorme, non era che la punta dell’iceberg di una voragine finanziaria pregressa: si consideri che, all’atto del divorzio, Napoleone le aveva saldato ulteriori debiti per 1.400.000 franchi e accordato 3 milioni di emolumenti l’anno, in gran parte direttamente a carico del Tesoro statale, e si consideri che, pur non essendo più imperatrice (quando le fatture solo per abbigliamento raggiungevano i 5.500.000 franchi), Giuseppina contrasse ancora debiti per circa 1.600.000 franchi nel giro di due anni e nel 1813 spese 2.200.000 franchi in dieci mesi.

E non abbiamo citato che alcune delle cifre relative all’ultimo periodo della sua vita, in cui risiedeva nella proprietà, raffinata ma di dimensioni modeste, della Malmaison. Per non ricorrere sempre ad un consorte talvolta poco comprensivo, già dai primi tempi del matrimonio (1796), Giuseppina si associava ad affaristi improvvisati, cioè ad ufficiali dell’esercito francese che si lanciavano in speculazioni, dall’esito solitamente disastroso, mirate a fare man bassa di beni nazionali dei territori europei conquistati (vedi le alienazioni delle grandi abbazie nelle province belghe). A ciò si univa una passione patologica per i gioielli: nonostante le casse di oggetti preziosi inviatele da Napoleone a partire dalla Campagna d’Italia, Giuseppina al contempo acquisiva gioie per un valore complessivo rimasto non calcolato (nel 1799 una collana di perle era costata 500.000 franchi). I suoi due figli ne ereditarono non poche; Ortensia fu costretta, in esilio, a venderne gran parte, ma Eugenio, uno degli uomini più ricchi d’Europa anche dopo la caduta dell’Impero, le distribuì attraverso la sua numerosa prole dai prestigiosi matrimoni, alle case regnanti di mezza Europa: i più clamorosi diademi inalberati ancora oggi dalle sovrane scandinave provengono appunto dallo scrigno di Giuseppina.

Nei prossimi giorni verrà messo all’asta l’anello di fidanzamento di Giuseppina, proprietà di una famiglia meno beneficiata; il prezzo base, valutato anche il valore storico, non supera i 12.000 euro. Questo gioiello il cittadino Bonaparte lo aveva pagato di tasca propria.

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