

Diciotto anni dopo l’avvio dei cantieri, l’opera sotto al Laghetto è ferma al palo. I lavori reali sono molto indietro rispetto ai "tunnel" mostrati nelle sfilate fotografiche
Sotto il velo immobile e artificiale del Laghetto dell’Eur riposa, da quasi due decenni, uno dei monumenti allo spreco e all’illusione più colossali della Capitale.
Doveva essere il Sea Life di Roma, un acquario hi-tech sotterraneo con tunnel immersi tra squali e razze, capace di rilanciare il turismo del quadrante sud e trasformare la zona in un polo scientifico di rilievo internazionale.
Oggi, a diciotto anni dalla posa della prima pietra, quella grande promessa si è arenata definitivamente nei faldoni di un tribunale fallimentare.
Il grido d’allarme, secco e privo di diplomazia istituzionale, è arrivato dai vertici di Eur Spa nel corso di un’audizione in commissione capitolina.
La diagnosi dei manager della partecipata pubblica (controllata dal Ministero dell’Economia e dal Comune) è drammatica: senza l’ingresso immediato di un nuovo, solidissimo partner privato pronto a ripianare i debiti e a firmare assegni milionari, l’acquario di Roma non aprirà mai.
La crisi del mega-impianto ipogeo ha subìto una violenta accelerazione negli ultimi mesi. Nell’estate del 2025, esasperata da scadenze sistematicamente violate e rinvii cronici, Eur Spa ha firmato la revoca ufficiale della concessione alla società Mare Nostrum, il consorzio privato che aveva ideato e gestito l’opera fin dal lontano 2008.
Un atto di forza che ha aperto le porte del baratro: pochi mesi dopo, i giudici hanno dichiarato il fallimento definitivo della società.
Ora l’ente pubblico è impegnato in un complicato braccio di ferro burocratico e tecnico con i curatori fallimentari per rientrare formalmente in possesso della struttura di cemento armato e comprendere l’entità esatta del disastro ereditato.

Il dossier tecnico consegnato ai consiglieri comunali ha svelato una realtà ben diversa da quella raccontata per anni dalle campagne di marketing.
Le spettacolari immagini diffuse nel tempo, i rendering mozzafiato e i percorsi interni mostrati a favore di telecamera durante le periodiche visite delle autorità rappresentavano in realtà solo una minima frazione scenografica dell’opera.
Dietro le vasche pilota e i corridoi illuminati usati come vetrina elettorale, gran parte dei 15mila metri quadrati della struttura sotterranea è ancora allo stato grezzo, priva di impiantistica vitale, sistemi di filtraggio dell’acqua e tecnologie di aerazione.
L’avanzamento reale dei lavori è drammaticamente inferiore a quanto l’opinione pubblica fosse stata indotta a credere nei mesi precedenti al Giubileo del 2025.
A complicare il quadro ci sono anche i problemi ambientali connessi al Laghetto artificiale. La porzione di specchio d’acqua che sovrasta la struttura dell’acquario presenta da anni un’anomala variazione cromatica e di limpidezza rispetto al resto del bacino.
Un fenomeno che i tecnici dovranno analizzare per escludere infiltrazioni o danni strutturali ai solai subacquei, con inevitabile impennata dei costi di bonifica.
Il vero ostacolo al salvataggio della struttura non è però ingegneristico, ma strettamente finanziario. I piani economici elaborati nei primi anni Duemila sono ormai considerati carta straccia.
Le ultime analisi di mercato dicono che il modello dell’acquario cittadino tradizionale non attira più i flussi di una volta e le stime sui futuri ricavi da bigliettazione sono state drasticamente ridimensionate.
Trovare un investitore disposto a calare nel sottosuolo dell’Eur decine di milioni di euro per completare un’opera monca, gravata da incognite strutturali e con margini di profitto ridotti al lumicino, rasenta l’impresa impossibile. Il dossier è ora sul tavolo dei tre azionisti di riferimento: il Comune di Roma, Eur Spa e il Ministero dell’Economia.
Saranno loro a dover decidere se stanziare fondi pubblici per evitare che l’Acquario si trasformi in uno scheletro di cemento perpetuo o se staccare definitivamente la spina, lasciando che il sogno del polo marino romano affoghi per sempre nella burocrazia.
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