

I dati della nuova piattaforma Agenas: nei primi quattro mesi del 2026 il 90% delle visite è nei tempi. Ma c'è il trucco delle ricette "non urgenti" e il record di rinunce al Cup
Sulla carta il modello laziale della sanità pubblica sfoggia numeri da prima della classe.
Nella stragrande maggioranza dei casi, l’utente che bussa al Cup per prenotare una visita specialistica o un esame diagnostico riesce a ottenere l’appuntamento entro i paletti cronologici previsti dalla legge.
Ma dietro la facciata di una burocrazia apparentemente impeccabile si nasconde una realtà ben più complessa e opaca: un cortocircuito strutturale fatto di montagne di prescrizioni mediche che rimangono nel cassetto, priorità cliniche assegnate con criteri flessibili per alleggerire i registri e un travaso silenzioso ma incessante di pazienti che, esasperati, si rifugiano nella sanità privata a pagamento.
È questa la fotografia in chiaroscuro che emerge dai dati pubblicati dalla nuova piattaforma nazionale di monitoraggio delle liste d’attesa, realizzata dall’Agenas (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) su input diretto del Ministero della Salute.
Nei primi quattro mesi del 2026, il 90% delle prime visite specialistiche prenotate nel Lazio è stato erogato entro i tempi stabiliti dalle classi di priorità. Per gli esami diagnostici la macchina regionale si attesta all’88%.
Dati competitivi nel panorama nazionale, sebbene in lieve flessione rispetto allo scorso anno. Ma come si spiega questa efficienza statistica? La risposta è nella compilazione delle ricette.
L’anomalia principale risiede nell’abuso della cosiddetta “classe P”, la fascia di priorità più bassa che concede alle strutture sanitarie fino a 120 giorni di tempo per erogare la prestazione. Nel Lazio, oltre una prescrizione su due per le prime visite viene bollata con questo codice.
Una percentuale abnorme, nettamente superiore a quella registrata nel resto d’Italia e a distanze siderali da regioni virtuose come Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte.
Il meccanismo è quasi matematico: declassando l’urgenza di una visita, il sistema guadagna mesi di margine formale, abbattendo la pressione sulle richieste da evadere in pochi giorni e ripulendo le performance del Cup.
Una prassi che ha spinto il governatore Francesco Rocca a intervenire duramente sui direttori generali delle Asl e delle aziende ospedaliere, esigendo una drastica sforbiciata alle ricette in classe P e l’avvio di controlli interni sull’appropriatezza dei codici assegnati dai medici.
Sotto la lente della Pisana c’è il sospetto che dietro le “prime visite” si nascondano in realtà semplici controlli di routine, che dovrebbero seguire canali organizzativi separati.

Il dato più allarmante del report Agenas riguarda però il catchment index, l’indicatore che calcola quante delle ricette effettivamente staccate dai medici di base si trasformino poi in una reale prenotazione da parte del cittadino.
In questo campo, il Lazio incassa un record negativo nazionale.
Visite specialistiche: Solo il 36% delle ricette si traduce in un appuntamento al Cup.
Esami diagnostici: La percentuale si ferma al 37%, il gradino più basso dell’intera penisola.
In termini pratici, quasi due prescrizioni su tre svaniscono nel nulla. Se una quota minima di rinunce è fisiologica (guarigioni spontanee o ripensamenti), un vuoto del genere svela la fuga di massa verso il privato.
Di fronte a liste bloccate, agende chiuse o alla prospettiva di dover viaggiare per decine di chilometri fuori dal proprio comune di residenza per un accertamento, i pazienti scelgono di pagare di tasca propria.
La ricetta pubblica scade o rimane inutilizzata nel cassetto, la domanda potenziale viene drogata al ribasso e i computer della Regione registrano un perfetto e artificiale equilibrio dei tempi d’attesa. Una pace contabile che ignora i reali bisogni di cura e salute della popolazione.
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