Teatro Argentina: grande successo di “Copenaghen”, di Michael Frayn, nell’interpretazione di Umberto Orsini, Giuliana Lojodice, Massimo Popolizio

La capitale danese come luogo d’incontro/scontro di scienza, politica, etica, nell’inferno della II guerra mondiale. Riflessioni e considerazioni dopo la coinvolgente rappresentazione
Francesco Sirleto - 2 Novembre 2017

All’inizio del terzo anno della guerra planetaria … Noi ora vinciamo da due anni … Il numero di coloro cui si deve provvedere cresce, dal momento che anche le zone conquistate rientrano nel blocco … le zone di amministrazione si estendono sempre più … Le possibilità di un’azione politica sono tutte esaurite, dal momento che non vi è alcun partner … La guerra su più fronti, che si riteneva accantonata, in virtù di una politica geniale, come pericolo principale, è un dato di fatto per risoluzione propria … L’ebraismo mondiale, anche istigato dagli emigranti che si sono lasciati uscire dalla Germania, è ovunque inafferrabile e, con tutto il suo dispiegamento di potenza, non ha affatto e in alcun luogo bisogno di partecipare ad azioni di guerra, mentre a noi non resta che sacrificare il miglior sangue dei migliori del nostro popolo” (Martin Heidegger, Quaderni neri 1939/1941, pp. 337-338).

 

Mercoledì 25 ottobre, al teatro Argentina, abbiamo avuto la possibilità di assistere per la seconda volta, dopo ben 7 anni dalla rappresentazione messa in scena all’Eliseo, alla pièce del britannico Michael Frayn “Copenaghen”; pièce interpretata (ancora una volta), magnificamente e magistralmente, da due “mostri sacri” del teatro italiano come Giuliana Lojodice e Umberto Orsini (entrambi ultraottantenni), in collaborazione con un altro bravissimo attore come Massimo Popolizio. I medesimi interpreti portarono questo testo in Italia, per la prima volta, ben 18 anni fa. Sarebbe pura retorica affermare che, nonostante il trascorrere del tempo, esso si conserva sempre vivo e attuale, fresco e avvincente, coinvolgente e per niente rassicurante.

Rispetto allo spettacolo di sette anni or sono all’Eliseo, in questa occasione vi è stata la novità che, nel pubblico, vi erano anche moltissimi giovani e, tra questi, anche parecchi alunni, sicuramente attenti e partecipi, del nostro liceo Benedetto da Norcia.

Copenhagen si può definire un bellissimo esempio di “teatro civile”, quel teatro cioè che si misura con la storia e con i suoi drammi e dal quale è possibile trarre insegnamenti di carattere etico. Inoltre, in questo testo, è chiamata in causa la scienza fisica moderna; in primo luogo perché i personaggi principali sono due grandissimi scienziati quali il danese Niels Bohr e il tedesco Werner Heisenberg, entrambi premi Nobel per i contributi forniti alla fisica teorica quantistica (rispettivamente: il primo con il principio di complementarietà, il secondo con il principio d’indeterminazione). In secondo luogo perché, in questo caso, la scienza viene considerata non tanto sotto l’aspetto di formidabile strumento conoscitivo, quanto piuttosto per il contributo da essa offerto, più o meno liberamente, alla costruzione di strumenti di morte sempre più sofisticati, di straordinaria e catastrofica potenza (leggasi: ordigni nucleari).

La vicenda raccontata in ‘Copenhagen’

La vicenda: nell’ottobre del 1941 Werner Heisenberg va a trovare, nella Danimarca occupata dall’aprile 1940, il suo vecchio amico e maestro Niels Bohr, danese e con moglie ebrea, Margarethe. L’incontro, che si svolse effettivamente, ma che rappresentò anche la fine dell’amicizia e dei rapporti umani e professionali tra i due geni, non ebbe il risultato sperato da Heisenberg; lungi dall’accettare le profferte del nazista Heisenberg, il democratico Bohr troncò ogni rapporto e, dopo qualche mese, fuggito negli USA insieme alla moglie, cominciò a collaborare al “Progetto Manhattan” (la costruzione della bomba atomica che fu poi sganciata, il 6 agosto 1945, su Hiroshima), diretto da Oppenheimer e da Fermi su incarico del Presidente F. D. Roosevelt.

Per due ore i tre personaggi, in veste di fantasmi perché ormai da tempo defunti, cercano di ricostruire ciò che effettivamente accadde in quel lontano ottobre del 1941, le parole che essi si scambiarono, l’effettiva richiesta avanzata dal tedesco Heisenberg, il motivo del rifiuto opposto dal danese Bohr. Il tutto si svolge in un ambiente che assomiglia moltissimo ad un’aula universitaria di fisica: una selva di formule e di calcoli algebrici alle pareti,  una pedana, una grande lavagna, poche sedie. E’ come se gli attori si ponessero, straniandosi da se stessi e dai personaggi ai quali danno voce e volto, dal punto di vista dello spettatore: si pongono domande, si formulano ipotesi, si cercano risposte. Ci si approssima alla verità, senza però raggiungerla.

Un’opera ‘aperta’

La pièce si rivela un’opera aperta, esposta alla libera interpretazione e deduzione dello spettatore.

Ciò che a me, personalmente, interessa e affascina, ma nello stesso tempo inquieta e irrita, è la figura e il ruolo di Heisenberg, uno dei tre veri grandi geni tedeschi che scelsero deliberatamente (ma non so fino a qual punto ideologicamente convinti) di rimanere in Germania e di mettersi al servizio del nazionalsocialismo. Oltre a Werner Heisenberg furono, infatti, il filosofo Martin Heidegger e il grande direttore d’orchestra Wilhelm Furtwaengler i grandi intellettuali che scelsero, in contraddizione con la grande maggioranza dei loro colleghi, di rimanere in patria mettendosi al servizio del Terzo Reich e del suo progetto di costruire una nuova umanità eliminando tutti gli elementi infetti, impuri e perciò pericolosi (leggi: malati di mente, zingari, omosessuali, oppositori politici ma, soprattutto, ebrei).

Alcune ipotesi

In quanto spettatore e appassionato cultore di tutto ciò che concerne quel disgraziato periodo del XX secolo, nonché della cultura e della storia della Germania, sento in me la necessità di formulare la mia personale (ma per niente originale) ipotesi. Dunque: Heisenberg ha accettato, direttamente dalle mani del Fuehrer, l’incarico di dirigere il programma nucleare tedesco; Hitler poteva incaricare un altro, magari più esperto di lui nel campo della fisica applicata, ad esempio Otto Hahn (colui che, con Fritz Strassman, nel 1938 ha scoperto per la prima volta il processo della fissione nucleare), ma invece la scelta è caduta su di lui. Un grande onore, ma anche una grande responsabilità. Egli sa, però, che anche dall’altra parte dell’oceano vi sono colleghi altrettanto validi, ma con il difetto di essere antinazisti, che sono impegnati in un programma simile, un programma che possiede un unico obiettivo: la costruzione di un ordigno nucleare, in grado di far vincere, alla nazione che lo possiede, la guerra in corso, assicurandole una futura egemonia nel mondo del dopoguerra. Sa anche, tuttavia, che la squadra e i mezzi che gli sono stati messi a disposizione per questa grande impresa sono del tutto insufficienti. Si guarda intorno in cerca di un aiuto e si accorge che, nella vicina Danimarca, occupata e saldamente tenuta sotto il tallone di ferro dalla Wehrmacht e dalle SS, è rimasto il suo vecchio amico e maestro Niels Bohr, sposato con Margarethe, un’ebrea.

Nell’ottobre del 1941 non è ancora iniziata la deportazione di massa degli ebrei d’occidente, mentre in Oriente, nella Polonia occupata, si incominciano ad allestire i campi di sterminio di Treblinka, Belzec, Chelmno, Sobibor, Majdanek, Auschwitz-Birkenau. Cosa si può offrire a Bohr in cambio della collaborazione? Non c’è neanche bisogno di formulare la risposta, essendo essa talmente chiara da apparire, immediatamente, sotto la luce più sinistra e abietta allo stesso Bohr: un ricatto della peggior specie (perché fa leva sul legame affettivo che unisce i due coniugi danesi), che una persona, come Bohr, che ancora si ostina a credere nella purezza e nella libertà della ricerca scientifica non può fare altro che rifiutare con sdegno. Di conseguenza fine dei rapporti e dell’amicizia tra i due grandi della fisica quantistica. Potrò forse aver semplificato in maniera eccessiva, a giudicare dalle questioni, di grande interesse scientifico, sia fisico che matematico che i due protagonisti affrontano con impegno e con acutezza nel corso dei loro colloqui.

Quando scienza e arte sono al servizio della politica…

Rimane il fatto che, nell’ottobre del 1941, con la Germania che da pochi mesi aveva invaso l’Unione Sovietica, dopo aver umiliato la Francia e costretto in un angolo l’orgogliosa Gran Bretagna, c’era poco spazio per le discussioni accademiche; la posta in gioco era il dominio del mondo e, per Heisenberg, che non aveva dubbi sull’imminente vittoria delle armate hitleriane, la scienza non aveva altra funzione che mettersi al servizio della politica, mettendo da parte questioni di carattere etico.

Nell’ottobre del 1941 il pensiero di Heisenberg coincideva con quello di un altro celebre intellettuale tedesco: Martin Heidegger, professore di filosofia a Friburgo in Brisgovia, colui che (lo dimostrano le parole riportate nella citazione anteposta a quest’articolo, scritte proprio nell’autunno dello stesso anno) sosteneva che era in corso una “guerra totale”, o “guerra su più fronti”, dovuta ad una “risoluzione propria” (ovviamente della Germania, guidata da una “geniale politica”), guerra totale rivolta contro un nemico ben individuato, vale a dire “l’ebraismo mondiale”, che, secondo Heidegger, “è ovunque inafferrabile” perché “non ha bisogno di partecipare ad azioni di guerra”, mentre il valoroso popolo tedesco è costretto “a versare il sangue migliore dei nostri migliori”. Come poteva Heidegger scrivere queste falsità? Non sapeva che, in Polonia e nelle regioni occupate dell’Unione Sovietica, era già cominciato lo sterminio degli ebrei? E Heisenberg, anch’egli, come poteva ignorare che i suoi “datori di lavoro” stavano per sedersi, di lì a qualche mese (20 gennaio 1942), al tavolo della Conferenza di Wannsee per pianificare la “soluzione finale”? E come poteva, un altro celebre tedesco, un artista ammirato e apprezzato in tutto il mondo, come il direttore d’orchestra Wilhelm Furtwaengler, continuare a organizzare concerti per lo Stato Maggiore tedesco, in occasione dei compleanni di Hitler, Goering, Himmler, Speer, quando, dopo aver assistito all’esilio volontario dei migliori musicisti (quasi tutti ebrei) della Germania, veniva informato, giorno dopo giorno, degli arresti di valenti compositori, direttori, violinisti, pianisti, tutti destinati alla detenzione cautelare in “campi di lavoro” e al successivo annientamento?

Qualcuno potrebbe rispondere, a queste angosciose domande, che, per chi operava nel mondo della scienza, della filosofia e dell’arte, era quasi impossibile, nella Germania nazista, opporsi ad un potere così oppressivo e violento; l’alternativa sarebbe stata, infatti, la morte. Questa fu, nell’immediato dopoguerra, la giustificazione addotta da molti di quei personaggi che, a causa della loro adesione al nazismo, dovettero subire epurazione e processi, riuscendo però, quasi sempre, a recuperare il loro posto di lavoro nel mondo della musica (Furtwaengler), la loro cattedra universitaria (Heidegger) o, addirittura, a raggiungere posti ben più importanti e remunerati (Heisenberg) rispetto a quelli occupati prima della guerra.

… e quando no

Tale “giustificazione” si scontra, tuttavia, con le scelte che, a rischio della propria carriera e della propria vita, altri noti intellettuali fecero. Molti, infatti, manifestarono il loro dissenso pubblicamente e, dopo essere stati minacciati, o arrestati, o addirittura spediti nei lager, trovarono salvezza nell’esilio, dal quale non smisero, attraverso le loro opere, di combattere il regime nazista. Letterati come Thomas Mann e Bertolt Brecht, scienziati come Einstein e Oppenheimer, pensatori come Adorno e Horckheimer e Fromm e Jaspers, musicisti come Schoenberg e Hindemit e tanti altri (furono migliaia, e non soltanto ebrei o d’origine ebraica), pur amando la terra d’origine, il suo grande patrimonio culturale e le sue grandi e mirabili istituzioni, non esitarono ad allontanarsene e, allo scoppio del conflitto, si impegnarono con tutte le loro energie affinché quella Germania, da essi tanto amata, fosse alla fine sconfitta; condizione indispensabile, quest’ultima, per il ritorno alla libertà in patria e per la pace e la sicurezza del mondo intero.

Intellettuali al servizio della macchina della propaganda

Werner Heisenberg, Martin Heidegger, Wilhelm Furtwaengler, non ritennero opportuno prendere le distanze dal regime, ma non scelsero neanche di ritirarsi dagli incarichi e dalle funzioni pubbliche da essi occupati. Furono, costoro, ben ricompensati dal nazismo, con altri importanti incarichi, con onorificenze e anche vantaggi materiali. In cambio dovettero prestarsi a fare da testimonials in occasioni e eventi di risonanza internazionale. La loro presenza e la loro attività, per la macchina della propaganda messa in piedi da Goebbels, doveva servire a tranquillizzare l’opinione pubblica internazionale: il regime, come tutti potevano vedere, non era contro la libertà della cultura, dell’arte e della scienza; anzi, al contrario, esso era prodigo di aiuti e provvidenze verso la “vera” cultura, che esso intendeva preservare dal contagio diffuso da intellettuali e artisti cosiddetti “degenerati”. Come scrisse Thomas Mann nel “Doktor Faustus”, costoro (in analogia con il protagonista del romanzo, guarda caso un musicista: Adrian Leverkuehn), avendo stipulato un patto con il diavolo denominato Adolf Hitler, potevano tranquillamente dedicarsi, sicuri nella loro bella “torre d’avorio”, alle loro attività produttive di bellezza, di pensiero puro e di scienza incontaminata (anche se i suoi prodotti sarebbero stati immediatamente utilizzati per la guerra), senza minimamente curarsi del baratro, di macerie e di sangue, verso il quale la barbarie nazista stava spingendo la Germania (e con essa il mondo intero).

Francesco Sirleto


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