Tutti i volti dell’Islam nel VI Municipio raccontati da Sky Tg24

Il secondo episodio di “Cronache di frontiera” dà voce a giovani e donne in un’Italia in bilico tra rifiuto e tolleranza
di Ilenia Puggioni - 13 Ottobre 2015

Il secondo episodio di “Cronache di frontiera” andato in onda sempre grazie a Sky tg24, mercoledì 7 ottobre 2015 (disponibile in streaming), ha aperto un ulteriore varco su quelle che, in questo caso, non sono più tematiche solo da periferia, ma specie negli ultimi anni hanno raggiunto una pesante portata nazionale e mondiale.

Islam, Isis, terrorismo, integrazione o intolleranza: giusto per citare alcuni dei temi bollenti che oggi allarmano le nostre coscienze, tranquillizzate finora da un passato che ha lottato per tenere noi occidentali distanti dalle nuove guerre di religione. Oggi, pare invece, che mettersi il paraocchi non sia comunque sufficiente per oscurare una lotta, che partendo dal Medio Oriente, giunge a bussare proprio alle nostre porte, e noi convinti padroni di casa ci sentiamo in dovere di scegliere se accettare o rifiutare il pericoloso ospite straniero. Spesso capita però che l’ospite non sia troppo cortese, e senza bussare, entri da ladro a deturpare quei valori ormai radicati nella nostra cultura da secoli.

“Strano – estraneo – straniero: sono tre termini che derivano dalle preposizioni latine ex e extra, che implicano il concetto di fuori, all’esterno.” Il percorso semantico procede dal significato di: “ospite, legato con altri per vincoli di reciproca solidarietà” secondo la visione di Omero, passando poi per “straniero” nel senso di “estraneo forestiero” in Esiodo, fino a giungere al significato estremo di “mercenario” nell’accezione di “diverso e intruso”.

È sufficiente un’analisi etimologica per capire quanto tutto ciò che è straniero, estraneo o diverso che dir si voglia, sia in grado di spaventarci. Il diverso ci spiazza e ci mette in guardia.

Cronache di frontiera seconda puntata

Tra Islam e Isis: quali sono le caratterische dello “straniero che ci spaventa”?

Preghiera per la fine del Ramadan a Tor PignattaraCosì, a primo acchito, se ci venisse chiesto di rappresentare l’Islam o l’Isis attraverso un volto e delle caratteristiche somatiche, sono sicura che a pochi verrebbe in mente un ventenne, donna o uomo che sia, bianco, biondo, occhi azzurri, in jeans, felpa e All star; la visione stereotipata insomma dell’adolescente americano. Al contrario, è facile pensare alla donna musulmana con il velo colorato in testa, il viso coperto e la pelle scura, silenziosa e misteriosa; l’uomo invece con l’abito lungo bianco (djellaba, gellaba o galabia) e il copricapo tradizionale, anche lui pelle scura, serio e magari anche terrorista.

Questo per dire che è facile costruire stereotipi e distinguere tra “occidentali” e “orientali” in base solo al colore della pelle. Ma la religione, così come le abitudini sociali e di costume,  non è affatto una questione solo di razza. E soprattutto la religione (ISLAM) non è ISIS.

L’opinione pubblica, spesso manipolata dai media, è abituata a considerare la fede islamica in connubio perenne con la triade integralismo, terrorismo, estremismo. Così, un gruppo di giovani estremisti arrabbiati, asserviti e assetati di sangue, pronti a compiere macabre esecuzioni pubbliche e uccisioni di civili innocenti con lo scopo di islamizzare e terrorizzare il mondo, viene confuso con il ragazzo arabo che tutti i giorni va a pregare in moschea o che ricerca nell’Imam una guida spirituale.

Adotta Abitare A

Vi è poco e nulla di islamico nell’Isis. Lo Stato Islamico (Isis) è una realtà politica e istituzionale “fantoccio”, programmata per raggiungere interessi egemonici  attraverso politiche di regime corrotte e terroristiche. Di matrice jihadista, salafita e sunnita, sostiene di rifarsi all’Islam delle origini dando ad esso e al Corano un’interpretazione radicale e promotrice di violenza religiosa contro coloro che il califatto reputa infedeli. La religione, appare così ancora una volta nella storia, giustificazione di nuove guerre di potere e violenti massacri.

È questo tipo di “straniero”, mercenario nell’animo, che ci deve spaventare: ma l’uomo arabo con la pelle scura e l’abito lungo, o il ragazzo arabo insieme a quello italiano entrambi in jeans e All Star che si avvicinano, ciascuno per motivi propri, all’Islam, perché deve essere collegato quasi automaticamente a Isis e terrorismo?

Non tutti gli arabi sono musulmani, non tutti i musulmani sono terroristi, non tutti gli italiani sono cattolici: pensieri a confronto.

Le esperienze raccolte nella periferia romana, ancora una volta da Sky Tg24, lo testimoniano.

Ci parlano i cittadini del VI Municipio, di cui, in alcuni casi abbiamo già sentito le storie nel primo episodio e nell’articolo precedente ad esso dedicato.

Partiamo proprio dalle parole dell’Imam ABDERRAZAK della Moschea di Torre Angela. É di nazionalità italiana, di origine tunisina e fa anche il pasticciere.
L’Imam è il capo della Comunità Islamica e la guida morale e spirituale, presiede il rituale obbligatorio della preghiera canonica salat.
Gli italiani lo conoscono da più di 30 anni, molti sono suoi amici e non hanno problemi con lui e con la sua Comunità, anche la polizia fa regolarmente dei controlli, lui non teme la legge ma non ne approva il funzionamento in Italia. “ L’Italia ancora oggi non riconosce la Moschea e qui (a Torre Angela) compare sotto forma di centro culturale… non sono i cristiani il problema, è la Chiesa come autorità che esclude l’Islam”.

KAMAL (Gioachino per gli italiani): egiziano, laureato in medicina veterinaria, fa il pizzaiolo ed è cristiano.

“L’odio dell’altro sta nel Corano. Gesù – spiega schierandosi contro l’Islam – ha detto ama il prossimo, Maometto ha detto odia il prossimo”. Ad Andrea (disoccupato di Roma) che gli chiede come mai non è islamico risponde: “Non tutto il mondo arabo è musulmano e non tutti i musulmani sono arabi”.

Quello che maggiormente preoccupava “Gioachino” quando viveva in Egitto era la guerra religiosa e si chiedeva: “Perché la gente uccide in nome di Allah?”. Lui preferisce essere cristiano e allontanarsi da quella mentalità corrotta e bigotta per cui i giovani per disperazione si condannano a morte con le loro mani decidendo di combattere e uccidere per l’Isis, e per cui alle donne in Arabia Saudita non è permesso guidare.

Per ANDREA l’Isis non è una banda di sprovveduti. “Uno che è vissuto in mezzo al deserto e alle capre non può arrivare alle bombe nucleari, per avercele vuol dire che dietro c’è l’Occidente: la Russia che produce armi, l’America che le rivende”.

Tangir Cronache di frontieraTANGIR lo ritroviamo questa volta a parlare di integrazione e scarsa tolleranza per i musulmani di Torre Angela: “Qua alla moschea qualche tempo fa ci volevano cacciare come si faceva nel medioevo, con i forconi, per mandare via gli invasori stranieri. Le persone non sanno che siamo cresciuti qua, che siamo italiani, le persone ti vedono per il colore della pelle: è questo il problema”.

Nella difficoltà a comprendere una religione tanto criptica come quella islamica, emerge invece la storia di un ragazzo italiano, MATTIA, convertito proprio all’Islam.
Lui abita tra Torre Angela e Tor Bella Monaca e in questa religione ha trovato quella guida spirituale che per tutta la vita ha sempre cercato, anche nella Chiesa, che lo ha però deluso e abbandonato. “L’essere umano è l’essere più strano del creato, odia il diavolo però lo segue, teme dio però lo disubbidisce… ogni passo verso la moschea ti fa conquistare una buona azione”.

Ruolo della donna: tra postituzione e matrimoni combinati

La donna, in occidente è madre, moglie, figlia, ma è anche imprenditrice, avvocato, Sindaco, manager. La donna occidentale va sempre di corsa: beve un caffè al volo la mattina, accompagna i figli a scuola, va a lavoro, fa la spesa, fa i turni con il marito per preparare la cena e prendere i figli da scuola, va in palestra, pilota anche gli aerei, porta i soldi a casa. Ha gli stessi diritti dell’uomo e in molti casi è proprio la donna a comandare.

La donna “orientale” che vive nel VI Municipio di Roma la vediamo invece molto più tranquilla, ma sicuramente più emancipata e meno schiava di quanto potessimo pensare delle donne con il velo colorato e una cultura agli antipodi della nostra.
È essenzialmente moglie e madre, ma tante di loro lavorano e alcune gestiscono attività in proprio. Hanno rispetto per i mariti, sanno che la donna vale meno dell’uomo ma non si sentono sottomesse. È il Corano a dire che l’uomo sta davanti alla donna. Le donne non frequentano la moschea, pregano a casa, l’uomo non deve avere nessun contatto fisico e nessuna distrazione mentre prega.
Quasi tutte si sposano giovanissime con mariti proposti dalle loro famiglie, in un mondo in cui i divorzi sono all’ordine del giorno e in Italia si approva il cosiddetto “divorzio breve”.
Altre donne invece, meno coperte e senza velo, vedono nella prostituzione l’unico accesso alla libertà.
Roma è tutto questo: non esiste la donna “standard”, ogni giorno vediamo centinaia di donne diverse, ogni donna, ogni sguardo, ogni dettaglio nell’abbigliamento ha una storia da raccontare.

La moglie dell’Imam pensa questo delle donne italiane: “La donna italiana comanda troppo, non lascia mai l’uomo in pace, l’uomo è uno schavo – ironizza su una classica scenetta donna Vs uomo – “guarda  il bambino, non mi aiuti, perché non rispondi al telefono?” Io sono donna – conclude – e (se devo essere così) mi dispiace per me.

Sanjia Haque Cronache di FrontieraSanjia (Shoshi), amica di Tangir, è assolutamente una romana nei modi di fare e di pensare ma rispetta i valori della sua cultura bengalese: ha preso la decisione di indossare il velo, come la madre fece alla sua età, “più si copriva più aveva pace interiore”.

Sanjia ha già ricevuto diverse proposte di matrimonio ma a riguardo dice: “Io non farei mai un matrimonio combinato. Nel Corano c’è scritto che i genitori devono dare i fgli in sposi entro una certa età altrimenti sono loro a commettere peccato. La nostra generazione sono sicura che questa cosa la cambierà”. La sua migliore amica è stata portata in Bangldesh e sottoposta a un lavaggio del cervello per dimenticarsi il ragazzo che ama e prendere la decisione di sposarsi: “Non è che ti obbligano con la forza ma ti inducono a fare delle scelte che tu stessa sai che prima o poi devi fare”.

REGINA è la donna nigeriana che avevamo lasciato in fila alla “Rosmarina” e che nel secondo episodio ci racconta la sua storia di donna e madre. Ha una figlia nata con problemi cerebrali e che ora ha difficoltà motorie ma è assolutamente autosufficiente e uguale alle sue coetanee, “è un miracolo di dio” (essendo nata prematura) – ci dice – . Il bene che ha ricevuto per la figlia lo trasmette alle ragazze che imparano da lei il mestiere di sarta. Regina sa bene che la maggior parte delle donne si prostituisce, lo fanno per fuggire dall’Africa e pagano con il loro corpo il debito che le ha “liberate”.

Una volontaria del centro chiede un ritorno alle case chiuse per dare decoro ad un quartiere in cui non è bello vedere le donne per strada, che fanno di tutto pur di proteggere se stesse e le loro famiglie da botte e minacce. La prostituzione – dice – “è un’altra piaga di questi quartieri che abbiamo ereditato, oltre quelle di qua si aggiungono prostitute da fuori”.

Un’agghicciante riflessione ci scuote e ci fa riflettere: “Se gli europei aiutassero noi africani a costruirci la nostra strada, se ci dessero la luce e l’acqua, l’Africa non finirebbe tutta nel mare. Sai quanti uomini muoiono nella strada del deserto per arrivare qua?” La prostituzione è una triste consegueza di quello che a parole sue ci racconta Regina.

Con una canzone che parla di amore sofferto e di libertà da conquistare, i giovani cantanti del quartiere chiudono la seconda puntata di “Cronache di frontiera” lasciandoci un minimo intravedere un mondo che almeno attraverso una canzone può essere migliore.

Dalle ore 21.10 di mercoledi 14 ottobre sarà disponibile anche la terza puntata di “Cronache di Frontiera” su Sky Tg24 (canali 100 e 500 di Sky), sul Canale 27 del Digitale Terrestre o in diretta streaming sul sito.

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Ad un mondo nuovo oltre ogni frontiera. In bilico su un filo di speranza ma vicina al baratro


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