

Mezzo secolo fa, a Roma, la scomparsa dell’autore de “L’uomo è forte”
Cinquanta anni fa, a Roma, poco più che sessantenne, moriva Corrado Alvaro. Non vogliamo cedere a tentazioni agiografiche, solamente rendere omaggio a uno tra i più grandi (e meno letti) scrittori italiani del Novecento. Sono le raccolte dei racconti apparsi su quotidiani prestigiosi come Il Resto del Carlino, Il Corriere della sera, La Stampa, Il Mondo a dare una certa notorietà allo scrittore calabrese. Soprattutto quelle dal titolo “ L’amata alla finestra” (1929) e “Gente di Aspromonte” (1930), in cui più forte appare il legame col mondo popolare e arcaico della sua terra. Ma la vera dimensione della sua narrativa è però urbana e europea e non tarda a rivelarsi con romanzi come Vent’anni, L’uomo nel labirinto e L’uomo è forte. Proprio quest’ultimo, una strana e inquietante allegoria politica pubblicata da Bompiani nel 1938, è considerato il capolavoro di Alvaro di cui, in particolare ai giovani, consigliamo la lettura. Il romanzo, oltre ad evocare atmosfere kafkiane, prefigura il modello di società totalitaria che Orwell descriverà solo dieci anni dopo in 1984. Chissà perché, in letteratura la fantapolitica si associa sempre al nome di Orwell (come la fantascienza ad Asimov e Bradbury). Quante volte, infatti, abbiamo sentito dire che il tale autore ha fatto un libro “alla Orwell”? Ma se leggiamo L’uomo è forte, con l’immagine del “grande fratello” che spia, controlla, sovrasta la vita pubblica e privata di ognuno diremmo piuttosto che Orwell ha fatto un libro ricalcando uno scenario “alla Alvaro”.
Il carattere scomodo dell’opera, carica di una denuncia non localizzata e perciò facilmente trasferibile a una realtà come quella italiana del “ventennio”, preoccupò evidentemente il “Minculpop”. Tanto è vero che l’autore fu costretto ad aggiungere al libro una prefazione in cui dichiarava che la storia era ambientata in Russia. Tutto rientrò nell’ordine. Nessun ostracismo, quindi, al romanzo e nessun veto per la giuria che, nel 1940, decise di assegnargli il premio dell’Accademia d’Italia per la classe letteratura.
Fece bene l’antifascista Alvaro a cedere alle richieste del “regime”? Non può esserci risposta, perché non può esserci giudizio. Sarebbe come dire: fece bene Galileo ad abiurare sapendo che l’abiura era l’unica strada per poter continuare i suoi studi? Brecht, nel suo Galileo, poiché la persona consapevole del proprio “genio” ha dei doveri verso l’umanità, l’interrogativo lo pone al centro del dramma. Nel caso di Alvaro un fatto è certo: che oggi la letteratura italiana del Novecento, che (ricordiamolo) già conta sei premi Nobel (Carducci, Deledda, Pirandello, Quasimodo, Montale, Dario Fo), può annoverare un capolavoro in più.
Vincitore, nel 1950, della terza edizione del premio Strega con Il treno del sud, eccellente traduttore di Tolstoj, Shakespeare e De Rojas, Alvaro scrisse anche per il teatro ed il cinema. Da ricordare, nel 1942, la sua collaborazione alla sceneggiatura del film Fari nella nebbia” di G. Francolini che, per il tema trattato, anticipò addirittura Ossessione (il capolavoro di Visconti che vedrà la luce un anno dopo).
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