

Massimo Castri reinventa la storica pièce per un affiatato cast di giovani attori
Dopo la storica edizione del l’79 che gli valse il premio Ubu, Massimo Castri torna a dirigere Così è (se vi pare), in scena al Teatro Quirino fino al 24 Febbraio. Lo fa con il suo consueto coraggio, supportato dalla freschezza di 12 giovani attori, coinvolti nel difficile progetto di ridare verginità a un testo che è ormai un classico del teatro italiano del ’900: lo spettacolo è infatti il frutto del corso di perfezionamento teatrale promosso da Emilia Romagna Teatro e dall’Arena del Sole di Bologna. La lunga incubazione dello spettacolo, scandito dai ritmi del processo pedagogico, ha consentito al regista emiliano di consegnare un nuovo e meditato tassello al suo personale discorso sulla drammaturgia del grande agrigentino, cominciato con Vestire gli ignudi (1976) e proseguito con La vita che ti diedi (1978), La ragione degli altri (1983) e Il piacere dell’onestà (1984).
Tratto dalla novella del 1915 La signora Frola e il Signor Ponza, suo genero, Così è (se vi pare) racconta le vicende di un inquietante ménage à trois animato dal Signor Ponza, da sua moglie e dalla Signora Frola sua suocera che, scampati miracolosamente al terremoto della Marsica, si trasferiscono in un ignoto paese di provincia a causa del nuovo incarico del Ponza come impiegato prefettizio. Il loro ambiguo comportamento sarà motivo di complicate e malevole congetture nel corso delle riunioni mondane in casa del consigliere Agazzi, dove una folla di personaggi si accanisce senza sosta per venire a capo della reale identità dei tre sconosciuti e scoprire la verità sulla relazione che tra essi intercorre. Del tutto invano, perché la cosiddetta “realtà” non esiste affatto…
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In accordo con lo spirito più profondo del testo, tutto centrato sulla filosofica inafferrabilità (o indicibilità) del reale, la messinscena di Castri sceglie una strada assolutamente antinaturalistica, trasformando i personaggi in maschere al limite della commedia dell’Arte, che si agitano scomposte e nevrotiche in preda ai festeggiamenti del carnevale. Il gioco del grottesco e il serrato ritmo da vaudeville ottengono effetti stranianti, amplificati da una continua rottura della frontiera scenica che stordisce a più riprese un pubblico già di per sé ammaliato e disorientato. Schiacciato dall’unità aristotelica dell’atto unico, lo spettatore trova il suo scomodo doppio nella comunità di “inquisitori” che si raccoglie nel salotto-tribunale del consigliere Agazzi, centro propulsore di una macchina scenica su cui convergono nove aperture, che simbolizzano gli innumerevoli varchi semantici del sottotesto.
C’è da dire che l’accanita pulsione del salotto borghese, che scava con ossessione nell’intimità altrui, fa pensare a ben altri salotti mediatici nostrani, in cui si consuma una torbida giustizia-spettacolo. Oltretutto, c’è anche il serio rischio che supporre la pazzia in chi non rientra negli schemi prestabiliti resti l’unico escamotage per chi è preda di un’ossessione conformista, tanto che i personaggi che indagano sul terzetto si trovano spesso sull’orlo del delirio: tutti tranne Lamberto Laudisi, che qui non è una coscienza critica – come nell’ingessato Bosetti dell’edizione 2006 –, ma piuttosto un fool scespiriano, voce fuori dal coro che si arrende di fronte al gioco della vita. Alla fine, con meccanismo ciclico, si torna al punto di partenza, al vano cicaleccio filisteo, per non impazzire davvero. In scena restano macabre maschere, mentre i tre enigmatici personaggi escono di scena come spettri. Il diverso si tramuta in rimosso, deve essere occultato per continuare a vivere nella propria cupola di vetro.
Una prova di straordinaria coralità per gli attori, tanto da citarli tutti: Diana Hobel, Rosario Lisma, Michele di Giacomo, Marco Brinzi, Alessandro Federico, Federica Fabiani, Francesca Debri, Antonio Giuseppe Peligra, Giorgia Coco, Chiara Condrò, Manuela De Meo, Andrea Corsi, Corinne Castelli e Marta Iagatti.
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