

Una scuola elementare di Tor Tre Teste distrutta dal vandalismo (250 mila euro di danni). Protagonisti quattro ragazzini. Il più grande di 14 anni, il più piccolo di 10.
Colti sul fatto dai carabinieri mentre immortalavano la loro bravata sul cellulare, per poi, evidentemente, diffondere il misfatto sul solito youtube. Professori e familiari esterrefatti. Ragazzi normali, nessun problema psicologico, appartenenti a famiglie di ceto medio, come tante.
“Episodi di cyberbullismo”, è stato definito dalla stampa, “per combattere la noia ed aver qualcosa da raccontare agli amici”.
Eppure questo quadretto drammatico, comune a molti altri, che abbiamo descritto ci sorprende e ci preoccupa sempre, ponendoci gli interrogativi di rito: “perché lo fanno”?, “per che cosa”?, “sono comportamenti di deviati e di gente asociale o solo esuberanti ragazzate da circoscrivere”?
E poi ancora: “Di chi e di che cosa le colpe”?, “quali i rimedi”?
Domande serie e impegnative che rimandano però alla evidente crisi della nostra società. Domande, le cui risposte, se pure contengono chiavi di lettura non esaustive, hanno il pregio di offrire una sponda di interpretazione sufficientemente attendibile. La ripetitività e la generalità di accadimenti simili nello spazio e nel tempo che si sono succeduti, depongono d’altronde a favore di tali chiavi interpretative degli episodi di cui parliamo.
Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco: qui non ci troviamo di fronte a comportamenti di persone con problemi sociali individuali o psichici.
C’è di più, purtroppo. Questi episodi dimostrano, al contrario, che il disagio è culturale (sistemico). La causa, cioè, sta nelle pieghe profonde del nostro tessuto sociale e coinvolge responsabilità che vanno dalla economia, dalle istituzioni, fino alla scuola e alla famiglia.
Ad esempio. C’è un nesso, crediamo, tra la fila notturna che hanno fatto parecchi giovani per arrivare prima di tutti a possedere l’ultima generazione messa in vendita da Apple dei telefonini “iphone” e l’episodio di “cyberbullismo” di Tor Tre Teste.
Il legame non è solo sull’uso dominante (distorto) delle tecnologie e dei media virtuali che ci fanno perdere il senso della realtà, ma i due episodi paralleli ci confermano che ad occuparsi dei giovani e dei loro consumi è rimasto solo il mercato.
Perché le strutture deputate educative sono latitanti o in difficoltà.
La scuola è spesso distratta, la società se ne disinteressa e la famiglia o è assente o non ce la fa a gestire i rapporti coi figli.
Non parliamo (ascoltiamo) più i giovani, neppure i nostri figli. Perché anche noi ormai parliamo la sola lingua comprensibile alla mente della nostra società: il denaro, i consumi, la crescita economica.
Si trascura invece il linguaggio dei sentimenti e delle emozioni. (Vi ricordate, per esempio, quando a scuola ci insegnavano “educazione civica”?). Più che risposte da dare ai giovani, perché non proviamo a fare domande al loro cuore?, come: “cosa dice il tuo animo”, “quali emozioni provi o non provi”, “quali sogni hai per il tuo futuro, cosa ti piacerebbe fare in cuor tuo”?.
Invece ci illudiamo che basti educarli alla competizione per la vita e per il successo, incutendo così maggior paura, ansia e meno autostima.
E allora è possibile che un ragazzo, per sentirsi protagonista e vincente nel proprio branco, si abbandoni ad atti gratuiti di violenza, non riuscendo più a distinguere la realtà dalla irrealtà . Come in un gioco (appunto) virtuale di playstation o di youtube.
Cosa possiamo, dunque, fare?
Non c’è la bacchetta magica, ovviamente, per risolvere il caso. Una possibile chiave di volta, però, ci sembra questa: Comunicazione.
Che significa soprattutto: ascoltare. Comunicare nel circuito virtuoso tra scuola, società, famiglia. Educando al senso del limite, anche alla fatica del vivere. Ascoltare, poi, il proprio cuore, assecondando le proprie capacità e attitudini. Insomma, vivere non in funzione di.., ma ascoltando le risorse dell’animo, costruendo un futuro di senso.
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