Don Roberto Sardelli, prete di frontiera, organizzatore di lotte per la casa, educatore

Francesco Sirleto - 19 Febbraio 2019

La notizia, comunicatami da una nostra comune amica, mi è giunta nel primo pomeriggio di oggi 19 febbraio 2019, provocandomi un indescrivibile dolore e il rimpianto per non aver avuto la possibilità di salutarlo un’ultima volta. Non so da quanto tempo non ci si incontrava, al Pigneto, quartiere dove aveva vissuto gli ultimi trent’anni della sua vita e in cui era possibile imbattersi nella sua inconfondibile figura mentre faceva la spesa al mercato dell’isola pedonale. So che ormai, da anni, trascorreva la maggior parte del suo tempo nel suo paese d’origine, Pontecorvo, dove era nato nel 1935.

Scuola 725Adesso mi appare così lontano, ma nel contempo così vicino, quel giorno del 1969, quando, insieme ad altri giovanissimi, andai a visitarlo nella sua baracca dell’Acquedotto Felice, quella povera abitazione che egli aveva trasformato nella già famosa Scuola 725. Una scuola da lui fondata sull’esempio della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, personaggio con il quale era stato in contatto subito dopo la sua ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1965 a Roma. Don Roberto Sardelli, prima di diventare sacerdote, aveva trascorso un lungo soggiorno in Francia, dove aveva conosciuto l’esperienza dei preti operai, quei preti che si prendevano cura dei poveri e della gioventù abbandonata e a rischio nelle “banlieues”.

Nel 1968, quando fu assegnato, dal vicario di Roma, alla neonata chiesa di San Policarpo (quartiere Appio Claudio), non ebbe dubbi sui compiti che lo attendevano: la chiesa era situata a brevissima distanza dalla baraccopoli dell’Acquedotto Felice, uno dei moltissimi “borghetti” partoriti dalla grande ondata speculativa abbattutasi su Roma fin dal dopoguerra. I suoi abitanti erano soprattutto immigrati meridionali, operai nei cantieri edili, con paghe miserabili e pertanto non in grado di comprarsi o prendere in affitto una casa “normale”; dovevano, pertanto, se volevano offrire un tetto alle loro spesso numerose famiglie, costruirsi abusivamente la baracca addossata agli arconi degli antichi acquedotti romani. I figli di quegli operai immigrati, molto spesso, erano costretti a lasciare la scuola pubblica, appunto perché figli di baraccati (“brutti, sporchi, cattivi”, nell’immaginario delle persone per bene del tempo), destinati a seguire le orme dei padri (diventare operai essi stessi, nella migliore delle ipotesi), oppure perdersi lungo le strade della piccola delinquenza di quartiere.

Per Roberto Sardelli non ci furono esitazioni: se voleva predicare il Vangelo, anzi viverlo pienamente, doveva impegnarsi in un durissimo lavoro di riscatto didattico e culturale a fianco di quei ragazzi e, contemporaneamente, mettersi al fianco dei padri e delle madri (a volte lo si vedeva alla loro testa) nelle lotte lunghe e furibonde per l’eliminazione delle baracche e dei borghetti e la loro sostituzione con abitazioni e quartieri puliti, dignitosi, dotati dei servizi essenziali.

Gli anni dal 1969 al 1973 furono, per Roberto Sardelli, anni di intensa e instancabile attività, sia in veste di severo educatore, sia in veste di organizzatore (a fianco di altri mitici capi-popolo e angeli dei baraccati, come Nino Franchellucci, Aldo Tozzetti, Senio Gerindi) di occupazioni (simboliche, perché Sardelli non aveva alcuna intenzione di alimentare guerre tra poveri) di case sfitte, di manifestazioni, di sit-in in piazza del Campidoglio e di fronte al Parlamento per reclamare piani straordinari per costruzioni di case popolari e nuovi provvedimenti di legge per finanziare l’edilizia pubblica. Sardelli curava moltissimo anche la comunicazione: era necessario che il problema della casa a Roma diventasse una questione nazionale: ecco come nacque la famosa “Lettera al Sindaco” del Natale 1969, e le pubblicazioni che seguirono a quella lettera (“In Borgata”, “Non tacere”), così come i convegni, tra i quali quello più clamoroso fu il celebre “Convegno diocesano sui mali di Roma” del 1974, che vide Sardelli tra i principali animatori e protagonisti.

La lotta per l’eliminazione delle baracche dell’Acquedotto Felice ebbe, tra il 1973 e il 1974, un esito positivo: tutte le famiglie – anche se a malincuore perché dovevano lasciare il quartiere dove erano cresciuti i loro figli e dove si erano venuti a formare consolidati legami di amicizia e solidarietà – andarono ad abitare nel nuovo quartiere di edilizia popolare di Nuova Ostia, in alloggi dignitosi ma, purtroppo, lontani dalla città.

Roberto Sardelli, non avendo più la Scuola 725 come abitazione e come scuola, si trasferì, dopo alcuni anni, al Pigneto, dove cominciò a prendersi cura dei senza tetto, degli anziani abbandonati, degli ammalati di AIDS. Dal 1975 è stato editorialista di Paese Sera, l’Unità e Liberazione oltre che collaboratore di molte riviste del mondo cattolico. Nel 1982 fondò e diresse lo Studio Flamenco per un approccio adeguato alla realtà Rom, seguendo le tracce della danza.

Dopo la svolta del 2000, prendendo atto del risorgere di nuove emergenze e di nuove povertà nella Capitale, cercò di offrire un contributo al fine di fermare il nuovo degrado dilagante, soprattutto a livello morale. Nel 2005 insieme al regista Fabio Grimaldi lavorò ad un film documentario sulla vicenda della Scuola 725. Da questo lavoro, nel 2008, nacque il film «Non Tacere » e una nuova lettera alla Città, dal titolo: «Per continuare a Non Tacere», contributo per un rinnovato governo della città che poneva il problema delle periferie romane e della visione della politica come bene comune da costruire dal basso.

Per il suo impegno sociale ed educativo, nel novembre 2018 è stato insignito di una laurea honoris causa in Scienze pedagogiche dall’Università Roma Tre.

Il Municipio VII ha deciso di dedicare a Roberto Sardelli nel prossimo mese di marzo, un’esposizione costituita dal Fondo storico delle sue opere, dei suoi scritti, dei molti documenti che egli ha lasciato alla Biblioteca Raffaello.

 

Francesco Sirleto

 

NON TACERE documentario completo


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  Commenti: 1

  1. Maria Rosaria Colantoni


    e’ la storia, la nostra storia che andrebbe raccontata nelle scuole ai ragazzi di oggi iniziando dalla Zona Tuscolana… dai Genitori ai figli e a tutta la comunita’..Molto interessante molto costruttivo e istruttivo

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