Addio a don Roberto Sardelli

Il sacerdote che decise di aiutare i più deboli vivendoci insieme nelle baracche lungo gli archi dell’Acquedotto Felice
Vincenzo Luciani - 19 Febbraio 2019

Apprendiamo da un comunicato di Sabrina Alfonsi, presidente del I municipio, la notizia della morte di don Roberto Sardelli: “Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Don Sardelli il sacerdote che decise di aiutare i più deboli vivendoci insieme nelle baracche lungo gli archi dell’Acquedotto Felice.

Il suo impegno si materializzò con la battaglia per l’accesso all’acqua e a condizioni di vita più dignitose per gli ultimi, a partire dal diritto all’istruzione con la scuola 725 da lui fortemente voluta, la “Scuola del nostro riscatto” come la definirono gli stessi ragazzi che la frequentarono.
I suoi tanti scritti, che dagli anni 70 si concentrarono sulla denuncia della crescita del consumismo sfrenato, il declino dell’etica pubblica e l’aumento dell’intolleranza per il diverso e i più deboli, furono profetici. Con la scomparsa di Don Sardelli perdiamo un uomo di grande umanità e un intellettuale a tutto tondo”.

I funerali si terranno il 20 febbraio alle ore 10 nella chiesa di S. Nicola di Porta (via S. Nicola snc) a Pontecorvo.

Da diversi anni non ci siamo più incrociati e nell’ultimo nostro incontro avevo potuto constatare di persona la sua persistenza nella lotta, sempre dalla parte dei più deboli. Fu lunedì 7 maggio 2007, quando presso la libreria Rinascita di viale Agosta 36, il consigliere del VI municipio Francesco Sirleto e io presentammo la lettera al Sindaco di Roma Valter Veltroni “Per continuare a non tacere“, scritta da don Roberto e dai suoi ex alunni della scuola 725 dell’Acquedotto Felice, per gridare il disagio presente nelle periferie di Roma (qui il documento integrale). Disagio che in questi anni si è ulteriormente aggravato. E fa male al cuore doverlo constatare a fronte di tutti questi uomini politici che dicono di impegnarsi per la rigenerazione delle periferie (anche se a noi sfugge tutto questo impegno, nel senso che forse non siamo capaci di vederlo…).

L’ultima immagine che conservo nella mente è quella di una foto che lo ritrae con lo sfondo del suo amato Acquedotto. È dello scorso anno quando l’università Roma Tre conferì una laurea ad honorem al “prete dei poveri” che negli anni Sessanta andò a vivere fra i baraccati dell’Acquedotto Felice, aprendo una scuola per i figli degli immigrati del Sud che vivevano in case fatiscenti, senza acqua, né fogne, né luce.
In un articolo sul Corriere della Sera, la giornalista Ester Palma, scriveva: “don Roberto Sardelli, 83 anni, riceverà la prestigiosa onorificenza (in Scienze pedagogiche) mercoledì 21 novembre 2018 nell’Aula magna dell’università Roma Tre. Don Roberto è stanco, la sua lectio magistralis forse non ce la farà a leggerla. E al suo posto lo faranno i ragazzi.

A dire il vero ormai ragazzi non lo sono più, gli allievi di don Roberto. Erano giovanissimi, se non proprio bambini, quando negli anni Sessanta vivevano nelle baraccopoli nei pressi dell’Acquedotto Felice: ‘case’ per immigrati dal Sud, ma c’era anche qualche romano, tirate su con lamiere e cartoni, gelide d’inverno e bollenti d’estate, senz’acqua né luce né fogne, con piccoli orti coltivati per mettere insieme qualcosa da mangiare. È qui che nel novembre 1969 don Roberto, allora alla vicina parrocchia di San Policarpo, acquista una baracca da una prostituta, ci va a vivere e fonda la ‘Scuola 725’ (dal numero della casupola), dove insegnerà ai bambini che all’elementare ‘Salvo D’Acquisto’ finivano spesso nelle classi differenziali.

Nella lectio magistralis, raccontava così quell’esperienza: “Posseduto da un lampo di follia creativa, proposi ai ragazzi lo studio come leva per uscire da una situazione umiliante in cui la città del centro li aveva gettati. Non fu facile, né potevo pretendere che capissero subito. Puntai tutto sull’orgoglio, sulla loro potenziale intelligenza che aveva bisogno di una spinta dall’esterno per manifestarsi, sul riscatto come conquista e non come elargizione dall’alto. Studio a tempo pieno: non si trattava solo di recuperare gli anni perduti in una scuola pubblica che li considerava perduti. Ma di aiutarli a prendere coscienza della situazione che li aveva discriminati e in cui si trovavano, non per loro scelta”. Coi ragazzi scrive la “Lettera al sindaco”, indirizzata all’allora primo cittadino Rinaldo Santini, per chiedere migliori condizioni di vita per i baraccati. L’esperienza della Scuola finisce nel 1974: il Comune aveva iniziato a dare le case popolari ai baraccati. Don Sardelli si è poi occupato di malati di Aids e di rom, insomma tutta la sua straordinaria vita (ma lui dice di non aver fatto nulla di particolare, se non mettere in pratica il Vangelo) è stata spesa nell’assistenza e nella condivisione dell’esistenza degli ultimi. Infine è tornato nella natia Pontecorvo, in Ciociaria. Ma alla laurea conferitagli dal Dipartimento di Scienze della formazione ci furono anche i suoi ragazzi”.


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  1. luciano Di pietrantonio


    Con don Roberto Sardelli scompare un testimone esemplare della Chiesa Conciliare. La famosa lettera al Sindaco di Roma dell’epoca, Rinaldo Santini, negli anni della contestazione, richiamò l’attenzione a conoscere meglio le drammatiche condizioni di vita di chi abitava nelle baracche romane e in particolare al’Acquedotto Alessandrino. Quell’evento ebbe una risonanza nazionale, soprattutto nel mondo cattolico più attento agli ultimi. La missione pastorale di don Roberto è stata instancabile, sempre. Faceva parte di quel gruppo di sacerdoti che in quel periodo erano considerati “preti di frontiera” come, tra gli altri, don Di Liegro e don Picchi. Anche Lui adesso, nella Casa Celeste, ritroverà i vecchi amici. Don Roberto riposa in pace.
    Luciano Di Pietrantonio

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