

Quarticciolo Ribelle lancia una "protesta rumorosa" che partirà domenica 30 novembre alle 17 dal Parco Modesto Di Veglia, per raggiungere insieme l'area verde
“Basta stupri, abbandono, sgomberi.” È con questo grido che gli attivisti di Quarticciolo Ribelle si preparano a scendere in strada. Una “passeggiata rumorosa”, così l’hanno chiamata, partirà domenica 30 novembre alle 17 dal Parco Modesto Di Veglia, per raggiungere insieme il Parco di Tor Tre Teste, teatro dell’ennesima violenza sessuale avvenuta nei giorni scorsi.
L’iniziativa nasce dalla rabbia, dalla paura, ma soprattutto dalla richiesta collettiva di un quartiere che non vuole più sentirsi dimenticato. A lanciarla è Quarticciolo Ribelle, rete di abitanti e attivisti che da anni denuncia il degrado, l’abbandono istituzionale e la fragilità sociale che attraversa le periferie est della Capitale.
«Di fronte all’ennesimo stupro – spiegano – vogliamo ricordare al governo e a chi sta gestendo il commissariamento quali sono le nostre priorità».
Priorità che, elencate una dopo l’altra, compongono una fotografia nitida di un territorio che chiede sicurezza, servizi e dignità.
Si chiede la fine dello spaccio e un intervento serio sull’“epidemia di crack” che dilaga nei parchi e nelle aree verdi. Si chiede che le strade attraversate ogni giorno da migliaia di residenti non siano più luoghi di paura, ma spazi vissuti, illuminati, accessibili. Che le aree abbandonate, oggi rifugio per consumatori di droga e nascondigli di stupefacenti, vengano finalmente riqualificate.
Ma il cuore della protesta è anche un altro: la mancanza di servizi essenziali. «Vorremmo che quegli edifici abbandonati diventassero asili nido, strutture sportive, spazi di incontro per il quartiere. Vorremmo botteghe al piano terra, case salubri, manutenzione, scuole aperte invece che dimensionate o chiuse». E ancora, una richiesta chiara: «Un’educazione che prevenga e contrasti la violenza di genere».
Il Parco di Tor Tre Teste, teatro degli ultimi stupri, viene descritto come luogo buio e pericoloso: «Vorremmo andarci ogni giorno senza essere aggredite. Vorremmo tornare indietro nel tempo ogni volta che una di noi viene colpita, per evitare quella strada, quell’anfratto, quella persona che ha abusato di noi».
La denuncia è durissima: abitanti “di serie B”, donne che si sentono due volte vulnerabili, quartieri che diventano terreno per risposte emergenziali prive di ascolto.
Il riferimento è ai decreti e ai provvedimenti calati dall’alto, che in passato hanno portato perfino allo sgombero di famiglie già fragili: «Quattro di noi oggi dormono sui divani dei parenti, senza una casa, ancora più esposte alla violenza».
Il manifesto parla anche di strumentalizzazione mediatica: corpi esibiti, storie piegate al sensazionalismo, politici pronti a parlare di sicurezza senza proporre politiche reali. «Non vogliamo essere carne da macello né materiale da talk show».
La risposta, dicono, non può che essere collettiva. Una comunità che si muove compatta, che occupa lo spazio pubblico e prova — almeno per una sera — a trasformarlo in un luogo sicuro.
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