

Gli attivisti denunciano i legami tra il fondo immobiliare e investitori israeliani
«Capitali che uccidono altrove investono qui». Con questo slogan e alcune bandiere della Palestina, un gruppo di attivisti ha fatto irruzione nell’area degli Ex Mercati Generali per protestare contro il progetto di riqualificazione affidato alla società immobiliare americana Hines.
Un’azione simbolica per denunciare quella che i collettivi definiscono una presunta “complicità” del gruppo con il conflitto in corso a Gaza.
Al centro della contestazione c’è un investimento da 108 milioni di dollari che Hines avrebbe ricevuto nel 2021 da Menora Mivtachim, una delle principali compagnie assicurative israeliane.
Secondo gli attivisti, la società sarebbe coinvolta nello sfruttamento di risorse e terreni nei Territori Occupati della Cisgiordania.
Da qui l’appello al Campidoglio: rescindere ogni accordo con Hines e non concedere patrimonio pubblico a fondi ritenuti collegati ad aziende accusate di violazioni dei diritti umani.
La protesta non si limita agli aspetti geopolitici. Nel mirino finisce anche il progetto dello studentato privato da circa 2.000 posti letto previsto nell’area.
Gli attivisti contestano i canoni definiti “calmierati”, pari a circa 600 euro al mese, giudicati comunque inaccessibili per la maggior parte degli studenti e potenzialmente impattanti sul tessuto sociale del quartiere.
Criticata anche l’assenza di un percorso di partecipazione pubblica prima della firma della convenzione urbanistica, avvenuta lo scorso 10 novembre.
C’è infine un fronte ambientalista che chiede la tutela dell’area, rimasta in stato di abbandono per oltre vent’anni e diventata nel tempo un habitat naturale spontaneo.
Alcuni comitati propongono di preservarla come polmone verde, richiamando anche la presenza sotterranea dell’antico fiume Almone.
Il comitato cittadino, attivo da poco più di un mese, ha formalmente chiesto a Roma Capitale la revoca della convenzione con Hines.
Una richiesta che apre un fronte delicato per l’amministrazione: da un lato la volontà di chiudere una ferita urbana storica, dall’altro una mobilitazione che intreccia temi sociali, ambientali e di solidarietà internazionale.
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