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Favola vera di una contadina calabrese

“Non urlare per chiedere aiuto di notte. Potresti svegliare i vicini.” (Stanisław Jerzy Lec)

E’ il 2010 e dalla porta di uno dei Centri Antiviolenza d’Italia entra una tra le numerose donne che ogni anno varcano la stessa soglia. Entra piena di dolore, paura, sconfitta. Dice che nessuno può aiutarla, che per lei non c’è niente da fare, che né lei, né un’altra può interrompere questa sua condizione. Inaiutabilità. La demolizione psichica a cui è stata sottoposta è talmente devastante che non riesce ad accorgersi che, varcando quella soglia, si è già aiutata tantissimo e che lo ha fatto da sola. Questo è quello che più colpisce e che è molto più frequente di quanto si possa immaginare. Sorprende, la prima volta e tutte le volte. Mi sorprende e mi ricorda una storia dal sapore di favola che ritrovo tra le pieghe delle mie origini più lontane.

E’ la storia di una donna coraggiosa, paziente e tuttora vivente. E’ una storia antica, di quando in Calabria esistevano solo i campi, di quando il divorzio era impensabile e l’espressione “Centri Antiviolenza” non trovava il suo corrispettivo fisico nella realtà del Sud Italia. E’ la storia di una contadina come tante che, come a poche era concesso all’epoca, s’innamora e sceglie l’uomo che sarà suo marito.

Ma al sapore della gioia per la scelta fatta, ben presto, si sostituisce quello del sangue. Cominciano i maltrattamenti, la fame imposta, la segregazione dalla famiglia d’origine, gli stupri alla sera. Comincia un iter che per molte donne, di allora e di oggi, è quotidianità terrorizzante. Lei se ne accorge prontamente e chiede aiuto con lucidità e speranza. Torna dai suoi familiari, denuncia a loro tutte le violenze. Va da loro perché ancora non è consapevole di quanto lei sia profondamente diversa da tutti gli altri: da sua madre, da suo padre, dai compaesani. Bussando a quella porta lei sta chiedendo troppo, sta chiedendo aiuto. Piangendo disperatamente, urlando contro la porta chiusa dei suoi genitori la giovane sta mettendo tutto il Paese contro un muro d’imbarazzo. Sta chiedendo d’ammettere che “la pace della casa” è responsabilità del marito quanto della moglie, sta dicendo che un uomo non ha e non deve avere diritto di vita e di morte sulla propria compagna e sui figli, sta urlando che la propria vita vale molto più della propria verginità, sta singhiozzando che la vergogna è di chi sfrutta, segrega, picchia e tortura. Cosa ancora più inaccettabile per gli altri, sta indicando a tutte una strada innovativa che, se risultasse vincente, potrebbe portar via da casa molte donne con i loro figli, introducendo cambiamenti sociali radicali.

Chi avrà avuto più paura in quel momento? Lei o chi era barricato dietro alla porta? Comunque quella porta non si apre, non quel giorno. Rimane chiusa preservando le case, gli antichi valori, la cultura. Diviene membrana tra vecchio e nuovo quella porta, tra la schiavitù dell’intero Paese e la libertà negata della ragazza. A volte la violenza è anche questo, non è necessariamente attiva, dirompente. A volte è anche passiva, è una risposta inerte davanti ad una legittima richiesta d’aiuto.

Così, la ragazza rimane sola come non lo era mai stata. Paura, sconforto, rabbia ma anche tenacia, caparbietà e ancora speranza. In quella solitudine, la ragazza ritrova una risorsa formidabile che fa parte proprio di quella stessa cultura che la sta condannando. Si ricorda che lei, come tutte le donne calabresi, sa aspettare. Ed è questo che fa: aspetta per molto tempo.

Aspetta cinque figli, aspetta il lavoro stagionale nei campi, aspetta la dose quotidiana di paura e botte alla sera. Aspetta di vedere i suoi familiari salutare cordialmente il suo carceriere e girarsi imbarazzati davanti al suo occhio nero. Aspetta di sentire tutti quei discorsi su “I Doveri” di una moglie che la incitano ad auto-commiserarsi ed auto-colpevolizzarsi. Mentre è china a raccogliere olive, aspetta le lotte femministe e la legge sul divorzio. Aspetta convincendo tutti che l’avevano convinta, che lei non esisteva più, che suo marito ed il microcosmo in cui era immersa avevano vinto. Aspetta finché non ha fiato abbastanza, forza abbastanza, maturità abbastanza. Aspetta finchè quel giorno arriva, aspetta finchè una porta si apre e lei riesce ad entrare. Lei è già nonna quel giorno e la porta non è più quella della casa dei suoi genitori ma quella del Tribunale Civile. Lì ottiene molto più di una sentenza di divorzio, lì si vede riconoscere finalmente la libertà.

La sua libertà riconquistata, questo bene immenso, è diventato oggi qualcosa di più di una lotta individuale. E’ diventato oggi esempio pratico del fatto che la Società cambia inesorabilmente, che è importante credere fino in fondo in se stesse e che l’inaiutabilità non esiste.

La sua forza d’animo è la stessa che ispira quei luoghi che oggi chiamiamo Associazioni, Case per Donne, Centri Antiviolenza e che da alcuni anni sono realtà anche in Calabria. Sono quei luoghi in cui ogni donna accolta può sgretolare un pezzettino di quel muro d’imbarazzo, fortunatamente, non più sola.

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