Francesco Guccini era un maestro nell’entrare dentro agli avvenimenti

Ha insegnato che ci si può commuovere per sentimenti e passioni che non hai e mai avrai

Francesco Guccini è morto e nell’immediatezza della notizia ho messo giù di getto i miei pensieri. Lo dico subito: non lo so se sia ora in paradiso, in purgatorio o all’inferno. Non ne ho la più pallida idea.

È questa in genere l’unica cosa che chiedono a un prete quando sanno che seguiva quel cantante, quell’attore o uno scrittore. Stasera celebrerò la Messa ricordandolo tra i defunti: da parte mia si tratta di un gesto doveroso, di pura, umana riconoscenza.

Ho imparato a suonare la chitarra cantando anche qualche sua canzone, che aveva il vantaggio di esser semplice da suonare alla chitarra e bellissima quasi sempre da cantare. Sì, cantavo Guccini e con passione, anche se sin da quei miei tempi giovanili non ne condividessi posizione politica e visione del mondo. Ero un ragazzo e lo ascoltavo dagli LP e dalle cassette (chi le ricorda?) di mio fratello maggiore e dei suoi amici.

La Avvelenata la imparai in seconda media, era l’occasione per dire un po’ di parolacce senza beccarmi una nota sul registro o una ramanzina dai genitori. Canzone di notte n. 2 divenne quasi una mia canzone-simbolo e la poco famosa Canzone per Piero la sapevo a memoria e ogni tanto la proponevo come una perla nascosta a tutti tranne a me.

Ciò che mi ha insegnato l’arte sin da quei lontani giorni è che ci si può commuovere per sentimenti e passioni che non hai e mai avrai; che ci si può emozionare e stare dalla parte di chi nella vita reale consegneresti alle forze dell’ordine.

È questa la grandezza di poeti, parolieri e narratori: farti vivere un’altra vita, non come in una biografia o un racconto edificante, ma suscitando in te le stesse emozioni e i desideri che condussero il personaggio incontro al suo destino. Questo Guccini lo ha saputo fare.

Foto internet

Ogni uomo o donna, nell’arte o nella vita, ha una modalità sua propria di arrivare alla verità e poi di viverla; ognuno percepisce in sé una generica capacità di bene e sceglie come poi porla in azione. È molto difficile riuscire a riconoscere presenti anche negli altri i movimenti di questa personalità nascosta: tutti siamo dall’esterno inafferrabili, abbiamo una vita profonda che agli altri è incomprensibile. Lì il penetrarci è privilegio personale di Dio e nessun altro, ma una sbirciatina dentro ci è concessa grazie all’arte. Coloro che si immedesimano in ogni personaggio e riescono a dar voce a ciò che sentono sono una finestra da cui sbirciare dentro e apprezzare il panorama. Sentire ciò che l’altro sente è solo con l’arte che forse ci si riesce. E Guccini spesso ci è riuscito.

Lo so, alcuni obietteranno che in fondo non si tratta qui di Shakespeare o di Dante, che non si tratta di arte in senso pieno, al massimo si potrebbe definire come alto artigianato. Fate un po’ voi, poco importa, ma se accettate di definire arte ciò che ha tale impatto sulla società e sulle persone da aprire la strada a consapevolezze nuove e a nuovi obiettivi, pur preservando tutto il buono dell’antico, c’è più arte in Dylan e Guccini che in Majakovskij e Marinetti, per dare solo qualche nome. È da tenerne conto, per quanto ne capisco.  

La locomotiva di Francesco Guccini, The lonesome death of Hattie Carroll di Bob Dylan, Eleanor Rigby dei Beatles, Christmas card from a hooker in Minneapolis di Tom Waits, Reason to believe di Bruce Springsteen… – è solo una selezione personale – sono canzoni che ti aprono il cuore nell’istante in cui ti aprono la mente. Divertitevi a stilare il vostro elenco.

Guccini era un maestro nell’entrare dentro agli avvenimenti attraverso gli occhi e il cuore di quelle persone che al momento li vivevano. Tante sue canzoni sono falsamente autobiografiche per questo; ma altre lo ponevano sotto i riflettori, canzoni che creavano un legame tra chi canta e chi ascolta, come se si fosse a una festa di famiglia.

Con lui ho riso ascoltando La Genesi, grazie a lui ho riflettuto su Una piccola storia ignobile e sopra la sua voce ho canticchiato indignato Cirano. Mi sono sentito a casa coi suoi dischi, come se stessi ad ascoltare un caro zio che mi rende partecipe di ciò che lo interessa o lo entusiasma, uno zio colto, aperto e disponibile, simpatico anche quando sbaglia e, comunque, raramente annoia. 

Non posso non essergli grato di aver condiviso nei suoi dischi tanta ricchezza, e non ringraziare Dio che lo ha creato. Una Messa proprio gliela devo, e suggerirò a Dio che guardi i doni di cui lui lo ha arricchito, che gli perdoni i forse tanti suoi difetti e che tenga conto che in fondo il talento ricevuto, a diritto o rovescio, l’ha tanto bene usato.

Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.


Sostieni il nostro lavoro indipendente
Anche un piccolo contributo fa la differenza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento