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Giù la maschera

La mentalità perdente della SS Lazio

Eravamo stati ottimisti, dopo il Verona.

Volutamente ottimisti come lo possono essere solo i disgraziati, che devono attaccarsi a tutto, pur di non affogare nella delusione.

Quella di Como, più che una sconfitta era stata una disfatta, tecnica, agonistica, mentale, non catalogabile come un classico  scivolone d’inizio campionato e che lo stesso Sarri non è riuscito  a dissimulare fino in fondo, se si ha l’onestà intellettuale di distinguere nelle parole del tecnico, la prammatica del “speriamo si tratti solo di una brutta giornata“, dalla visione reale del “una squadra di un’altra categoria!

Se il Como è di un’altra categoria, il Verona ha dimostrato di stare ben al di sotto di noi e dunque il recinto dentro cui possiamo presumibilmente pascolare va dalla salvezza anticipata alla zona a ridosso della Conference: la cosa peggiore è che dopo un’estate surreale in cui il ridicolo e il grottesco hanno fatto sì che l’incredulità anticipasse lo sconforto, stiamo digerendo l’idea che il posto della Lazio sia quello, e sia velleitario qualsiasi obiettivo superiore: la retrocessione in una categoria inferiore, rispetto a quella dove abbiamo giocato fino allo scorso anno.

Ieri abbiamo avuto la conferma che le cose stanno così, perché Lazio e Sassuolo ieri sono apparse davvero due squadre della stessa serie, con il Sassuolo che ha la legittimante di essere una neopromossa dalla B, di non aver mai coltivato aspirazioni superiori, anzi appropriate per una realtà di provincia.

Onestamente, il resoconto grigio della partita non ha offerto elementi per rovesciare tale giudizio che – opinione personale – non sarebbe cambiato anche se l’esito dell’incontro fosse stato propizio per noi: un eventuale gol della Lazio sarebbe potuto arrivare con la stessa casualità con cui è arrivato quello del Sassuolo, che si è preso l’intera posta con un gol di coscia di un tizio chiamato Fadera che stazionava da solo a un metro dalla linea di porta, che gioca nel Sassuolo in prestito….indovinate da chi?

Ma dal Como 1907, ovviamente!

Il prestato da squadra di altra categoria condanna quindi la Lazio ad avere solo 3 punti dopo le prime 3 giornate e senza aver incontrato nessuna big o aspirante tale!

L’aggettivo che più è circolato, tra gli addetti ai lavori, è stato quello di “scolastica”, intendendo una squadra che fa il suo compitino, senza mai un guizzo di fantasia, una giocata imprevedibile e spiazzante: piuttosto la sterile circolazione della palla e velleitari lanci, sempre preda dei difensori del Sassuolo.

Neppure il possibile aggancio ai trigorici, fermati in casa dal Torino, ha dato linfa vitale a una squadra dove la mancanza di qualità è un dato oggettivo, che lo scorso hanno veniva compensato dall’ardore agonistico, finito il quale ci siamo ritrovati fuori dall’Europa League, fuori dalle competizioni europee e superati in extremis da una Roma in rimonta.

Dentro questa cronaca, l’operato discutibile dell’arbitro Tremolada Paride che trasforma in giallo un cartellino rosso inizialmente estratto nei confronti di  Vranckx – su segnalazione del Var che evidentemente lo condiziona – , non è nemmeno un palliativo: una squadra timida, senza troppe ambizioni, è maggiormente esposta a interpretazioni sfavorevoli. Piaccia o no!

Oggi sembrerebbe logico obiettare che se la Lazio avesse avuto la fortuna di segnare un gol, magari quello di Zaccagni che Murić si è ritrovato sulle mani al 61’, prima del gol del Sassuolo, probabilmente avremmo vinto la partita e fatto discorsi diversi, entusiastici e meno pessimistici.

Ma vincere le partite sporche è una qualità delle squadre di rango: quante partite ha vinto la Juve così?

Quante volte abbiamo dovuto ammetterlo?

Noi non siamo una squadra di rango, basta pensare alla rocambolesca e dolorosa eliminazione dall’Europa League dello scorso anno, da parte dei “salmonari del Bodø/Glimt”, quando avevamo la partita in mano!

Per vincere certe partite ci vuole mentalità vincente e la Lazio, questa Lazio, non ne ha.

Perché la mentalità vincente si costruisce attraverso un percorso collettivo che coinvolge società, allenatore, calciatori e ambiente: ma non manca chi afferma che nel nostro caso a latitare non sarebbe solo la Società, ma spesso a mancare sarebbe proprio il contributo di molti calciatori, privi di carattere e ambizione.

Anzi, qualcuno arriva a sostenere che criticare sempre la Società e Lotito, rischia di fornire un alibi ai calciatori, che in questo schema si troverebbero sempre al riparo da critiche, schivando le proprie responsabilità: ma questa è una visione debole, legata a una concezione astratta del calcio.

I calciatori, tranne pochissimi casi, sono professionisti che badano prioritariamente al proprio interesse: oggi più di prima i calciatori godono di una grande mobilità internazionale e i legami con i colori della squadra del momento sono precari. Non solo: oggi sono gestiti da società di procura estremamente efficienti, poco penetrabili dagli umori ambientali, per cui pensare di fare leva sul senso professionistico o sullo spirito di gruppo dei calciatori a prescindere da tutto il resto, è una prospettiva del tutto errata.

Bisogna invece costruire le condizioni di reciproca convenienza:  una condizione che apporti benefici a tutte le parti di una macchina complessa come una squadra di calcio.

Perché il calciatore, al di là delle dichiarazioni e delle esultanze in campo, non sarà mai disposto a sacrificarsi e a dare il 100% per un progetto a cui in fondo non crede, in una realtà che non gli garantisce quel ritorno di immagine vincente e di forza che ritiene adeguato per sé e che è il vero motore motivazionale.

Allora diventa legittima la seguente domanda: davvero possiamo ritenere che le vicende societarie non pesino per un calciatore? Che la sua sedicente professionalità lo renda immune dai condizionamenti esterni? Che nei discorsi negli spogliatoi, le proiezioni magre di questa società non incidano sulle prospettive individuali? Prima ancora delle pressioni da parte dei procuratori, davvero si può pensare che un giocatore della Lazio non abbia la consapevolezza e trovi agio a giocare in una squadra che è retrocessa nelle prospettive e che al massimo può ambire all’ottavo, nono posto a essere ottimisti?

Che non guardi con sfavore al fatto che la propria condizione professionale sia legata a una società gretta, parolaia, scarna organizzativamente, poco credibile, (capace di ingannare un professionista come Sarri), che diffonda un’immagine debole e ridicola, chiusa in se stessa, ai ferri corti con  un ambiente ferito, deluso, che resta orgogliosamente in piedi, nella speranza che i dirimpettai non vincano mai?

Se questo può essere accettabile per chi è a fine carriera, come Pedro, Vecino, lo stesso Romagnoli o Marusic, difficilmente lo potrebbe essere per giocatori giovani di buone prospettive.

Nelle parole del DS Fabiani, questa verità si coglie perfettamente: “Il mercato non dorme mai. Noi a gennaio faremo delle valutazioni circa il nostro gruppo e laddove Sarri dovesse dare delle indicazioni faremo un mercato adeguato alle esigenze della squadra. Si possono fare delle uscite e fare delle entrate, questo è fuori discussione

Traduzione: caro Maurizio la coperta è corta e tu hai comunque accettato questa condizione: se hai la necessità di rinforzare un settore, dovrai essere disposto a indebolirne un altro.

Tali affermazioni sono un tipico esempio di mentalità perdente!

E La Lazio comincia a fare scuola!


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