Categorie: Costume e Società
Municipi:

Giuseppe Marzilli una storia lunga ottant’anni

Dalla Ciociaria a viale Alessandrino, un avvincente racconto di vita scritto dalla nipote Martina

Un tuffo nel passato per scoprire e conoscere la storia di un uomo che nella sua lunga vita -al traguardo degli 80- ha lottato contro le avversità di un periodo storico austero e difficoltoso e ha ricordato con la sua testimonianza un’epoca apparentemente lontana che sta svanendo lentamente nei ricordi.

Un grazie speciale per le parole, toccanti e tristi, scherzose e affettuose, che hanno svelato particolari della sua vita che sarebbero rimasti ignoti o forse offuscati da sporadici ricordi.

Un grazie di cuore ad un uomo che conosco solo da 23 anni e che, grazie a questa

sfida di rispolverare i suoi innumerevoli ricordi, mi ha regalato la conoscenza della sua vita, che rimarrà sempre con me!

Un grazie sincero all’autore di questo libro… mio nonno!  (Martina Pulcini)

Sono Giuseppe Marzilli, nato e cresciuto in un piccolo paesino della Ciociaria chiamato Arce il 24 novembre 1928 in una famiglia di agricoltori. Purtroppo ho frequentato la sola scuola elementare dignitosamente, ma a causa dell’avvicinarsi delle guerre fasciste ho dovuto interrompere gli studi, contro la mia volontà, poiché a me piaceva molto studiare.

Ad Arce purtroppo non esistevano altre scuole oltre le elementari, a Sora c’era la scuola media, mentre le superiori fino al 3° di avviamento professionale erano ad Isola del Liri; entrambe erano facilmente raggiungibili con il treno, ma mio padre impaurito dall’avvicinarsi della guerra non mi permise di continuare a studiare.

Eravamo nell’anno 1938, ed io all’età di dieci anni cominciai ad aiutare mio padre nei lavori di agricoltura e in altre mansioni che svolge una famiglia contadina. Dopo poco tempo mio padre, che ormai aveva 58 anni e che era riuscito a trovare un posto di lavoro al polverificio dell’esercito di Fontana del Liri, fu licenziato perché era contro la dittatura e non si era mai iscritto al partito fascista. A causa del suo licenziamento fummo costretti a fare a tempo pieno lavori agricoli.

Ormai si avvicinava la Seconda Guerra Mondiale, il fascismo imperava ed estendeva il suo potere con le sterminabili e numerose guerre, come quella combattuta per l’occupazione dell’Abissinia, per dare al popolo italiano, secondo quanto dicevamo i fascisti, l’impero. Poi abbiamo combattuto nella guerra di Spagna, in cui alcuni italiani si sono schierati con i fascisti di Franco combattendo al loro fianco, mentre altri hanno aiutato gli oppositori che volevano liberare la Spagna dal dittatore. Finite le scuole elementari nell’anno scolastico 1938/1939 mi dovetti dedicare ai lavori dei campi, nonostante avessi appena dieci, undici anni.

Nel 1939 era scoppiata la guerra. Si andò avanti malissimo fino all’anno 1943, in condizioni terribili, perché la guerra oltre alla gran paura, ci costrinse a vivere con la tessera annonaria, a causa della quale era tutto razionato, maggiormente i beni di prima necessità e quindi tutti i generi alimentari. Delle volte i miei genitori mi davano qualche lira e mi mandavano a fare la fila da un macellaio per acquistare un po’ di carne (non ricordo come rimediavano le poche lire), anche se le volte che ci andai non riuscii mai a spenderle in quanto la fila era lunghissima e le rare volte che riuscii ad arrivare al bancone mi fu detta sempre la solita frase «È finita!». Ma perché finiva? Perché mentre noi piccoli e grandi contadini facevamo la fila, passavano avanti i signorotti del paese, quelli delle istituzioni locali, ma soprattutto quelli con gli stivaloni, con la divisa e la camicia a lutto, e per noi niente.

Poi arrivò l’8 settembre del 1943, data del tanto atteso armistizio e del governo Badoglio. Noi apprendemmo la notizia del fatidico evento da una radio di una famiglia; ricordo le feste di quella sera, esultavamo per la fine della guerra, invece a distanza di pochissimo tempo ci rendemmo conto che invece per noi ricominciava. Apprendemmo terrorizzati dei mostruosi bombardamenti di Roma, al quartiere San Lorenzo, e dopo pochissimi giorni arrivarono i primi tedeschi, pertanto per paura fummo costretti a fare la prima esperienza di sfollati. Ci recammo da una famiglia in una località fra Rocca di Arce e Santopadre, ma non restammo molto, perché dopo qualche giorno ci tranquillizzammo e ci rendemmo conto che la cosa era lunga e non potevamo restare fuori di casa per tanto tempo. Cominciammo così a convivere con le truppe di occupazione, in primis tedeschi, seguiti, da austriaci, polacchi, russi etc., i quali collaboravano con i nazisti.

Apprendemmo da varie voci e soprattutto dalla radio che il fronte avanzava, pertanto aspettammo con ansia l’arrivo dei liberatori, ma fummo delusi in quanto il fronte si bloccò a Cassino, località che dista circa 26 km da Arce. Così la nostra zona diventò terra linea della Resistenza, dove erano depositati tutti i mezzi e le munizioni e purtroppo era piena di militari che la sera andavano al fronte, davano il cambio e la mattina tornavano. Il fronte di Cassino durò per circa sette mesi, poi il 29 maggio 1944 Arce fu liberata e il caso volle che la liberazione avvenisse proprio il giorno della festa del suo patrono, Sant’Eleuterio.

Dall’arrivo dei primi militari tedeschi -autunno del ’43- al 29 maggio del 1944 soffrimmo un po’ di tutto, la paura della guerra, un po’ di fame e il terrore dei tedeschi, maggiormente quelli di passaggio, perché quelli fissi probabilmente avevano l’ordine dal comando di non molestarci molto, perché bastava a noi un fiammifero per far saltare tutto in aria. Io nel novembre del 1943 avevo quindici anni e pertanto io e miei coetanei che non collaboravamo con i tedeschi, la mattina ci dovevamo alzare presto e si andava sul Monte Grande per evitare che i tedeschi di passaggio ci portavano a Cassino, lato fronte tedesco, a portare a spalla munizioni sul Montecassino. Sul Monte Grande si giocava a carte e quando si sentiva il rombo delle squadriglie dei quadrimotori, si smetteva per vedere quali fossero gli obiettivi e vedere le bombe che uscivamo dalle panze degli aerei e l’intervento delle contraeree tedesche. Uno di quei giorni vedemmo da lontano dei ricognitori che giravano su Montecassino, allora fra noi dicemmo che non era possibile che quei disgraziati degli alleati avessero deciso di bombardare l’abbazia: detto fatto. Dopo un po’ di tempo scomparvero i ricognitori e cominciammo a sentire rumori assordanti dei rombi di squadriglie di bombardieri arrivare sull’abbazia e cominciarono a sganciare bombe. Girava una squadriglia dopo aver sganciato il carico e subito ne arrivava un’altra; non ricordo bene quante squadriglie arrivarono, a me venne spontaneo dire agli amici «Per colpa del fascismo, dei nazisti e dell’imperialismo anglo-americano ci stanno distruggendo la cosa più bella e più preziosa della nostra provincia».

Il fronte era fermo e allora ci convincemmo di tornare a lavorare i campi ma sempre con il timore di incontrare tedeschi e fascisti che potevano farci del male. Il nostro podere agricolo era un po’ lontano dalla casa paterna: era un magnifico appezzamento di terreno, oltre un ettaro e mezzo, pieno di piante di tutti i tipi di frutta, in località Puzzaca (dove dal 1972 feci costruire una dignitosa abitazione, mentre allora c’erano due stanze in legno, una per il ricovero degli animali e una per le persone).

Allora mio padre tutte le mattine mi mandava ad accendere il fuoco dentro una delle due stanze; appena acceso vi mettevo sopra la legna bagnata, con lo scopo di far uscire tanto fumo, perché secondo lui i tedeschi di passaggio vedevano la casa abitata e non la demolivano per prendersi il legname. Fino all’arrivo dei famosi alleati ci riuscimmo, poi invece gli ultimi demolirono una piccola parte; allora mio padre, avvertito, corse da loro, dato che parlava bene l’inglese, si arrabbiò e si fece le sue ragioni trattandoli male e alla fine gli disse che i tedeschi non le avevano toccate mentre gli alleati sì. Mio padre parlava bene l’inglese perché lo aveva imparato nei diciotto anni passati negli Stati Uniti come emigrante.

Una di quelle mattine che andavo ad accendere il fuoco passando sulla strada comunale vicino ad un pozzo, a poca distanza dalla proprietà, trovai un camion di tedeschi tipo casetta; all’andata non vidi nessuno, mentre al ritorno sulla pedana della scaletta posteriore c’era un militare tedesco. Questo mi intimò l’alt e mi chiese «Dove essere tua casa?», io impaurito indicai quella lì vicino in legno, ma lui disse «No, questa è nostra, è di Hitler!»; allora con il braccio indicai dove stava la casa paterna e lui disse «No, anche quella è di Hitler!». A quel punto io ero veramente impaurito, perché vedevo che mi stava scrutando addosso, io avevo sia il giubbino che i calzoni fatti con la stoffa delle tende grigio verde dell’esercito italiano. Lui mi disse di levare tutto, così ubbidii e mi tolsi i pochi indumenti che indossavo; a quel punto nudo, avevo quindici anni finiti, mi misi a piangere ad alta voce, sia per la vergogna sia per la paura. Lui aveva in mano la solita pistola, ma in quel momento mentre io piangevo e lo guardavo in faccia tremando, apparve un altro militare alle sue spalle, forse austriaco o un suo superiore, mi vide in quelle condizioni, gli diede uno spintone, lui cadde dalla scaletta, l’altro gli saltò sopra e lo malmenò rimandandolo dentro il camion. Poi si rivolse a me, mi fece un gesto come scuse, mi indicò i panni per rivestirmi, andò dentro il camion e mi portò sigarette e un filone di pane scuro e indicò di andare via.

Dopo un po’ di giorni mi capitò un altro episodio spiacevole -credo il peggiore assoluto- a causa dell’occupazione nazista. Con mio padre stavamo nel solito terreno a coltivare le piante di granturco; vicino a noi stava un’altra persona, un nostro confinante, molto più grande di me, ma più giovane di papà, a fare la stessa cosa. Vennero due militari tedeschi sempre con il mitra in mano. Prelevarono prima l’altro, Eleuterio, poi passarono da noi e mi dissero «Raus, andiamo!». Mio padre si offrì e disse in tedesco che sarebbe andato lui ma essi rifiutarono dicendo «No tu vecchio, lui giovane». Ci portarono a circa 500 o 600 metri da lì, dove c’era un loro accampamento in mezzo ad una piccola macchia di querce: mentre ci fecero fermare vicino la strada, ma non c’era niente. Poi diedero all’altro il piccone e a me la pala, ci fecero un segno sul terreno e ci dissero di scavare; eravamo convinti tutti e due che la buca era per noi perché allora si diceva che quando qualcuno faceva dispetto ai tedeschi, prendevano i primi che trovavano, gli facevano fare la buca e alla fine gli sparavano dentro la stessa buca e li coprivano. Era successo già il massacro delle Fosse Ardeatine e la notizia era arrivata anche nel nostro paesino; per questo noi due eravamo convinti che fosse arrivato anche per noi il fatidico momento, ma ce lo dicemmo dopo, poiché durante lo scavo per la paura non ci guardammo mai in viso. Verso la fine dello scavo suonò all’accampamento una fanfara militare, allora io ragazzo più incosciente mi rivolsi al compagno di sventura e dissi «Lauterio mica a noi ci suonavano la fanfara». Finimmo il lavoro e per nostra fortuna uno dei due nazisti ci disse «Raus!» e ci indicò di andare via. Ricordo solo quello che feci: andai a marcia indietro a piccoli passi guardando in faccia sia il mitra sia i due soldati, saltai la piccola scarpata che divideva la strada e corsi come un forsennato per la paura e per correre da mio papà che aspettava impaurito peggio di noi due. Arrivammo e stemmo tanto tempo abbracciati che a momenti mi soffocava lui dopo quella corsa. Corsi così forte che quando ho raccontato l’episodio dopo il 1960 -anno delle Olimpiadi di Roma- che avevo corso tanto veloce che forse neanche Berruti era stato tanto veloce perché lui di metri ne corse 200, io invece 500-600.

Comunque dal comportamento dei tedeschi e dal continuo sorvolare degli aerei ricognitori anche a bassa quota e dai bombardamenti e mitragliamenti delle contraeree tedesche, per la prima volta vedemmo i mitragliatori a doppia fusoliera che a bassa quota, quando arrivavano le squadriglie, non sapevi dove ripararti.

Un giorno io e mio padre, sempre sul medesimo terreno, sentimmo il rombo e ci mettemmo dietro ad un covone di fieno accovacciati per terra; ricordo che vedevo passare luccicanti tutte pallottole di mitraglie. Durò circa un’ora, stavano mitragliando un accampamento e la contraerea tedesca stava a circa 800 metri da noi in linea d’aria in un gruppo di fabbricati sulla via Casilina (località famiglie Catena). Si aveva la sensazione che il fronte a breve sarebbe avanzato, e vedevamo anche i militari armati come non mai che salivano sul Monte Grande per difendere la ritirata.

Ricordo il giorno 26 di Maggio in cui con un mio coetaneo decidemmo di andare a mangiare ciliegie su una collina, di sua proprietà, di fronte al Monte Grande; mentre ognuno di noi stava su una pianta differente a raccogliere i frutti, arrivò il primo colpo di cannone a circa la metà del monte, poco sopra le nostre abitazioni, e noi da sopra le piante dicemmo «Quella è una cannonata, pertanto dovremmo andare a vedere la buca che fa la cannonata, perché quelle delle bombe degli aerei le conosciamo». Agimmo da incoscienti, altrimenti dovevamo perlomeno pensare che sia l’uno che le altre potevano essere più piccole o più grandi e così facemmo, con molto rischio perché già qualche tedesco scappava e andava a vedere. Non pensammo quanto fosse pericoloso e incosciente; io però ero convinto che sarebbe stato difficile che ne saremmo usciti sani e salvi. Fortunatamente ancora sono qui; l’altro morì pochi giorni dopo aver passato il fronte con altri due miei amici, e un altro ancora rimase ferito, a causa di un proiettile inesploso, che stavano maneggiando; come vorrei che non l’avessero mai fatto!

Appena vicini alla buca della cannonata, le truppe degli alleati, che noi non sapevamo essere lì, ma che erano già schierate con i carri armati nella Macchia Comunale di Arce in località Bernardi, videro i nostri movimenti e cominciarono a sparare cannonate nella zona in cui ci trovavamo e fummo costretti a ripararci dietro una roccia e dei cespugli; finiti gli spari strisciammo per terra nascosti dall’erba alta e rientrammo nelle nostre case.

Ci rendevamo tutti conto che l’avvicinamento del fronte era imminente.

La sera seguente, il 27 Maggio, dopo cena, tutta la famiglia si stava per sedere davanti casa quando arrivarono due ufficiali tedeschi, si fermarono e cominciarono a parlare con mio padre che tentava di rispondere, in quanto aveva emigrato in Germania per circa tre anni e successivamente in America per diciotto e, per questo, parlava principalmente in inglese; uno dei due se ne accorse e disse «You speak english?» e cominciarono a parlare in inglese.

Disse che lì non eravamo al sicuro perché la notte cominciava la battaglia per la presa del Monte Grande, dove nell’ultimo giorno si erano appostati pochi tedeschi, forse per difendere la ritirata dei loro commilitoni che ormai erano in fuga sulla Via Casilina in direzione di Roma e di Avezzano.

Ci dissero di metterci dalla parte opposta dentro una stanza a piano terra della casa di mio nonno paterno, composta da tre piani e pertanto protetta in parte dalle cannonate che arrivavano dalla parte opposta, e comunque ci fecero pensare che si trattava solo di proiettili di cannone.

Poco dopo si fece buio, facemmo come i «finti» tedeschi avevano detto, finti in quanto mio padre ci disse che realmente quei due erano ufficiali inglesi del servizio spionaggio.

Fu allora che cominciò l’inferno e per tutta la notte fu giorno a causa dell’intensità degli spari che arrivavano. Ce n’erano di vario tipo: quelli così chiamati «a strappo», perché scoppiavano in aria, quelli che scoppiavano per l’urto e quelli che passavano e si avvertivano dal sibilo acuto e andavano ad infrangersi dopo di noi; fu così per tutta la notte e appena sorse l’alba tutto si calmò, i proiettili si avvertirono una volta ogni tanto.

Arrivò di corsa un amico, Alfredo, strillando dalla paura dicendo che dalla parte opposta, lato Napoli, da prima di giorno non si sparava più, e così aprimmo la porta, ancora chiusa a causa della paura e poiché ancora si sentivano voci, credo di superstiti tedeschi che strillavano, forse anche loro in preda al panico. Fu allora che si presentò davanti ai nostri occhi ciò che era successo in quella terribile notte: tutte le piante, di qualsiasi genere, soprattutto ulivi e querce, erano state spazzate via dai proiettili e quello che la sera prima sembrava un’ oasi, adesso ci pareva il deserto.

Appena mi affacciai vidi anche un’altra cosa davanti a me: nella parete esterna della nostra casa si vedeva un grande foro nel muro, mi feci coraggio e camminai con molta paura tra i due fabbricati. Pensai con meraviglia che era impossibile che c’era solo un foro, a causa degli innumerevoli boati sentiti la notte prima; infatti guardando con più attenzione vidi che sotto il letto dei miei genitori c’era un proiettile, di circa 50 – 60 centimetri, inesploso.

Allora tornai nella «stanza ricovero» e insieme decidemmo di andare nel luogo indicato da Alfredo, ma, forse per la paura, forse per le difficoltà del terreno a causa delle piante spezzate, ci sparpagliammo, però fortunatamente, chi prima, chi dopo, arrivammo tutti a destinazione, circa 2 chilometri da casa nostra. Da quelle parti abitava un amico di famiglia e infatti lo vidi che stava tranquillamente con la moglie gravida fuori la casa mungendo una capra per prendere del latte da dare al primo figlio.

Vedendo quella calma e quella tranquillità chiesi «Ma per voi la guerra è finita?» e lui mi rispose «Ma non avete guardato a valle delle nostre case?». Rimasi perplesso ma corsi a dare un’occhiata e vidi tanti carri armati degli alleati.

Il giorno seguente il comando alleato ci comunicò che forse non era molto prudente rimanere in quel posto, perché temevano di incontrare la resistenza lungo il fiume Liri; pertanto tornammo a casa, caricammo il somaro e ripartimmo ancora una volta verso un’altra contrada, lato Napoli; per fortuna la permanenza durò poco, una notte e un giorno.

La sera del 29 Maggio, festa di Sant’ Eleuterio, Arce fu liberata totalmente, tanto che si disse «È un miracolo!» e il primo di giugno gli alleati arrivarono a Roma.

Per noi la guerra era finita, ma cominciarono altri problemi: si doveva sopravvivere, per questo mi misi subito alla ricerca di un lavoro, che trovai in un accampamento vicino casa, un piccolo campo di concentramento popolato da gente di varie etnie, inglesi, polacchi, italo-americani, australiani, sud-africani, scozzesi, ecc.

La zona era piena di accampamenti anche vicino casa, e noi vedevamo, purtroppo, quanto «ben di Dio» si portavano dietro. Ricordo che una sera un militare italo-inglese venne a casa a piedi e chiese a mia madre se poteva fargli le fettuccine e lei gli disse che purtroppo le mancava la farina, anche se aveva le uova, in quanto le galline si erano salvate perché i tedeschi avevano messo un laccio di plastica ad una zampa e in base al numero di galline che si possedevano, dovevi dargli un uovo, un giorno sì e uno no, per gallina; il militare tutto contento andò via di casa e dopo poco eccolo lì di nuovo al volante di una jeep carica di tutti i tipi di alimenti, tra cui dieci scatole di farina.

Stette lì in attesa mentre guardava mia madre che gli preparava le tanto attese fettuccine, che poco dopo mangiò con una rapidità incredibile. Ne lasciò un po’ per noi e altre le portò via con se con tutta la spianatura in legno, che poi ci riportò.

Il mio lavoro all’accampamento correva discretamente e così anche la paga.

Un giorno sentii una voce che mi chiamava dal campo di concentramento e mi avvicinai; riconobbi uno dei tedeschi peggiori, chiesi alla sentinella se potevo avvicinarmi alla rete di recinzione, egli acconsentì e una volta approssimatomi vidi anche un altro militare austriaco, una bravissima persona, che mi aveva sempre trattato benissimo. Feci un brutto gesto al tedesco che intanto mi chiedeva qualche cosa che io non riuscivo a capire, andai dal sottoufficale, di cui ero addetto alla sua tenda, gli chiesi del cibo e lui mi diede un filone e un barattolo di carne in scatola e lo portai all’austriaco, perché mi sentivo in dovere di ricompensarlo per ciò che aveva fatto per me.

Il mio lavoro lì non durò molto poiché dopo pochi giorni i militari partirono ed io trovai un lavoro in un altro accampamento, un grande deposito di materiali ferrosi per la ricostruzione provvisoria di ponti, in località Roccasecca; per la prima volta nella mia vita scoprii cosa erano i guanti da lavoro che mi obbligavano ad usare per caricare e scaricare le strutture metalliche. Non ricordo bene i particolari di quei giorni, ma dopo una ventina di giorni anche loro partirono verso il centro-nord.

Ne restarono pochi, un solo gruppo, il cui compito era quello di ricostruire un ponte minato dai tedeschi sulla prima linea ferroviaria Roccasecca-Ceprano sul fiume Melfa. Per cui tutti i materiali che giungevano alla stazione di Roccasecca dovevano essere portati a Ceprano tramite camion attraverso via Casilina.

Nel trasbordo, i militari, specialmente quelli di colore, vendevano di tutto e così cominciò in grande stile il Mercato Nero e insieme a questo la moneta di occupazione ossia «am lire», con la quale si commerciava. Si avviò così un mercato molto produttivo, tanto che decidemmo di comprare maggiormente abbigliamento di tipo militare, come coperte, camicie, divise, ecc.

In bicicletta si andava, poi, a rivendere la merce comprata al mercato nero nei paesini della Piana del Fucine, Avezzano, Luco, San Benedetto Trascacco dei Marsi ed altre località, dove disponevamo dei banchetti con gli indumenti da vendere. Eravamo un gruppo di ragazzi provenienti da vari paesi della Ciociaria e la sera ci riunivamo a Luco o a Civitella Roveto per essere ospitati da una famiglia, la quale, davanti ad un camino acceso, ci offriva cibo e un posto per dormire.

Personalmente sono ancora affezionato a quelle famiglie e soprattutto a quelle case: una volta, tanti anni dopo, con la macchina in viaggio per Leonessa, piccolo paesino nel reatino, passai a Civitella Roveto e mi fermai, scesi e cominciai a camminare a piedi; mia moglie mi disse «Cosa stai cercando?» e io risposi «La casa dove mi fermavo a mangiare durante l’inverno del 1945»; la trovai e vidi che oramai era diventata un bel ristorante così le dissi che volevo fermarmi li per pranzo e lei “ma è presto!”, ma io avrei pranzato lì anche se fossero state le unidici di mattina!

Cercai anche la casa di Luco, ma tutto era cambiato e non la ritrovai.

Con il ricavato della vendita acquistavamo vari tipi di alimenti e ripartivamo verso casa con le bici cariche per portare “la spesa” alle nostre famiglie.

La fatica e i sacrifici erano veramente tanti, però li facevamo molto volentieri, poiché la guerra era finita e ne eravamo usciti sani e salvi, e fare 80 chilometri al giorno in bici sia all’andata, da Arce ad Avezzano con tappa a Civitella Roveto, sia al ritorno, non ci pesava così tanto.

Ovviamente per me il ritorno era molto più duro in quanto avevo una bicicletta carica e pesante. Ricordo un giorno al ritorno, prima di arrivare a Sora, con la bici carica di patate, fagioli, farina e altri svariati alimenti, all’altezza di un passaggio a livello di una linea ferroviaria, ci imbattemmo in un posto di blocco della Guardia di Finanza, che voleva sequestrarci tutto ciò che trasportavamo; noi dicevamo che non erano merci per il mercato nero, ma solamente cibo da portare a casa per le nostre famiglie.

Allora io, il più piccolo del gruppo e, perciò, anche il più incosciente, quasi piangendo mi permisi di chiedere dove sarebbe finito tutto quello che ci avrebbero sequestrato; ero stanco, della guerra, dei tedeschi e del loro comportamento, non riuscivo a sopportare anche questo e mi venne da piangere; loro a quel punto mi chiesero cosa volessi dire con quella domanda ed io risposi confermando quello che volevo dire, e io capii che le mie lacrime avevano funzionato.

Ricordo che quella sera tornado a casa di mia zia, morente dal freddo, dalla stanchezza e mortificato dall’accaduto, il marito prese la mia bicicletta, la scaricò, la rivoltò sottosopra, poggiando il manubrio e la sella sul pavimento e disse «Da domani mi faccio un banchetto e comincio a vendere, anche se solo noccioline, ma non andrò mai più in bicicletta!».

Facemmo quei viaggi per un po’ di tempo, ma poi le forze cominciarono a mancare e smettemmo, ma soprattutto perché il ponte fu ricostruito e ciò mise fine al mercato nero.

Allora mi rimisi alla ricerca di un impiego e fu così che andai a lavorare sul Monte Cassino, nella valle dietro l’Abbazia, dove gli alleati stavano costruendo un cimitero, una sorta di monumento, in memoria dei 1800 militari polacchi morti negli scontri per la liberazione di Monte Cassino, tenutisi nelle gallerie che i tedeschi avevano scavato lungo la strada che da Cassino conduceva al monte; qui i polacchi si erano rifugiati nelle trincee e si raccontava che si fossero battuti «all’arma bianca», galleria per galleria, fino la cima.

Anche questo lavoro, però, non durò molto visto che la paga era di poche «am lire», per questo continuammo a cercare il mercato nero per vivere: cominciammo a comperare la benzina dagli autisti dei camion guidati dai polacchi che portavano i lavoratori dai vari paesi a Monte Cassino.

Io e due miei amici compravamo il carburante quando il camion arrivava in Piazza di Arce: purtroppo non sapevamo che in quei giorni un colonnello inglese aveva aperto un ufficio proprio di fronte alla piazza e vide tutto dalla finestra; vide che i polacchi mettevano un tubo di gomma nei serbatoi del camion e una volta riempite le taniche, le mettevano sul mio somaro. Poco dopo lo vedemmo arrivare il colonnello insieme a due militari della Polis Militare, fece fermare noi tre e si rivolse ai polacchi; loro dissero che noi stavamo rubando, ma lui rispose che aveva visto tutto, contraddicendoli. Ci portò in caserma e dichiarò al Maresciallo dei Carabinieri quello che avevamo fatto e decisero di farci restare una notte nella camera d sicurezza. La mattina seguente, giorno di ferragosto, ci portarono dalla caserma al carcere, per fortuna senza manette vista la festività, tra le file di folla di parenti e amici che erano venuti a conoscenza dell’accaduto. Rimanemmo lì per sette giorni, ma poi l’avvocato ci fece uscire in libertà provvisoria fino al giorno del processo, giorno in cui fummo assolti, in quanto ciò che era successo non poteva essere ritenuto reato per fatti di guerra.

Comunque eravamo stati sfortunati in quanto gli altri ragazzi arrestati fino a pochi giorni prima di noi venivano tenuti nella camera di sicurezza per uno o due giorni e poi rilasciati senza alcuna formalità.

Così tornai a lavorare a Monte Cassino e un giorno chiesi il permesso di poter visitare i resti dell’Abbazia nei sotterranei; una volta lì fummo avvertiti che dovevamo uscire urgentemente perché era in arrivo il re Umberto I scortato dai Carabinieri. Noi aspettammo fuori e quando il re uscì disse che ci voleva salutare uno per uno. Arrivò il mio turno e Sua Maestà mi chiese cosa facevo ed io risposi «Lavoro alla realizzazione del cimitero». Mi strinse la mano e mi salutò dicendo «Che peccato che la guerra abbia distrutto una cosa tanto sacra e tanto bella» ed io, pieno di coraggio, dissi «Maestà di chi è la colpa di tutto questo?» e lui rispose, quasi bisbigliando, «Sì, lo so, di mio padre!».

Finito anche questo lavoro, cominciai la mia esperienza nei cosiddetti “cantieri scuola”, i quali, secondo me, furono istituiti per poter far lavorare la gente che per altro. Comunque con questo mezzo si provvide a sistemare alcune strade nella campagna del paese attraverso l’utilizzo di ghiaia di cava.

Ovviamente anche questo fu un lavoro provvisorio e poco dopo andai ad aiutare mia zia. Suo marito, infatti, quello della bicicletta, aveva ormai un bel banco di biancheria e abbigliamento per uomo e donna, con il quale girava tutti i mercati di Arce e dintorni. Nel frattempo, però, nell’Aprile del 1948 mi ero fidanzato e mi ero dedicato anche ai lavori agricoli e a ricostruire il parco bestiame familiare perché alla fine della guerra ci erano restate solo poche galline.

Rimasi lì fino alla fine del 1949 quando fui chiamato ad assolvere il servizio militare, dal quale mi concedai il 4 dicembre 1950.

Mi mandarono al C.A.R. di Vicenza, dove, oltre ad insegnarci le normali istruzioni militari, ci fecero fare un test attitudinale, al cui termine ci domandavano cosa avremmo voluto fare durante la leva ed io risposi «L’autista!».

Dopo alcuni giorni facemmo il giuramento: fui chiamato per la prima volta da un altoparlante per ricevere un piccolo premio in denaro e i complimenti del comandante sul mio comportamento e sull’impegno dimostrato; ero molto nervoso perché dovevo uscire dal plotone, andare verso il tavolo del comando, presentarmi e mettermi sull’attenti e la paura di sbagliare qualche cosa era tanta, ma fortunatamente tutto andò bene e tornai al mio posto. Poco dopo rompemmo le righe, lasciammo il moschetto nelle camerate e andammo in refettorio per il pranzo speciale.

Il giorno seguente fummo chiamati in fureria dove ci comunicarono le destinazioni e ci fu data una busta di presentazione da consegnare una volta giunti al nuovo comando.

Fui assegnato al battaglione collegamento Folgore a Conegliano Veneto. Mi fu comunicato che la mattina successiva avrei cominciato l’addestramento pratico per la conduzione dei mezzi militari, vista la mia richiesta, e il pomeriggio le lezioni teoriche per poter ottenere la patente di guida.

All’inizio mi trovai un po’ intimorito in quanto il battaglione Folgore era costituito da paracadutisti e alcuni ufficiali anziani sopravvissuti alla battaglia in Africa, nella quale morirono la maggior parte di essi, poiché il loro compito era quello di mettere le bombe sotto i carri armati nemici, e per questo avevano il copricapo sotto il basco. Comunque subito dopo mi feci molti amici sia tra i miei compagni che tra i superiori.

Verso la metà di Maggio feci l’esame ed ottenni la patente di guida. Pochi giorni dopo ci recammo alla stazione ferroviaria di Mestre, e lì il sergente maggiore, che già mia aveva preso in simpatia, mi consegnò una jeep della Ford e mi disse «A dicembre la devi riconsegnare più pulita e più nuova di adesso, pertanto la lasciamo nelle tue mani, prenditene cura».

Si stava avvicinando la fine di Maggio. Essendo un battaglione di collegamento, su ogni automezzo veniva installata una stazione ricetrasmittente, con un marconista, quasi sempre un caporale maggiore dei volontari, e andavamo a dare notizie sia ai reggimenti dell’esercito (quell’anno erano programmati campi a Giugno e grandi manovre a Luglio) sia a manifestazioni sportive come gare di auto, di bici o di sci.

La nostra compagnia doveva partire per alcuni giorni, prima di fine mese, per aggregarsi ad un reggimento di artiglieria in una caserma di Padova e poi insieme verso un posto incantevole nelle cuore delle Dolomiti, gli Alti Piani di Asiago, il primo di Giugno.

Dovevamo disporci in fila con gli automezzi e a me capitò il secondo posto, davanti avevo solo la jeep del comando colonna, mentre nella mia c’erano il marconista e il capo del nostro plotone; eravamo proprio di fronte alla finestra del comandante del reggimento quando la mia jeep si spense ed io non riuscì prontamente a rimettere la prima marcia, forse per l’emozione o il timore. Tentai due volte di riaccenderla, ma la seconda si sentì lo stritolio del rumore e il comandante strillò «Chi è quel cretino di autista!», mentre l’ufficiale che stava con me rideva e disse «Marzilli se non premi il pedale della frizione non partiamo più!».

Fortunatamente riuscii a mettere in moto e partimmo. Non era molto lontano, arrivammo e trovammo il pranzo già pronto, in quanto il plotone addetto alle refezioni era andato lì il giorno prima per montare le tende e le cucine.

Il posto dove ci accampammo e tutto quello che ci circondava era da sogno; uscimmo solo due o tre volte per i collegamenti, mentre uscivamo tutte le sere per andare al centro di Asiago in libera uscita e spesso, quando l’ufficiale veniva con noi, prendevamo la jeep. Per me fu un mese di ferie, le più lunghe e più belle della mia vita.

Alla fine del mese rientrammo direttamente a Conegliano dove erano previsti due giorni e due notti di riposo in branda. La mattina presto del primo giorno però entro in camerata lo stesso ufficiale che era stato con noi al campo e disse «Chi di voi è disposto a partire immediatamente per portare una stazione radio sulla cima del Cadore, tornare all’accampamento per circa 14 giorni e poi, alla fine delle grandi manovre, ritornare a prendere la stazione radio e il marconista e rientrare in caserma?». Non risposi subito, ma quando vidi che nessuno si faceva avanti dissi «Se vuole Signor Sergente verrei volentieri», mi guardò e mi rispose «Stai ancora nel letto?».

Di corsa preparai lo zaino e scesi giù di corsa; in un’ora avevo sistemato tutto, carburante, olio, ecc. e partimmo, sempre in tre, io e il sottotenente davanti e il solito marconista di dietro.

Nessuno di noi sapeva dove si trovasse Pieve del Cadore, ma fortunatamente l’ufficiale portò una cartina stradale ed arrivammo facilmente. Una volta lì ci dissero che avremmo dovuto portare la stazione radio alla cima del monte attraverso una strada, quasi una mulattiera, costruita dagli alpini per la prima guerra mondiale; io credo che fu una fortuna andarci con il mio «gippone» che aveva già allora la trazione integrale. Pertanto, anche se con alcuna difficoltà, arrivammo a destinazione, scaricammo tutto l’apparato e tornammo giù, io e l’ufficiale, al campo; era un posto meraviglioso nel quale rimanemmo per tredici giorni e dove passavo la maggior parte del mio tempo nel «gippone», mangiavo, dormivo e facevo delle splendide passeggiate nel paese di Pieve.

Passati questi splendidi giorni tornai da solo sulla cima, presi il marconista e la strumentazione, e, recuperato anche l’ufficiale, tornammo in caserma.

E così i giorni di ferie diventarono quarantacinque.

Dopo qualche giorno il sergente maggiore, responsabile dell’autorimessa e dei mezzi, decise di mandarmi a prendere il secondo piatto sia per il pranzo che per la cena con la jeep, in quanto la caserma era attrezzata solo per cucinare il primo. Io capii perché la scelta era ricaduta su di me: infatti lui viveva lì con la famiglia e per questo poteva procurare il cibo sia per lui che per me, che mettevo dentro una tiella custodita dentro una cassetta della macchina e mangiavo quando avevo fame.

Di viaggi anche un camion ne feci parecchi: due a Udine e alcuni nelle campagne del Veneto e dell’udinese. Gli undici mesi del servizio passarono rapidamente, la sera del 3 dicembre del 1950 facemmo il silenzio fuori ordinanza e il giorno dopo mi congedai. Onestamente ho sempre riconosciuto che l’anno 1950 era stato l’anno più bello per me, in quanto rispetto a quello che avevo fatto fino ad allora, il servizio militare era una pacchia per tutto!

Non ero affatto entusiasta di tornare alla solita vita, ma fortunatamente trovai subito lavoro in una ditta edile che stava costruendo le prime case di edilizia popolare ad Arce, poco prima della piazza principale. Come era stato finora questo non fu un lavoro definitivo; così la mattina andai a lavorare con i miei zii, che intanto avevano ingrandito sempre più l’attività di abbigliamento, mentre il pomeriggio mi dedicavo, come sempre avevo fatto, ai lavori agricoli e al bestiame; tutto questo più o meno fino alla fine del 1952.

Grazie al padre di Maria, che conosceva un dirigente delle Ferrovie dello Stato, il fratello del Dott. Pescosolido, riuscii ad entrare a lavorare in una ditta appaltatrice, «La Gorara», che aveva in appalto le riparazioni e la manutenzione dei montacarichi e degli ascensori nella stazione Termini di Roma. Purtroppo ancora vigevano le leggi del fascismo e queste volevano che per lavorare in un’altra città, anche se della stessa regione, c’era bisogno della residenza, altrimenti non si riusciva ad ottenere il nulla osta. Dopo tre file inutili fatte all’Ufficio Regionale, dove mi dissero che non era possibile, mi rivolsi ancora al dottor Pescosolido dicendo che purtroppo, per motivi burocratici, non era possibile ottenere quel lavoro, ringraziandolo dell’opportunità offertami.

Mi disse di dargli la richiesta che si sarebbe recato da Don Giovanni, assistente ecclesiastico di Roma Termini; infatti tornò dopo mezz’ora, mi riconsegnò la mia domanda e mi riferì di tornare l’indomani mattina all’ufficio dell’anagrafe e di stare tranquillo. Ormai il foglio era diventato quasi carta straccia, ma notai che alla fine della pagina, sotto il timbro della ditta, c’era una scritta di penna che non riuscii a leggere e una sigla come firma. La mattina dopo tornai controvoglia al palazzo dell’anagrafe, come il dottore mi aveva detto, mi misi in fila nello stesso sportello con lo stesso impiegato e consegnai la solita richiesta. Stavolta però la guardò, chiuse lo sportello, e, tra le proteste delle persone che stavano in fila, mi disse di seguirlo dentro l’ufficio del direttore regionale del lavoro e spiegò a quest’ultimo che avevo una lettera firmata da Don Giovanni. Dopo pochi minuti mi diedero una busta chiusa indirizzata alla ditta «La Gorara» con dentro la mia autorizzazione; ringraziai e, mentre stavo uscendo, l’Onorevole mi chiamò e disse «Vada a lavorare ora e si ricordi di Quintieri alle prossime elezioni politiche».

Una volta fuori di lì andai di corsa presso la sede della ditta in Via dei Volsci, dove, ovviamente, trovai altri problemi, ma anche questi furono superati, grazie a due telefonate fatte da un ragioniere della ditta, e il 2 Dicembre del 1952 cominciai a lavorare.

Ricordo che il capo dell’azienda, Sig. Ciancaleoni, e un operaio mi portarono nella sala macchine di un ascensore, dove, dai suoni che si udivano quando partiva l’ascensore, solo per vergogna, non scappai via. Finalmente avevo un lavoro di tutto rispetto, con la qualifica di operaio comune: avevo raggiunto un buon obiettivo.

Avevo una smisurata volontà di apprendere, il capo tecnico dopo pochi giorni mi chiamò per dirmi che sarebbe stato a mia completa disposizione e, vedendo la voglia che avevo, mi diede anche due libri, uno sull’elettromeccanica, l’altro su ascensori e montacarichi.

Cominciai subito a studiare per imparare qualcosa della parte teorica, mentre cercavo di carpire il massimo dai miei colleghi più esperti per quanto riguardava la parte pratica; dopo poco tempo il mio superiore mi mandò ad affiancare i due migliori ascensoristi presenti nella ditta. Difficile immaginare la mia gioia. Più il tempo passava e più mi accorgevo di quanto erano competenti, di quanto io ero fortunato e di come avrei potuto imparare bene questo mestiere per il quale non esistevano scuole, ma solo la pratica e l’insegnamento sul posto di lavoro.

In questo periodo vivevo in una camera in affitto presso una famiglia in via dei Platani alla periferia di Roma, ma dentro di me pensavo che forse sarebbe stato opportuno cominciare a pensare ad una famiglia tutta mia. Fu così che una domenica, tornato ad Arce, a casa di Maria, suo padre mi disse «Siete fidanzati da prima che tu partissi per il militare, non ti sembra il caso, ora che hai anche un lavoro stabile, che regali a Maria un anellino di fidanzamento?», ma io colsi al balzo l’occasione e, visto che lavoravo da circa due mesi e mezzo, risposi «Se per voi va bene vorrei regalarle la fede nuziale». Lui ridendo mi chiese se ero matto, comunque, dopo averlo chiesto anche ai miei genitori e soprattutto a Maria, trovai un appartamento in affitto in via Isola Liri, a Centocelle Vecchia, sempre alla periferia di Roma, e facemmo i preparativi per la cerimonia, che fu celebrata il 12 Aprile del 1953. Tornammo a Roma la sera stessa nella nostra casetta, dove avrei trovato tutta la tranquillità di cui avevo bisogno per studiare; non esisteva ancora l’abitudine del viaggio di nozze, cosa che adesso rimpiango e che purtroppo non ho mai più fatto, ma Dio solo sa quanto avrei voluto, soprattutto perché a quel tempo non c’erano le possibilità economiche.

Intanto a lavoro era sorta una forte gelosia da parte dei due tecnici che mi seguivano, in quanto imparavo molto più in fretta di quello che pensavano, e al ciociaro, così mi chiamavano entrambi, non permettevano nemmeno di consultare gli schemi elettrici dei montacarichi. Allora decisi di comprare un foglio da disegno delle dimensioni di 100 x 100 centimetri, lo chiamavo «lenzuolo»; il giorno durante il lavoro facevo dei disegni su un quaderno e la sera li ricopiavo sul «lenzuolo». Dopo poco quest’ultimo era pieno e lo schema del quadro elettrico era completo.

Più o meno nell’autunno di quell’anno Maria mi diede la notizia più bella che mai ricevetti nella mia vita, ossia mi disse che aspettavamo un bambino e che sarebbe nato più o meno verso la fine di Maggio dell’anno successivo.

All’inizio dell’anno seguente ebbi un grave incidente sul lavoro, dal quale mi salvai per miracolo; ricordo che stavo sul tetto della cabina, con il montacarichi fermo, per cercare il guasto, ma imprudentemente, non avevo fermato l’ascensore che camminava accostato al montacarichi, mi sporsi con la testa per osservare, da una inquadratura migliore, i contatti elettrici, e, fortunatamente, all’improvviso vidi l’ascensore che scendeva verso di me. D’istinto tirai indietro la testa, ma comunque fui colpito alla nuca e mi procurai una ferita e un viaggio al pronto soccorso, dove ci vollero tredici punti per richiuderla, oltre a varie escoriazioni sul viso. Comunque fu un grande spavento che ancora ricordo molto bene e di cui sento ancora le sensazioni provate in quel momento.

Si avvicinava la Pasqua del 1954, passavano i giorni della mia convalescenza e cresceva il pancione di mia moglie. Intanto non smettevo di studiare e guardavo continuamente gli schemi da me fatti, anche se sapevo che non ce ne era bisogno, perché avevo tutto dentro la mia testa che, nonostante il trauma, continuava a funzionare molto bene.

Tornai a lavorare dopo circa dieci giorni di malattia, sempre spinto da una voglia enorme di imparare e di lavorare, ma, stranamente, i due specialisti non mi portavano più con loro e andavano molto lentamente nella ricostruzione dei quadri elettrici. Per questo, timidamente, mi permisi di fare una proposta al mio superiore, che era sempre più affezionato a me, vuoi per l’infortunio o vuoi perché una volta ad Arce avevo conosciuto i suoi familiari: gli chiesi se potevo ricostruire il quadro elettrico di un montacarichi da solo ad una condizione che se non fossi riuscito, non mi avrebbero pagato le giornate di lavoro e i materiali utilizzati, in quanto li avrei pagati io.

Mi guardò con aria sbalordita e da buon romano mi mandò a quel paese, ma poi accettò e disse «Ok, visto che hai tanta volontà e ti senti così sicuro, facciamo una sfida: se va male non vieni pagato e io ci rimetto i soldi di tasca mia dei materiali, ma alla ditta diciamo tutto solo alla fine, e se tutto va per le meglio ti faccio un bel regalo».

Inoltre aggiunse che avrebbe solo informato il signor Mariotti, capo reparto delle Ferrovie dello Stato, che aveva l’ufficio al terzo piano del fabbricato.

Pertanto il giorno dopo cominciai a smontare, secondo i nostri accordi, la parte bruciata, chiudemmo la porta con un lucchetto di cui solo io e lui avevamo la chiave. Quella sala macchine diventò il mio spogliatoio, il mio refettorio, stavo lì dalla mattina alla sera tardi, perché avevo coscienza che la riuscita di ciò dipendeva solo da me e con questo il futuro del mio lavoro. Solo il mio superiore mi veniva a trovare di tanto in tanto, e ogni volta che andava via mi diceva col suo romanaccio «A ciocià nun me fa fa brutta figura!», ma vedevo che approvava con aria soddisfatta i miei metodi di lavoro. Un giorno venne e vide i miei disegni sul «lenzuolo», mi chiese chi lo aveva fatto, risposi «Io!» e lui mi domandò che titolo di studio avevo e quando gli dissi che avevo solo la quinta elementare, mi mandò ancora una volta, scherzosamente, a quel paese. Mi disse di aspettarlo lì che sarebbe tornato da lì a poco con il signor Mariotti per mostrargli i miei schemi e quando arrivarono si complimentarono entrambi, invitandomi a sospendere il lavoro qualche minuto per prendere un caffè. Mi dissero di continuare tranquillamente, perché anche loro ormai erano sicuri che ce l’avrei fatta senza problemi, tanto che mi chiesero di chiamarli il giorno in cui avrei fatto la prova della riparazione per i festeggiamenti, la quale avvenne dopo una quindicina di giorni. Da parte mia c’era una grande emozione, avrei voluto finire il prima possibile, prima dell’arrivo del primogenito, e li invitai un pomeriggio per la prova finale -anche se io qualche prova da solo già l’avevo fatta-: attaccai l’interruttore e feci le manovre dal quadro per metterlo in movimento; osservai che tutti i relè interessati alle varie manovre si chiudessero regolarmente e, così, il montacarichi partì regolarmente, ma non si fermò al primo piano, andando in extracorsa. A quel punto il signor Mariotti, che aveva un’esperienza incredibile nel campo dell’elettromeccanica, mi guardò dicendomi «Lo so che sei un po’ emozionato, ma non preoccuparti, è sicuramente un dispetto! Andiamo a cena, offro io, e tu domani mattina solo e con calma risolvi».

Durante la cena Mariotti mi chiese «A ciocià mi dici che titolo di studi hai?» ed io risposi timidamente che, a causa del fascismo e della guerra, purtroppo avevo solo la quinta elementare. Ma lui per tutta risposta ribatte dicendo «Con la tua volontà, grinta e capacità, che hai già dimostrato,puoi arrivare dove vuoi, l’importante è stare attento al prossimo concorso che le Ferrovie dello Stato bandiranno e se noi staremo ancora in giro, il vincitore sarai tu e se vorrai arrivare dove sono io, allora metticela tutta che la ferrovia te lo permette».

La mattina seguente mi alzai prestissimo, non riuscivo proprio a dormire, ed andai diretto in sala macchina e cominciai la ricognizione del quadro: nel sagomare i conduttori avevo fatto un capolavoro di precisione, uscivano dal fascio ognuno all’altezza del suo, pertanto mi accorsi subito che due di questi erano fuori posto e li ricomposi. Iniziai da solo a fare le prove e tutto funzionava perfettamente. Di corsa mi precipitai all’ufficio del capo Ciancaleoni, gli comunicai i risultati e lui disse «Hai vinto la tua più grande scommessa» e immediatamente telefonò all’ingegnere chiedendogli se poteva venire subito lì, così avrebbero riattivato un montacarichi. Tutto andò a meraviglia, tanto che il capo mi disse di andare con lui dal direttore della ditta, a San Lorenzo, quartiere di Roma centro, al quale mi presentò, spiegandogli ciò che avevo fatto e lui «Allora merita la promozione e la prossima quindicina di giorni la paga sarà doppia!». A me questa quindicina doppia servì pochi giorni dopo in quanto l’ostetrica, che stava a casa ad assistere mia moglie per il parto, mi chiamò verso le undici di notte per qualche complicanza e mi domandò «Se la sente di telefonare al ginecologo, perché le cose non vanno molto bene?». Quando arrivò, diede un’occhiata alla situazione e, con l’aiuto del forcipe, si aiutò per tirar fuori il nostro primo pargoletto. Era il 5 giugno del 1954, era nato Enzo. Il dottore allora venne da me dicendomi «È un bellissimo bambino, forte e sano, le macchie rosse sul collo sono dovute al forcipe, ma domani spariranno», e dopo aggiunse «Visto che è la casa di un operaio sono 35.000 lire», il mio stipendio di un mese.

La mattina avvertii tutti, parenti ed amici, della nascita del “Marzilletto puro sangue”, poiché figlio di Marzilli Giuseppe e Marzilli Maria. La mia speranza era un bel maschietto e maschio fu. Ma a quel punto cominciai a pensare ad una bella femminuccia, Maria invece non ne voleva sapere, mentre io continuavo a sperarci sempre più e fu così che nel giugno del 1955, preoccupata, mi comunicò che aveva un ritardo nel ciclo. Cercai di confortarla e di tranquillizzarla, dicendogli che dove mangiavano tre persone avrebbero mangiato anche quattro. Dentro di me era sempre forte il desiderio di una bambina. Passati i nove mesi, il 22 aprile del 1956, di domenica, tornai a casa dallo stadio e stavano lì molte donne, tra cui, in particolare, una il cui soprannome era «la barese», che mi guardò e disse «Sbrigati altrimenti tua moglie partorisce qui!». Avevo una Vespa, partii di corsa verso piazza Vittorio dove sapevo c’era un parcheggio di taxi, ne trovai fermo uno e gli dissi di seguirmi che dovevamo prendere mia moglie e portarla presso la clinica ginecologica dell’Umberto I, dove già avevamo appuntamento. Sempre di corsa arrivò un’infermiera con una lettiga e disse «Sbrighiamoci che sta per nascere»: entrarono nel montacarichi, e poco dopo tornò da me e sorridente disse «Lei su ha una bella moretta che l’aspetta, nata dentro al montacarichi, mentre salivamo. Vada a vederla».

Quando la vidi ancora una volta pensai di essere stato baciato dalla fortuna, con l’aiuto del buon Dio, non solo per la gioia della tanto attesa femmina, ma soprattutto per il fatto che era nata dentro un montacarichi, già causa di gioie per me in ambito lavorativo.

Era dura , ma ce la dovevamo fare, perché ora avevamo due bellissimi bambini.

Povera Maria che andava in giro con due bambini piccoli per recarsi agli uffici di assistenza all’infanzia!

Per quanto riguardava il lavoro, comunque, costruii altri montacarichi, con l’aiuto di altri colleghi: ormai ero diventato io lo specialista, mentre i due «vecchi» ai quali ero stato affidato, finito il precedente lavoro, forse per rabbia, si licenziarono.

Verso la fine del 1955 le Ferrovie dello Stato bandirono un concorso per operaio elettromeccanico ed io presentai la domanda e dopo un po’ di tempo fui chiamato a fare una prova pratica e dopo qualche mese mi fu comunicato che l’avevo superata con l’invito a sostenere la prova orale. Il giorno della prova orale un candidato, all’uscita della prova, ci raccontò cosa gli avevano chiesto, e fra le tante domande gli chiesero da quali metalli erano composti il bronzo e l’ottone. Io avevo delle scarpe marroni con la pelle un po’ grassa, e sopra a quella del piede destro, con la penna, scrissi: A (Ottone) = rame-zinco e B (Bronzo) = rame-stagno. Fortunatamente quella domanda la fecero anche a me, guardai in basso e ci misi un po’ per rispondere, tanto che l’ingegnere che mi interrogò mi disse perché ci stavo mettendo tanto per rispondere ed io dissi che mi stavo ricordando. Beate scarpe grasse, perché io proprio non lo sapevo, ma riuscii a rispondere alla domanda che fu anche l’ultima! Il risultato dell’esame fu comunicato a fine giornata ed io lo superai. Dopo alcuni giorni arrivò l’invito a presentare i documenti per sostenere la visita medica e la prova psico-attitudinale e finalmente il 1 Luglio, una domenica, ci presentammo per l’assunzione e per l’assegnazione della destinazione.

Mi mandarono al tronco degli ascensori di Roma Termini come specialista del mestiere. Per me e tutti i miei familiari era come una vincita al totocalcio, ma più di tutto lo era per me, un ciociaretto venuto a Roma per fare il manovale e dopo tre anni e mezzo mi ritrovavo a fare l’operaio delle Ferrovie dello Stato alla Stazione Termini con una bella qualifica. Ciò che però mi emozionò di più fu quando la domenica ci recammo ad Arce con il pullman di Zeppieri, passammo a casa di mia moglie e dicemmo ai genitori del mio lavoro, e, mentre il padre mostrava pacamente la sua felicità, la madre piangeva come un bambino dalla gioia.

Cominciai così la brillante carriera da ferroviere e alla fine, per gli ultimi cinque anni, ero arrivato a lavorare in quella stanza tanto auguratami dal signor Mariotti, con la sua stessa qualifica, capotecnico sovraintendente e incarico a caporeparto della luce e forza motrice e dei meccanismi speciali. Alla mia dipendenza avevo mediamente cinque capitecnici e circa cento fra operai e tecnici, l’unico in tutte le Ferrovie con la sola quinta elementare.

Come ci arrivai lo racconterò in seguito, ma la cosa che mi riempie di gioia ancora adesso e mi emoziona è che oggi mia figlia si trova a svolgere il ruolo di Capo del Personale del compartimento di Roma, con il capo del compartimento mio ex-dirigente e amico; ma non solo, infatti Enzo è Direttore Nazionale del Servizio Impianti Elettrici e del Servizio Lavori. Mai avrei immagino tutto questo!

Tornando a me, cominciai la mia carriera come esperto di ascensori e montacarichi e in poco tempo diventai il primo vero esperto in materia e alla fine dell’anno 1960 fui distaccato a Piazza della Croce Rossa, sede del Ministero dei Trasporti e delle Direzione Generale della Motorizzazione Civile, dove erano stati installati ascensori moderni, con la caratteristica manovra registrata, di cui a Termini ne avevamo già quattro nel fabbricato frontale. Pertanto un po’ li conoscevo già e proprio per questo fui trasferito lì per insegnare ciò che sapevo e collaborare con i colleghi del posto. Per questo mio impiego mi fu concessa, per circa tre anni, la tessera di libera circolazione per tutti i mezzi pubblici e privati nazionali, esclusi i treni, di cui però già avevano biglietti a chilometraggio. Mi trovavo bene anche lì, ma visto che gli ascensori alla stazione erano passati a gestione definitiva dal personale ferroviario, il capo tecnico dispose il nostro rientro. Passò un po’ di tempo, fui promosso a tecnico e, appena l’ufficio impianti elettrici di Roma cominciò a preparare le gare di appalto per il rinnovo totale di alcuni montacarichi e ascensori, il capo reparto dei meccanismi speciali, responsabile di quegli appalti, chiese il mio distacco al suo reparto per collaborare alla preparazione delle pratiche degli appalti, al controllo dei lavori da parte delle ditte e a collaborare con gli ingegneri ispettori per le verifiche annuali di tutti gli ascensori e montacarichi del compartimento di Roma e dei fabbricati alloggi dei ferrovieri.

Dopo il primo anno di servizio fui nominato in pianta stabile con matricola 442464.

A casa i piccoli crescevano bene ed io avevo cominciato a fare il doppio lavoro per arrotondare un po’ lo stipendio, e pensavo ad una casa più dignitosa con tutti i servizi all’interno: una domenica comprai «Il Messaggero» che comprendeva annunci di affitto e compravendita di alloggi. Ne vidi uno che mi interessò molto nei pressi di Piazza dei Mirti con un canone mensile di 20.000 lire e concordai un appuntamento in una piccola osteria in via dei Castani verso le 19. Durante l’attesa del sensale continuavo a leggere gli annunci della domenica e per caso guardai tra le vendite e feci caso ad un appartamento in una costruzione nuova in via del Campo, borgata Alessandrino, già di mia conoscenza, con 200.000 lire di acconto più la rimanenza di 20.000 mensili.

Corsi via subito e mi recai presso la costruzione suddetta e lì trovai una brava persona che mi portò immediatamente a vedere l’alloggio; era buio, senza luce, presi le misure con i passi e capì che per me era ottimo. Mi chiese che cosa avevo deciso e dissi che accettavo. Prendemmo la sua 500, mio portò a casa per prendere quei pochi soldi che avevo e ci recammo dal proprietario a Torpignattara per fare il compromesso e decidemmo di far la stipula dal notaio il 24 novembre del 1957, giorno del mio compleanno. Mi riaccompagnò a casa verso mezzanotte e nel salutarlo gli chiesi cosa dovevo dargli per la sua disponibilità e lui rispose: «Ho fatto volentieri un favore ad un amico ed uno ad un giovane ferroviere che mi ha meravigliato per la sua determinazione e sicurezza».

Entrai a casa e mia moglie, preoccupata per l’ora, mi chiese dove ero stato ed io risposi «A fare il compromesso per un appartamento di una camera ed accessori in via del Campo, al di sotto della vigna del dottor Pescosolido». Lei conosceva quel posto perché alcune volte era venuta con me. Mi chiese se c’erano le maioliche al bagno e in cucina, ed io mentendo dissi di sì, aggiungendo che il 24 novembre saremmo andati dal notaio per fare l’atto di acquisto e con le chiavi saremmo andati a vedere la casa. Se non ci fosse piaciuta, l’avremmo messa in affitto e ne avremmo cercata un’altra. Fortunatamente non mi ero sbagliato e vivemmo in quella casa per circa sei anni, dal dicembre del 1957 al 31 dicembre del 1963.

Nel 1961 morì mio padre, a 81 anni, e nel 1963 venne a mancare anche la madre di Maria che di anni però ne aveva solo 56.

Vorrei finire la storia della casa; verso la fine del 1961 cominciarono a costruire quattro fabbricati in Viale Alessandrino 133, di fronte alla Parrocchia di San Giustino; guardavo quel cantiere con ammirazione, però sapevo che per me era una cosa impossibile. Il 19 marzo del 1962, durante i festeggiamenti del mio onomastico con alcuni parenti, uscimmo per fare una camminata dopo pranzo, un po’ brilli, e vicino al cantiere incontrammo un sensale che abitava al primo piano; mi fermò e mi chiese se per caso vendevo la mia casa, ed io, forse per causa del vino, gli risposi di sì, subendo le sgrida di Maria.

Il giorno dopo tornò alla carica e mi disse che la voleva una coppia di anziani, credo testimoni di Geova. Gli dissi di aspettare qualche giorno, prese le informazioni per le cambiali ancora da pagare al cantiere in costruzione di fronte a San Giustino; pertanto mi resi conto che era quasi possibile, in quanto gli acquirenti pagavano in contanti, circa 1.800.000 lire, io saldavo il conto per il compromesso all’altro cantiere. Così che una volta venduta la casa la dovevo liberare entro fine giugno, ma se i costruttori non mi consegnavano la casa nuova potevo rimanere qualche mese ancora nella vecchia pagando dal 1 luglio 20.000 lire al mese, e le pagai fino a dicembre, circa sei mesi.

Con la caparra che mi diedero gli acquirenti facemmo il compromesso per un appartamento al terzo piano con due camere, accessori e due balconi. Oltre al fatto che volevo un’altra stanza poiché non volevo far dormire i miei figli nella stessa stanza, e non c’era la sala da pranzo, mi assillava la mente un pensiero che mi perseguitò per trentaquattro anni: non vollero installarci l’ascensore.

Per questi pensieri passavo i momenti liberi delle mie giornate al cantiere in cerca dei due fratelli costruttori, Giuseppe, l’amministratore, e Attilio, lavoratore, per cercare di convincerli. Fu così che una domenica mattina, dopo aver lavorato al turno di notte, poiché serviva tempo disponibile per fare il doppio lavoro per dare l’anticipo della nuova casa, passai al cantiere e il signor Giuseppe mi disse «Guarda sul tavolo da disegno la piantina dell’attico», la vidi e mi resi conto che gli avevano apportato delle modifiche. Praticamente era così formato: due camere da 16 mq, una da 12mq, bagno, cucina, salone, un terrazzo di 36 mq e un balcone che contornava tutto l’appartamento. Senza dire una parola pensai «È bellissimo, ma chissà quanto mi chiede in più». Mi feci coraggio e domandai quale sarebbe stata la differenza che avrei dovuto versare e lui rispose che dovevo pagare s

Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.


Sostieni il nostro lavoro indipendente
Anche un piccolo contributo fa la differenza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento