Categorie: Costume e Società
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Il diritto d’asilo negato per i rifugiati. Clandestini per forza

Denuncia pubblica dell’Associazione “Laboratorio53” in un convegno presso la Fondazione Basso

Esistono al mondo luoghi dove “non ti fanno venire, non ti fanno restare, non ti fanno partire”?

Questo non è un rebus. E’ la semplice formula applicata dalla civile Europa alle non-persone, cioè agli immigrati e ai richiedenti asilo politico per fuggire dalle guerre e dalle persecuzioni nel loro paese d’origine, ma obbligati alla clandestinità in seguito alle vessazioni per impedire loro di esercitare il diritto universale alla protezione umanitaria.

Questi non-luoghi d’inferno, dove si è cacciati come cani in chiesa verso il nulla, paradossalmente esistono.

Ce li indica, con quelle parole virgolettate, un ragazzo afgano in fuga dal suo paese per l’Italia, via Grecia. Quei luoghi sono i porti di Patrasso, Venezia, Ancona, Bari, da dove transitano (se non muoiono prima, come il caso del tredicenne Zahir trovato a Mestre col cranio schiacciato sotto un camion con cui si nascondeva), i rifugiati e i richiedenti asilo nascosti nelle stive delle navi o sotto, appunto, i cassoni dei tir.

L’altro drammatico e recente caso dei profughi libici, compresi donne incinte e bambini, rispediti indietro da Lampedusa in spregio alle normative italiane e internazionali di esercizio del diritto d’asilo, è la conferma della deriva razzista e xenofoba che sta abbattendosi sull’Italia oscurandone la fama di Bel Paese o di culla del diritto.

Per i pochi che riescono di nascosto ad arrivare in Italia la destinazione è perlopiù quella della zona della stazione Ostiense, dove di recente sono stati scoperti cunicoli e tombini che nascondevano ragazzi-topo afgani.

A denunciare questo pericoloso svuotamento dei diritti universalmente riconosciuti, nel cuore dell’Europa, è l’Associazione ONLUS “Laboratorio53”, la cui sede è a Tor Pignattara e che si occupa, appunto, d’accoglienza di richiedenti asilo e di protezione umanitaria degli immigrati.

Proprio nel giorno in cui si approva a colpi di voto di fiducia il pacchetto (incostituzionale) governativo sulla cosiddetta sicurezza (giovedì 14 maggio), in cui si dà legittimità alle famigerate ronde della sicurezza e si criminalizza anche chi esprime anche solidarietà agli stranieri senza permesso di soggiorno (affitti, rapporti di lavoro, cure mediche, iscrizione all’anagrafe di bambini, ecc.), l’Associazione onlus, in un’affollata tavola rotonda presso la Fondazione Basso di via della Dogana Vecchia, 5, lancia la sua campagna di “resistenza”, a due passi dal Senato, contro la deriva razzista ratificati dagli ultimi provvedimenti governativi.

Con l’introduzione di Ivan Mei e l’intervento di giornalisti, esperti legali, di responsabili dell’Alto Commissariato delle Nazioni per i Rifugiati e di rappresentanti delle Associazioni: “tuttidirittiumanipertutti”, “Antigone”, “save the children”, “medici contro la tortura”, sono state tracciate le idee-guida della battaglia di sensibilizzazione presso l’opinione pubblica, la stampa e i vari livelli istituzionali, per l’affermazione del diritto d’asilo.

La denuncia pubblica si basa su poche ma decisive considerazioni.

C’è (non solo) nel nostro Paese un diritto d’asilo negato.

Chi scappa dai paesi d’origine soggetti a guerre, torture, stupri, persecuzioni politiche o religiose, non è permesso loro neppure di fare domanda di rifugiato. I nostri poliziotti, rimandano indietro (verso Patrasso, in Grecia, per chi viene dall’Afghanistan) dopo viaggi lunghi ed estenuanti, nascosti magari sotto le ruote di un tir, chi chiede aiuto umanitario, compresi minorenni e donne. Per il ministro dell’Interno, Maroni, è dunque meno importante la vita del controllo delle frontiere, con deportazione di poveri cristi.

Nessuno consegna né accetta moduli di domanda ai richiedenti asilo: per i nostri funzionari pubblici è come se fossero tutti criminali. Per chi, per miracolo, riesce poi ad arrivare e a inoltrare regolare domanda l’ attende una lunghissima attesa della risposta. Nel frattempo, si vive sotto le stelle.

Tutto ciò è una palese violazione di norme internazionali e nazionali, Costituzione della Repubblica Italiana compresa.

Si stravolge così la stessa Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, passando per la Direttiva Europea n. 85 del 2005, per il Testo Unico (italiano) dell’immigrazione, per il Regolamento 562 del 2006 sulle frontiere, fino all’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato e all’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo, basati sul principio di non- refoulement (divieto per ciascun paese firmatario di respingere qualcuno verso un paese in cui vi è rischio per la sua vita).

Queste persone invisibili trovano lo stesso trattamento in Grecia, nel caso dei rifugiati afgani, per essere dopo ricacciati indietro in Turchia e in Afghanistan. A loro è riservato dunque il limbo di non-persone, come di una merce avariata che nessuno accetta.

Strano destino del mondo globalizzato: le merci possono circolare, le persone al contrario non possono restare, né partire, né arrivare.

Possiamo dare l’addio allo stato di diritto, i funzionari pubblici non applicano le regole pubbliche alle frontiere.

Cosa fare? La strada da prendere, lo afferma un esperto avvocato nel corso del suo intervento alla tavola rotonda, non può essere sola quella di rivendicare il rispetto delle leggi (purtroppo non basta), ma di fare pressione politica nei confronti dei responsabili istituzionali. La soluzione del problema è, infatti, in mano alla volontà della Politica.

Le ultime autorevoli prese di posizioni del Presidente della Repubblica, dello schieramento di opposizione al governo e della stessa gerarchia della Chiesa, fanno ben sperare. Il voto del 6 e 7 giugno alle elezioni europee può essere l’occasione per far sentire la spinta popolare a favore delle conquiste di civiltà del mondo moderno.

Nicola Capozza

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