“Il Grande salto” di Nello e Rufetto, rapinatori immaginari e sfortunati di periferia

Primo film di Giorgio Tirabassi, alla sua prima esperienza da regista, che si riallaccia alla migliore tradizione della commedia all’italiana
Francesco Sirleto - 15 Ottobre 2020

“… Sulla strada, da cui si vede un’ampia curva del Tevere, sotto il sole livido, la motocicletta è fracassata contro la parete anteriore di un camion e Accattone è lì, riverso, sul marciapiede, sul posto dove poco prima lui e gli amici avevano tanto riso. Cartagine si butta su di lui, impressionato e piangente come un ragazzino. CARTAGINE: ‘A Accatto’, ‘a Accatto’ … Che ciài … che ti senti? Accattone è morente. Ha appena la forza di voltare il collo verso il Cartagine e il Balilla. ACCATTONE: Aaaah … Mo’ sto bene! Sono le sue ultime parole. Il Cartagine guarda stravolto e pieno di lacrime il Balilla, che si fa il segno della croce, passandosi davanti alla sua faccia di scimmia le mani e i polsi stretti dal ferro delle manette” (P. P. Pasolini, dalla sceneggiatura di Accattone).

 

Perfino nei nomi, Nello e Rufetto, i protagonisti di questa bella opera prima di Giorgio Tirabassi (Interpretati rispettivamente da Ricky Memphis e dallo stesso Tirabassi), richiamano alla memoria i personaggi di una periferia romana descritta nei primi romanzi e nei primi film di Pier Paolo Pasolini: Marcello e Riccetto, Tommasino Puzzilli, Accattone. Una periferia che, a distanza di cinquant’anni da quella descritta da Pasolini, non è più periferia (essendo nel frattempo cresciuta a dismisura quella costituita dai quartieri posti al di là del GRA), bensì semi-periferia, cinghia di trasmissione tra il centro storico monumentale e turistico e l’enorme e disumanizzante urbanizzazione subita da territori che, negli anni cinquanta e sessanta, erano ancora le campagne del cosiddetto “agro romano”.

Molti quartieri non più periferici (come Pigneto, Quadraro, Centocelle) sono ormai “gentrificati” (un brutto termine che designa quel processo di “borghesizzazione” che ha investito quartieri storicamente “proletari”, snaturandone così l’antico tessuto sociale) e sono diventati teatro della più fastidiosa e rumorosa “movida” notturna che si possa immaginare. Tuttavia rimangono piccole “isole”, all’interno dei quartieri storici, dove ci si può imbattere in strade, piazzette, casette e palazzinette, giardinetti, locali, trattorie e soprattutto personaggi che sembrano appena usciti dai racconti e dalle opere cinematografiche di Pasolini (quello di Accattone e di Mamma Roma, ma anche quello de La ricotta e di Uccellacci e uccellini), Monicelli (quello de I soliti ignoti e de Il borghese piccolo piccolo), Germi (quello gigantesco de Il ferroviere).

Una di queste “isolette” prende il nome di Villa Certosa, che non è un vero e proprio quartiere, bensì la zona più nascosta e appartata di Torpignattara, da questa separata da un grande stradone che si chiama via Filarete, e da una sorta di scarpata o “frattone” sulla cui sommità si affacciano le più antiche casette o “villette” della Certosa, la quale, pur separata dalla Ferrovia Roma-Napoli dalla  lunga e solitaria e immodificata via del Mandrione, è ad essa unita da un piccolo tunnel sottostante la medesima ferrovia, tunnel che conduce alla vicinissima ma non più funzionante stazione Casilina. Ed è proprio a Villa Certosa che Tirabassi ha ambientato la maggior parte delle scene (interni ed esterni) del suo primo lungometraggio, nelle sue stradine e nella sua piazzetta (via dei Savorgnan, piazza dei Savorgnan, via Alessi, via di Villa Certosa), dentro le sue case e le sue cantine e davanti ai suoi locali più noti e tradizionali, come la trattoria “Betto e Mery”, l’enoteca “Chourmo”, il barber shop (una volta “barbiere”) di Mimmo Sgaramella.

Anche i protagonisti del film, Nello (Ricky Menfhis) e Rufetto (Tirabassi) non si distinguono granché dagli abitanti di Villa Certosa che vi siano nati e cresciuti, che siano arrivati tra alti e bassi alla cinquantina, che parlino quella sorta di spurio “romanesco”, risultato di una incredibile mescolanza tra il romanesco di Belli e Trilussa e i dialetti delle varie comunità centro-meridionali che costituirono la massiccia immigrazione nella Capitale, dilagata subito dopo la seconda guerra mondiale, e abbiano magari avuto problemi con la giustizia.

Sono, i nostri Nello e Rufetto – legati da un’amicizia che si cementerà nelle disgraziate avventure che li attendono – due poveri diavoli o, meglio, due poveri “cristi” cinquantenni, il primo celibe e abitante in una squallida cantina adattata ad abitazione, il secondo sposato con una povera e innamorata cassiera precaria di supermaket  (Anna, interpretata da una bravissima e sensibilissima Roberta Mattei) e padre di un bambino di sei anni che si chiama anche lui Rufetto. La famiglia di Rufetto vive in forzata coabitazione con i suoceri Aldo e Maria (quest’ultima interpretata da una sperimentata e sempre efficace Paola Tiziana Cruciani), ma muore dalla voglia di rendersi autonoma e di avere una casetta (saloncino con angolo cottura, due camere, un bagno e un giardinetto) in cui Rufetto possa abitare serenamente, senza dover subire quotidianamente i rimproveri e i “musi” lunghi dei suoceri. Solo che Nello e Rufetto, per “svoltare” (o per compiere il grande salto, che possa permettere loro la fuoriuscita da una vita di privazioni e di miseria), non conoscono che un solo mezzo: la rapina; un mezzo che li ha portati a dover scontare quattro anni nelle patrie galere. La vicenda prende le mosse, infatti, dopo l’uscita dei due amici dal carcere; essi cercano, per tutto il film, di portare a termine una serie di “colpi” che, inevitabilmente, si risolvono in miserevoli e tragicomici fallimenti. Le modalità di questi fallimenti (che Nello, inguaribile fatalista, imputa ad un “destino” trascendente e incombente su tutta l’umanità e che, però, sceglie di abbattersi rovinosamente sugli umili e sugli emarginati) suscitano sicuramente le risate del pubblico, ma anche una sottaciuta e inconscia solidarietà nei confronti dei due protagonisti.

La storia trova un punto di svolta nel momento in cui Rufetto, dopo aver rubato i gioielli della suocera ed essere stato cacciato di casa, viene reclutato, per una “delicata” operazione consistente nella sparizione di un cadavere, da un feroce boss della camorra (al quale era stato raccomandato proprio dal suocero Aldo, vecchio amico di gioventù dello stesso boss). A seguito di questa “impresa”, i due amici, dopo aver subito l’ennesimo scacco inferto dal destino (sotto forma di un fulmine che colpisce la macchina adibita a mezzo di trasporto della salma), sono costretti, per sfuggire alla vendetta del boss, a darsi alla fuga verso le Marche, prima a piedi, poi intrufolandosi in una comitiva di pellegrini diretti verso il santuario del Monte della Santa Croce. Arrivati al santuario, dopo un’estenuante marcia di 35 kilometri, Nello subisce una sorta di “miracolo” che, in realtà, è un non-miracolo, visto che diventa all’improvviso cieco. E, tuttavia, Nello, nonostante la cecità degli occhi, crede di essere stato illuminato da una forza soprannaturale nel profondo della sua coscienza. Sarà questo episodio a determinare “il grande salto” di questi due rapinatori “immaginari”, bersagliati dalla sfortuna.

Un’ottima prova di regia, quest’opera prima di Giorgio Tirabassi, il quale, oltretutto, conferma la sua formidabile bravura d’attore nella parte di Rufetto. Ancora più sorprendente è Ricky Menphis, finalmente in un ruolo che ne valorizza le sue capacità non solo comiche, ma anche drammatiche. Un ruolo che unisce in sé il personaggio di Accattone (troviamo addirittura una citazione dell’opera pasoliniana, quando Nello, adagiandosi sopra un montarozzo, pronuncia le stesse ultime parole di Accattone: “Aaah … Mo’ sto bene!) e il personaggio del santo truffatore interpretato da Totò in Uccellacci e uccellini.

Ma ciò che più piace e lo rende un prodotto di grande qualità, è, nella struttura complessiva del film e nell’idea di fondo che la sostiene, la volontà, da parte del regista, di realizzare un’opera nuova e diversa (rispetto alla generalità del cinema comico italiano), riallacciandosi alla nostra grande tradizione della commedia all’italiana, quella tradizione che ha fatto grande il nostro cinema, suscitando l’ammirazione non solo degli spettatori di tutto il mondo, ma anche di innumerevoli cineasti di molti paesi, che hanno attinto abbondantemente alle opere dei nostri grandi autori.

Il grande salto, di Giorgio Tirabassi, interpretato da Giorgio Tirabassi (Rufetto), Ricky Memphis (Nello), Roberta Mattei (Anna), Gianfelice Imparato (Aldo), Paola Tiziana Cruciani (Maria) e con l’amichevole e brevissima partecipazione di Valerio Mastandrea (impiegato postale) e di Marco Giallini (capo del campo Rom).

 

Francesco Sirleto

 


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